11 Settembre in Cile: quando la competizione è truccata
Alla ricerca di un motivo per esistere
Dietro il golpe del '73 in Cile: i documenti della CIA svelano l'ingerenza USA e la fragilità delle democrazie
Ci sono alcune date che lasciano una traccia nella memoria collettiva internazionale, insegnando in un certo qual modo al popolo fin dove è concesso spingersi e dove invece è meglio fermarsi. Un esempio eclatante è rappresentato dall’11 settembre 1973, il giorno in cui il governo democraticamente eletto del Cile, presieduto dal rappresentante socialista Salvador Allende, fu esautorato da un golpe militare. L’esercito nazionale invase il palazzo presidenziale, la Moneda, dopo averlo precedentemente bombardato; il presidente cileno Allende morì nel corso dell'attacco, suicidandosi con una raffica di AK-47. Da quel giorno ebbe iniziò una delle più sanguinose dittature del Sud America, presieduta da uno dei fautori del colpo di stato, il generale Augusto Pinochet. La giunta militare che governò il paese lasciò l’incarico solo nel 1990, a seguito di un plebiscito che bocciò la guida di Pinochet; quello stesso anno si tennero nuovamente libere elezioni in Cile, che portarono alla presidenza il rappresentante del Partito democratico Cristiano.
Il golpe segna uno spartiacque nella politica internazionale degli anni ‘70, dominata dallo scontro fra i due blocchi, perchè getta un’ombra macabra sul ruolo che i partiti di sinistra, specialmente quelli di chiara ispirazione marxista, potevano giocare anche in paesi dichiaratamente democratici, cioè stati dove vigevano libere elezioni e dove il governo nazionale doveva, in teoria, essere una diretta emanazione della maggioranza espressa dai votanti. La lezione che molti partiti comunisti del blocco occidentale appresero fu che, nel migliore dei casi, avrebbero potuto arrivare secondi alle elezioni, o comunque governare in posizione di minoranza assieme a forze politiche gradite agli Stati Uniti. Quello che era certo è che per i partiti comunisti soli al comando il rischio di essere esautorati violentemente era concreto.
Esiste un collegamento diretto fra l’ingerenza degli Stati Uniti nelle politiche governative dell’America Latina e il golpe del ‘73, che si può far risalire fin dal 1964. Lo scopo di questo articolo sarà quello di rileggere gli eventi che portarono al colpo di stato dell’11 settembre sotto questa lente storiografica. La principale fonte sarà la Commissione Church, istituita dal Senato degli Stati Uniti per indagare sulle attività di intelligence del governo, la quale pubblicò nel 1975, tra gli altri, un rapporto dettagliato sulle operazioni occulte in Cile fra il 1963 e il 1973.
Le elezioni del 1964
Le ingerenze statunitensi ebbero inizio fin dal 1963, in vista delle elezioni presidenziali del 1964, alle quali si presentarono il partito democratico cristiano, guidato da Eduardo Frei Moltava, contro il partito socialista del Cile, guidato da Salvador Allende. Obiettivo dichiarato del “Gruppo speciale”, parte del Consiglio di Sicurezza nazionale, era di bloccare l’avanzata di un candidato di sinistra, per lo più dichiaratamente marxista, soprattutto fra quelle frange di popolazione che potevano essere maggiormente persuase dal programma fortemente radicale dei socialisti, ossia i contadini e gli studenti. Per raggiungere questo scopo la strategia adottata si poggiava su due pilastri; da un lato era necessario screditare la leadership di Allende, attaccando la sua vicinanza all’URSS e a Cuba; dall’altro si ambiva ad aumentare l’efficacia organizzativa e logistica del Partito Democratico Cristiano, scoraggiando anche la presentazione di candidati indipendenti e presentando il leader democristiano come un candidato liberale, ancorato alla tradizione cristiana del paese.
Le campagne anti-comuniste furono organizzate tramite progetti occulti della CIA, arrivando a produrre 20 spot radio al giorno a Santiago del Cile e in 44 stazioni provinciali, mentre 750.000 $ furono destinati al miglioramento organizzativo del principale partito di ispirazione liberale del paese. È stato calcolato che la CIA spese complessivamente 6 milioni di dollari, supportando il Partito democratico cristiano, più di quanto Lyndon Johnson spese per la sua campagna elettorale nel 1964. Il risultato elettorale fu schiacciante; il PDC ottenne la maggioranza assoluta con il 56% dei voti contro il 38% dei voti di Salvador Allende e Frei fu eletto presidente.
La CIA continuò ad organizzare progetti sottocopertura anche al termine della competizione elettorale, sostenendo candidati del PDC alle elezioni congressuali, infiltrando organizzazioni sindacali tradizionalmente vicine al partito socialista e inducendo uomini di punta del socialismo cileno a virare verso tesi più vicine al socialismo ordotosso di stampo europeo invece che verso il comunismo. Tuttavia alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1970 Frei aveva eroso gran parte del proprio vantaggio elettorale, anche a causa della propria vicinanza con gli Stati Uniti in un clima politico dove l’anti-imperialismo e il nazionalismo portavano molti voti.
Le elezioni del 1970
Le elezioni del 1970 vedevano opposti il PDC, guidato da Radomiro Tomic, il partito radicale e il partito nazionale, guidato da Jorge Alessandri, e una coalizione di unità popolare e partito socialista, che sostenevano ancora una volta Salvador Allende. Le due forze più a sinistra dello spettro politico proponevano una radicale riforma agraria, nazionalizzazione delle principali risorse nazionali del paese, soprattutto il rame, oltre che un’apertura verso le principali nazioni socialiste.
A differenza delle elezioni del ‘64 la nuova presidenza Nixon intendeva avviare la costruzione di più mature relazioni politiche con i paesi del Sud America, abbandonando quel paternalismo tipico delle precedenti presidenze democratiche. Di conseguenza la CIA si impegnò per frustrare il tentativo comunista di costruire una coalizione che potesse ambire alla presidenza del paese e allo stesso tempo rafforzare la posizione di leader non-marxisti, che potessero costituire una valida alternativa alla sinistra. Anche in questo caso furono organizzate campagne di terrore che prospettavano il trionfo della violenza e dello Stalinismo in Cile in caso di vittoria di Allende con una penetrazione capillare fra politici, accademici e giornalisti. Particolare attenzione merita da questo punto di vista il caso di El Mercurio, uno dei principali giornali del paese di chiara ispirazione liberale, che nel periodo elettorale pubblicò in media più di un editoriale al giorno, ispirato da precise linee guida della CIA. Tuttavia, nonostante gli sforzi americani, il 4 settembre 1970 Allende vinse con il 36% dei voti, superando di poco Alessandrini, che si fermò al 35%. Grazie ad un accordo con i cristiano-democratici Allende fu eletto presidente il 24 ottobre.
L’opposizione sotterranea al governo di Allende
Fra il 1970 e il 1973, l'infiltrazione degli Stati Uniti in Cile fu continua, articolata e finanziariamente rilevante. Già all’indomani del risultato elettorale infatti la CIA reagì con l’elaborazione di due piani, denominati track I and track II; il primo era finalizzato ad impedire l’elezione di Allende a presidente, mentre il secondo prevedeva il supporto ad un colpo di stato militare. Falliti entrambi i piani, gli USA si impegnarono in una costante opera di isolamento diplomatico, pressione economica e supporto alle opposizioni, in primis il partito nazionale e il partito democratico cristiano. Per darvi un’idea, gli aiuti bilaterali USA-Cile passarono da 35 milioni di dollari ad un milione di dollari nel 1971; i prestiti della Banca Interamericana di sviluppo passarono da 46 milioni di dollari nel 1970 ad appena 2 milioni di dollari del 1972. Ben presto il paese fu travolto da scioperi con il prezzo del rame, che crollò ad appena 9 $ a tonnellata nel 1972 e il Partito democratico cristiano, che aveva sostenuto l’elezione di Allende a presidente, si schierò all’opposizione.
L’11 settembre 1973 l’esercito nazionale attaccò il palazzo presidenziale, portando al suicidio di Allende e la giunta militare si insediò al potere. Gli USA non solo ripresero ma intensificarono le relazioni diplomatiche ed economiche con il nuovo governo. I Chicago Boys, economisti formatisi presso l’Università di Chicago sotto Milton Friedman, ben presto colonizzarono il Ministero dell’economia del paese, promuovendo politiche contro-inflattive e orientate alla deregolamentazione e al laissez-faire, proteggendo, fra gli altri, gli interessi delle grandi multinazionali americane, prima fra tutte l’ITT corporation, che aveva giocato un ruolo chiave nel golpe militare del 1973.
Conclusioni
Il golpe in Cile ebbe un vasto eco internazionale perché, come già anticipato, mostrava chiaramente fin dove i partiti di sinistra del blocco occidentale potevano spingersi e quanto una sinistra al governo potesse scatenare reazioni da parte di forze autoritarie, sostenute dall’ingerenza degli USA. Quello stesso anno Enrico Berlinguer pubblicò sulla Rinascita “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”, sostenendo la necessità di una convergenza fra forze popolari e democratiche in Italia come di fatto unico mezzo per il PCI per andare al governo.
Riflessioni sull’oggi
L’11 settembre in Cile ci insegna come, storicamente, forze di sinistra, anche se pienamente inserite all’interno di un consesso istituzionale democratico, possano cadere vittima di propaganda ostile, perdendo quindi il supporto di elettori e sostenitori cruciali per la realizzazione del proprio programma elettorale. Fin dall’ottobre 1972, scioperi di studenti, minatori, camionisti, supportati dal famoso ceto medio crearono infatti le condizioni ideali per il golpe, esacerbando il conflitto politico e rendendo ancora più arduo il dialogo fra la maggioranza di sinistra al governo e le opposizioni. Il fatto che questa ondata di dissenso sia stata alimentata da finanziamenti occulti della CIA e da una propaganda anti-comunista martellante è ormai una verità storica.
Resta quindi attuale il monito di Berlinguer, che ricordava come una trasformazione socialista necessiti di un supporto ampio da parte di ceti, che, anche se teoricamente vicini alla causa rivoluzionaria più per vicinanza ideologica che per pura necessità economica, non è garantito che supporteranno quella transizione socialista nel momento della verità. In altre parole, una trasformazione radicale della società in senso maggiormente egualitario e redistributivo, come quella che Allende sognava per la sua patria, spaventa non solo poteri internazionali, ma anche gruppi elettorali, tradizionalmente vicini alla sinistra, che possono in quel caso trovare maggiormente rassicuranti parole d’ordine come sicurezza e gerarchia sociale, andando quindi ad ingrossare le fila del blocco conservatore.
La fine della guerra fredda ci autorizza a pensare che soluzioni estreme come golpe militari possano non essere più applicate per evitare lo spauracchio comunista; tuttavia, anche in un contesto internazionale multipolare, imperi come quello USA continuano a ritenere pienamente legittimo difendere i propri interessi, ponendo l’interrogativo su quanto siano effettivamente indipendenti democrazie di frontiera. In altri termini: quanta libertà d’azione ha un paese, la cui economia è fortemente legata alle esportazioni o il cui debito pubblico è di fatto detenuto da paesi terzi o da enti creditori tradizionalmente conservatori? E ancora più importante: che margine ha quello stesso paese di attuare un cambiamento radicale della propria società?
Il Cile del 1973 pone questi interrogativi ancora oggi.