14 marzo. Marx nel secolo dell’automazione
Automazione e nuovo ordine multipolare avverano le profezie più radicali dei Grundrisse di Marx
Riceviamo e pubblichiamo il contirbuto dell'amico Oscar Monaco
Il 14 marzo 1883 moriva Karl Marx. Molti hanno provato a seppellirlo insieme al Novecento. Lo hanno ridotto a un monumento ideologico, a una reliquia della Guerra Fredda, a un capitolo chiuso della storia europea. Ma la storia ha una curiosa ironia. Proprio mentre si proclamava la fine del marxismo, il capitalismo ha iniziato a realizzare alcune delle intuizioni più radicali di Marx.
Una di queste si trova nei Grundrisse. In quelle pagine, scritte a metà Ottocento, Marx descrive un processo che allora sembrava quasi fantascienza: l’automazione crescente della produzione. Macchine sempre più complesse che incorporano sapere scientifico, riducendo progressivamente il ruolo del lavoro umano diretto. Il punto non era semplicemente tecnico. Era storico. Marx osservava che il capitalismo, nel suo sviluppo, tende a trasformare la conoscenza sociale in forza produttiva immediata. La scienza, la tecnologia, l’intelligenza collettiva della società diventano il vero motore della produzione. Il lavoro umano diretto viene progressivamente espulso dal processo produttivo. E qui emerge la contraddizione. Il capitalismo continua a misurare la ricchezza attraverso il tempo di lavoro. Ma allo stesso tempo sviluppa tecnologie che riducono proprio quel tempo di lavoro necessario. Il sistema produce le condizioni materiali per superare il lavoro salariato… ma continua a dipendere da esso.
Questa intuizione ottocentesca oggi appare sorprendentemente attuale. L’intelligenza artificiale, la robotica avanzata, l’automazione industriale stanno trasformando interi settori economici. Non si tratta più solo di sostituire lavoro manuale ripetitivo. Sempre più spesso vengono automatizzate anche funzioni cognitive. La conoscenza diventa direttamente macchina. Marx chiamava questo processo “intelletto generale”: il sapere collettivo della società che si incorpora nei sistemi produttivi. Ed è esattamente ciò che stiamo vedendo oggi.
Ma c’è un secondo elemento che rende la riflessione marxiana ancora più interessante nel mondo contemporaneo. Il contesto geopolitico. Per trent’anni dopo la fine della Guerra Fredda si è parlato di un mondo unipolare dominato dall’Occidente. Oggi quella fase sembra chiudersi. Nuovi centri economici e tecnologici emergono, ridisegnando gli equilibri globali. La Cina sviluppa gigantesche infrastrutture industriali e tecnologiche. L’India diventa uno dei principali poli demografici ed economici del pianeta. La Russia riafferma una propria autonomia strategica. Il mondo tende progressivamente verso una configurazione multipolare. In questo scenario l’automazione diventa un fattore decisivo di potenza. Chi controlla le tecnologie dell’intelligenza artificiale, della robotica e delle infrastrutture digitali controlla una parte crescente delle forze produttive globali. La competizione tra grandi potenze non riguarda soltanto territori o materie prime. Riguarda il controllo dell’intelletto generale tecnologico. In altre parole, ciò che Marx intuiva come tendenza interna del capitalismo diventa oggi anche un elemento centrale della geopolitica.
Ma la contraddizione di fondo resta. Se la ricchezza sociale dipende sempre più dalla conoscenza collettiva incorporata nelle macchine, allora il vecchio schema che lega reddito, dignità e sopravvivenza al lavoro salariato diventa sempre più instabile. L’automazione produce una possibilità storica ambivalente. Da un lato può generare nuove forme di concentrazione del potere economico. Poche piattaforme tecnologiche che controllano dati, algoritmi e infrastrutture globali. Dall’altro lato apre la possibilità di una società in cui la ricchezza non dipende più dalla quantità di lavoro umano speso nella produzione.
È esattamente la contraddizione che Marx intravedeva nei Grundrisse.
Il capitalismo sviluppa forze produttive che rendono potenzialmente superfluo il lavoro salariato… ma allo stesso tempo non riesce a liberarsi della logica che lo fonda. Nel mondo multipolare che sta emergendo, questa tensione potrebbe assumere forme nuove. Modelli diversi di organizzazione economica, diverse relazioni tra Stato, tecnologia e produzione, diverse interpretazioni del rapporto tra lavoro umano e automazione. Per questo Marx continua a essere un autore vivo. Non perché fornisca risposte definitive. Ma perché ha individuato alcune contraddizioni profonde dello sviluppo capitalistico che oggi stanno diventando sempre più visibili.
E forse la lezione più attuale del 14 marzo è proprio questa. La storia non è finita. Sta entrando in una nuova fase.
E per comprenderla, spesso, bisogna tornare a chi aveva già intravisto le sue linee di forza più di un secolo fa.