1876: la siccità che l'imperialismo trasformò in olocausto
Autore di "Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia" (2026) e di "Tutta colpa di Robben" (2012). È laureato in Analisi economica delle Istituzioni Internazionali all'Università Sapienza di Roma.
Come le politiche liberiste portarono alla morte di trenta milioni di persone
La più grande carestia registrata nei tempi moderni – la prima con caratteristiche globali – prese piede nell'ottobre 1876, esattamente 150 anni fa. Un clima eccezionalmente caldo lungo tutte le correnti oceaniche generò nel biennio 1876-78 una siccità senza precedenti, causando secondo le stime fino a 30 milioni di morti nelle sole India, Cina e Brasile. Sono cifre difficili da concepire, più simili all'apocalisse climatica che temiamo per il futuro che a un fatto verificatosi poco più di un secolo fa. Eppure di questo cataclisma senza pari, che fornisce lezioni importanti sulle crisi climatiche, sul ruolo dello Stato e sugli effetti dell’imperialismo, vi è una conoscenza pressocché nulla.
La causa naturale che distrusse raccolti in tutto il mondo fu una combinazione di climi estremi nei tre oceani. Ciò nonostante, la trasformazione della siccità in un olocausto è da attribuire alle politiche liberiste implementate dalle grandi potenze imperialiste – su tutte quelle del Regno Unito in India. Proprio come era già accaduto in Irlanda nel 1848, la corona britannica si rifiutò di distribuire cibo alle vittime della carestia e non fermò le esportazioni di grano dall’India, in ossequio ai dogmi del libero mercato e alle perverse concezioni malthusiane sul controllo della popolazione in eccesso. Inoltre, in India come altrove la distruzione delle economie comunitarie (sottoposte ai nuovi vincoli della concorrenza) privarono milioni di persone di forme di assistenza e solidarietà. Le conseguenze politiche e economiche della carestia furono immense: milioni di contadini persero la propria terra svendendola ai grandi proprietari, il potere coloniale si rafforzò, la fame venne usata come strumento di repressione politica e dall’immiserimento dei contadini (affamati e indebitati) nacque un nuovo immenso esercito di proletari e sottoproletari. Secondo Mike Davis, autore del libro che maggiormente ha fatto luce su questi eventi, Olocausti Tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo (Feltrinelli, 2000), la Grande Carestia del 1876-78 e poi quella successiva del 1896-1902 (che causò altri 30 milioni di morti) furono cruciali nell’origine di quello che chiamiamo oggi “Terzo Mondo”.
La "tempesta perfetta" degli oceani
La siccità del 1876-78 fu il risultato di una rara combinazione di anomalie oceaniche. Un raffreddamento del Pacifico durato sei anni si risolse nell’oscillazione meridionale dell’aria calda oceanica, El Niño-Southern Oscillation (ENSO), più intensa mai registrata, alterando i monsoni globali. Contemporaneamente, nell'Oceano Indiano una forte divergenza termica esacerbò la siccità in Australia e Africa meridionale, mentre l'Atlantico settentrionale, con le temperature più alte mai misurate, alterò la circolazione atmosferica, allontanando i venti umidi dal Brasile. Si trattò dunque di un fenomeno climatico globale, che riguardò tutto il mondo con impatti particolarmente tragici in India, Cina, Brasile, Indonesia, Filippine, Egitto, Marocco, Sud Africa, Etiopia, Tanzania, Venezuela e Colombia. Secondo uno studio pubblicato nel 2018 sul Journal of Climate da Deepti Singh et al., la siccità che ne derivò fu la più intensa e la seconda più estesa degli ultimi 800 anni per l'Asia del monsone, e il 1877 fu l'anno di siccità peggiore in assoluto in questo arco di tempo.
Le conseguenze di queste anomalie climatiche sui raccolti furono devastanti – e di conseguenza sulla vita di centinaia di milioni di persone. Le testimonianze dei missionari nelle province interne dell’India e della Cina riportate da Mike Davis nel suo libro raccontano scenari di vera apocalisse, dove territori un tempo floridi si erano trasformati in deserti abitati solo da scheletri e in cui i figli venivano venduti o mangiati.
Le statistiche riportate da Davis sulla diminuzione della popolazione in zone come in Deccan e Madras rivelano un livello di devastazione che è difficile anche da immaginare. Nella provincia del Madras morirono due milioni e mezzo di persone, nel Punjab un milione e settecento mila. Nella Cina del Nord, la siccità fu talmente grave da essere identificata come la più estrema nei precedenti 300 anni. I raccolti fallirono per tre anni consecutivi, e il prezzo del riso aumentò di 5-10 volte rispetto agli anni normali. Il cibo divenne inaccessibile per la maggior parte della popolazione, e la carestia che ne seguì spazzò via circa 9,5-13 milioni di persone. In alcune contee della provincia cinese dello Shanxi – dove le autorità locali avevano da tempo imposto la coltivazione di oppio per limitare i deficit commerciali in favore della droga di importazione britannica – morirono tra il 76% e il 95% della popolazione. In Brasile, la regione del Ceará e l'intero Nordest vissero la cosiddetta Grande Seca del 1877-79. Le piogge non arrivarono, gli animali morirono a decine di migliaia e i raccolti furono completamente azzerati. La popolazione, ridotta alla fame, fu costretta a migrazioni di massa, e le vittime nella sola provincia di Ceará furono stimate tra 150.000 e 300.000.
Darwinismo sociale
Nonostante la siccità senza precedenti, gli effetti della carestia del 1876-78 sono da attribuire principalmente alla gestione della crisi da parte delle potenze imperialiste, a una visione sacralizzata delle regole del mercato (la cui salvaguardia prevaleva sulla necessità di salvare vite umane) e all’integrazione delle economie locali in quella internazionale. In pratica venne ripetuto a menadito il copione della tremenda carestia del 1848 in Irlanda ma su uno scenario globale.
Il vicere britannico Lord Lytton – ricordato come il “Nerone dell’India” – si oppose con determinazione agli sforzi di alcuni funzionari di distretto nel raccogliere scorte di cereali e in ripetute occasioni si scagliò nelle sue missive a Londra contro l’“isteria umanitaria”:
“Che il pubblico britannico paghi pure il conto dei suoi ‘sentimenti volgari’ se desidera salvare vite a un costo che porterebbe l’India alla bancarotta”.
E quindi qualsiasi tentativo di limitare le esportazioni di cibo risultò vano. Le eccedenze di frumento degli anni anni precedenti vennero usate non per alleviare la fame degli indiani, ma per le esportazioni, più che triplicate nel 1877 rispetto ai due anni precedenti.
Anche la consegna di cibo gratuito venne osteggiata in tutti i modi, giudicata come un regalo agli oziosi.
“Il compito di salvare vite senza tenere conto del costo è superiore ai nostri poteri. Il problema del debito e il peso delle imposte che dovrebbero seguire le spese connesse diventerebbero presto molto più letali della fame stessa”
scrisse Lord Temple, il delegato inviato da Lytton nella provincia di Madras per bloccare le spese “incontrollate” che minacciavano il finanziamento della prossima invasione dell’Afghanistan. Al posto delle consegne gratuite vennero così creati degli sconcertanti campi di lavoro, spesso da raggiungere dopo decine di chilometri di camminata, nei quali persone ridotte ormai a scheletri avrebbero avuto accesso a miseri piatti di riso.
La sacralizzazione del libero mercato (Adam Smith aveva criticato i tentativi di regolare i prezzi durante la carestia in Bengala del 1770), unita a una visione paternalista e sprezzante verso gli indiani – popolazione immatura incapace di aiutarsi da sola – e soprattutto all’adesione delle autorità britanniche ai princípi malthusiani e del darwinismo sociale, creò una cornice ideologica che giustificava la morte per inedia di decine di milioni di persone. Lytton scrisse che la popolazione indiana “tende[va] a crescere più degli alimenti che spuntano dalla terra” mentre il ministro delle finanze Baring giunse ad affermare che “ogni tentativo benevolo volto a mitigare gli effetti della carestia e delle carenze alimentarie può soltanto aumentare i mali della popolazione”. E, dunque, era meglio lasciar morire la popolazione in eccesso. Come scrisse Mike Davis:
“l’India come l’Irlanda prima di lei era diventata un laboratorio utilitarista in cui scommettere le vite di milioni di persone contro la fede dogmatica nell'onnipotenza dei mercati in grado di vincere "la penuria".”
In alcuni contesti, infine, la fame venne usata come arma per sconfiggere le insurrezioni anticoloniali colpendo indiscriminatamente tutta la popolazione. Nelle Filippine il nuovo esercito occupante, quello statunitense, distrusse le riserve di cibo dei territori dove si registravano movimenti anticoloniali causando, secondo Davis, la morte di un settimo della popolazione, e procedendo alla deportazione di migliaia di persone in insediamenti sotto controllo militare.
La distruzione delle capacità statali
La situazione di Stati formalmente indipendenti come la Cina o il Brasile non fu molto diversa. Anzi, verrebbe da dire che uno degli effetti più perversi dell’imperialismo e dell’apertura dei mercati fu la distruzione delle capacità degli Stati di affrontare la crisi e delle secolari reti di solidarietà popolare. Mike Davis realizza uno straordinario confronto su come la Cina dei Quing fu capace di affrontare la carestia del 1743-44 con una politica interventista ed efficace, totalmente opposta a quella messa in moto dagli europei. Lo Stato “despota” era fornito di depositi di frumento che furono usati per il calmieramento dei prezzi e per la fornitura di razioni di cibo gratuito. I nobili si attivarono organizzando cucine per i poveri. Il Gran Canale venne usato per trasportare cibo dal sud verso il nord. Nel 1876, invece, la situazione dello Stato cinese era ben diversa. Colpito dalla Gran Bretagna dalle Guerre dell’Oppio esso non era più capace di salvare vite come aveva fatto fino ad allora né di intervenire negli aspetti di gestione idrica e ambientale. Gli argini del Fiume Giallo, un tempo mantenuti con cura, furono abbandonati. Il Grande Canale, insabbiato, non trasportò più cibo verso il nord. Le foreste che ricoprivano le montagne dello Shaanxi e dello Shanxi furono sistematicamente distrutte, e l'erosione trasformò le pendici in burroni. I contadini persero alberi, acqua e soccorsi.
In India, seppur senza una tradizione statale simile a quella cinese, lo Stato Mogul aveva una politica che teneva in considerazione i flussi climatici ed erano previste misure di calmieramento dei prezzi e la proibizione delle esportazioni di grano nei periodi di siccità, mentre a livello locale esistevano strumenti di solidarietà atti ad affrontare queste crisi. Con l’arrivo degli europei – provenienti da un continente dove erano stati teorizzati i “diritti fondamentali” – tutto ciò terminò. L’impero britannico impose l’abolizione di antiche tradizioni locali che avevano consentito per secoli l’equilibrio ecologico. In India le foreste e i pascoli comuni venero recintati per stimolare la proprietà privata e venne impedito alle comunità nomadi l’accesso alle risorse naturali.
Lo sviluppo dei trasporti, infine, proprio come le più moderne teorie economiche e sociali, ebbe un effetto perlopiù catastrofico sulla gestione della crisi. La creazione di un mercato del grano sempre più rapido e globale fece in modo che la domanda proveniente dall’Europa avesse effetti quasi immediati sui prezzi del frumento in India. E gli stessi trasporti interni, che in teoria avrebbero dovuto semplificare l’invio di aiuti alle popolazioni affamate, servirono invece a rendere più efficiente lo sfruttamento coloniale, velocizzando le esportazioni e i movimenti dell’esercito britannico per sedare le proteste.
La nascita del Terzo Mondo
I popoli del mondo non rimasero a guardare di fronte alla morte imposta dalle assurde politiche liberiste: la Grande Siccità del 1876-78 e quella del 1896-1902 aprirono le porte a cicli di rivoluzione con effetti duraturi. Nell'India sud-orientale, a Poona, Vasudev Balwant diede vita alla prima forma di ribellione armata contro l'occupazione britannica ed è oggi considerato come il padre del nazionalismo radicale indiano. In Brasile, la Grande Seca alimentò il movimento messianico di Canudos (1893-97), dove migliaia di contadini senza terra si raccolsero attorno al predicatore Antonio Conselheiro, prima di essere massacrati dall'esercito brasiliano. In Cina, la carestia contribuì all'indebolimento della dinastia Qing e alla rivolta dei Boxer (1899-1901), un'insurrezione contadina che si scagliò contro l'imperialismo straniero e che fu repressa nel sangue da una coalizione di otto potenze occidentali.
Gli effetti delle siccità sul mondo moderno furono comunque profondi, al punto che secondo Davis è a partire dalla Grande Siccità che possiamo parlare di Terzo Mondo. Distruzione delle capacità produttive e delle capacità regolative degli Stati, degradazione delle reti commerciali interne all’Asia e all’Africa in favore del commercio europeo, completo controllo finanziario esterno, indebitamento, monocoltura, dipendenza dalle esportazioni, rafforzamento del latifondo, proletarizzazione e sottoproletarizzazione di immense masse di persone. Le basi del sottosviluppo contemporaneo presero piede (o si rafforzarono) per via del modo in cui l’Occidente gestì la crisi climatica.
La storia della Grande Siccità ci dice molto anche sul presente e sul futuro della crisi climatica in cui siamo immersi. Dal 1876-78 vi sono stati altri terrificanti fenomeni di siccità e carestia e sia nel 1997 che nel 2016 si sono registrati El Niño della potenza simile a quelli descritti da Mike Davis. Tuttavia gli effetti mortali (pur rilevanti) non sono mai più stati della stessa portata. Tutto ciò potrebbe essere visto positivamente, come una manifestazione di una maggiore capacità degli Stati di affrontare le crisi climatiche, ma i rischi derivanti da fenomeni di siccità simili a quelli del 1876 restano alti. Per affrontarli servono Stati capaci di poter agire rapidamente e in modo comprensivo senza dover badare ai vincoli finanziari esterni, serve la capacità di adattare la produzione di cibo alle necessità popolari, serve pianificazione e reti alimentarie interconnesse, serve solidarietà. La decisione se scegliere questa via o quella neoliberista (dottrina coerente con le quella che causò 60 milioni di morti tra il 1876 e il 1902) rappresenta l’oggetto di una delle grandi sfide del nostro tempo.