83 giorni di resistenza nella Rivoluzione dei Fenicotteri
Testimonianza dal cuore delle proteste a Tirana: la Rivoluzione dei Fenicotteri prosegue con la stessa energia del primo giorno
di Jurgen Shpërdhea
«È solo rumore». È stata questa la prima cosa che ho pensato quando, il 31 maggio, mi sono ritrovato in mezzo alla folla durante il primo giorno di protesta davanti alla Direzione di Polizia di Tirana. Non conoscevo nessuno, eppure quella folla mi fece sentire subito parte di qualcosa.
Cori come «Ju Erdhi Fundi», cioè «È arrivata la vostra fine», ed «Eja Mblidhuni Këtu», «Venite, radunatevi qui», davano a quella protesta un carattere diverso rispetto alle solite manifestazioni organizzate dalla politica. Poi partì un altro coro: «Rama n’burg, Berisha n’burg», «Rama in carcere, Berisha in carcere». Fu lì che qualcosa cambiò dentro di me. «Questo non è solo rumore», pensai. Erano persone che chiedevano il carcere per i leader di entrambi gli schieramenti. Due facce della stessa moneta arrugginita, entrambe da allontanare dalle stanze del potere. Capii che quello che stava succedendo era più grande delle proteste che avevamo visto fino a quel momento. Questa era una rivoluzione.
All’inizio nessuno sapeva come chiamarla. Poi sui social media iniziò a comparire il nome The Flamingo Revolution, la Rivoluzione dei Fenicotteri, e le persone che sostenevano la causa cominciarono a sostituire la propria foto profilo con l’immagine di un fenicottero a forma di pugno. La gente iniziò a portare manifesti e cartelli con i fenicotteri. La protesta stava prendendo forma e costruendo una propria identità. L’area di Vjosa-Narta ospita una moltitudine di specie selvatiche, tra cui fenicotteri rosa, chiurli maggiori, cavalieri d’Italia e altre specie minacciate, eppure furono proprio i fenicotteri a essere scelti come simbolo della rabbia contro il progetto di Jared Kushner nell’area. Una scelta quasi perfetta nella sua eleganza. L’Albania è sempre stata conosciuta come la terra delle aquile. Questa volta, però, le aquile portavano la bandiera nazionale accanto ai fenicotteri. Due simboli diversi, uniti contro un sistema che, per decenni, ha soffocato sistematicamente la propria comunità. Fu così che la protesta ebbe finalmente un nome: la Rivoluzione dei Fenicotteri.
I primi giorni furono, a dir poco, elettrizzanti. La folla si radunava verso le 18:00 in piazza Skanderbeg, nel centro della città, per poi marciare verso il boulevard Dëshmorët e Kombit, davanti alla sede del Primo Ministro. I cori diventavano sempre più forti, le richieste di dimissioni sempre più chiare e chi protestava diventava sempre più consapevole di ciò che era iniziato. Era la mobilitazione più decentralizzata che avessi mai visto. Dall’inizio alla fine del boulevard vedevo persone di ogni tipo, gruppi, cartelli, manifesti e cori. Questa non era la rivoluzione di qualcuno. Era una causa comune per la giustizia. Una causa comune per la libertà. Una causa comune per cambiare il sistema. Dopo un paio d’ore sul boulevard, la folla iniziava a marciare per le strade della città, bloccando il traffico, entrando nei bar per invitare le persone a unirsi, sedendosi agli incroci e mostrando una completa disobbedienza civile. L’energia era inconfondibile. La fiamma della rivoluzione si stava propagando.
All’inizio, l’establishment fece quasi finta che non stesse accadendo nulla. Le principali televisioni non trasmettevano le proteste. I personaggi pubblici tacevano. Dal potere non arrivavano comunicati significativi. Passarono così un paio di settimane. Poi il sistema cominciò lentamente a mettere in moto i suoi vecchi ingranaggi. Il Primo Ministro iniziò a sostenere che non esistesse alcun progetto, alcun piano, che non stesse succedendo nulla. La risposta fu una protesta ancora più forte.
Poi cambiarono tattica. Attraverso la sua macchina propagandistica, il Primo Ministro cominciò a fare mosse populiste e a prendere di mira singoli manifestanti che parlavano apertamente della rivoluzione, pubblicandoli persino sul proprio profilo Instagram, in quello che noi percepivamo come un tentativo di intimidirli. L’effetto fu l’opposto. Le persone si strinsero ancora di più le une alle altre. La rabbia e il desiderio di ribellione covavano da anni e finalmente stavano trovando una forma. La pressione non bastava più a fermarli.
La maschera del sistema era caduta. Il tendone di quello che consideravamo un circo politico durato 34 anni era crollato, i clown erano usciti allo scoperto e il pubblico poteva finalmente vedere il dietro le quinte: accordi che denunciavamo come criminali, nascosti dietro leggi che consideravamo antidemocratiche e contrarie agli interessi dell’Albania. A quel punto non si poteva più ignorare ciò che stava succedendo.
Anche gli albanesi della diaspora iniziarono a reagire con la stessa forza di chi protestava nel Paese. Il Parlamento aveva approvato norme come la Legge 21/2024, che consentiva investimenti privati su territori protetti. Per noi, il disegno di spartire l’Albania e consegnarne parti agli oligarchi era ormai evidente. Si tennero proteste a Monaco, Londra, New York, Boston, Parigi, Roma e in altre città del mondo. Il messaggio era uno: «Abrogate la Legge 21/2024». A questo si aggiungeva la richiesta di dimissioni del Primo Ministro e, soprattutto, il superamento dell’intero vecchio sistema politico.
A quel punto anche i media cominciarono a interessarsene, prima all’estero e poi in Albania. Le immagini della Rivoluzione dei Fenicotteri iniziarono a circolare oltre i confini del Paese. Era arrivato il momento di agire. La protesta diventò più organizzata. Manifestanti come me iniziarono a radunarsi anche durante il giorno davanti al Parlamento, lanciando uova contro le auto dei parlamentari che vedevamo passare. La resistenza attraversò il caldo dell’estate. Attraversò gli episodi di violenza della polizia. Attraversò i numerosi arresti ai quali assistemmo, lo spray al peperoncino e l’acqua utilizzata per disperdere la folla.
Eppure, la pacifica Rivoluzione dei Fenicotteri continuò. E continua ancora oggi.
Ottantatré giorni dopo, con la stessa energia del primo giorno.
Noi, il Popolo, siamo ancora qui. E siamo qui per dire a chi governa questo Paese che l’Albania non è in vendita.
Ora la nostra battaglia riguarda qualcosa di ancora più profondo: cambiare un sistema che consideriamo marcio fin dalle radici e costruirne uno nuovo, migliore e più giusto per tutti gli albanesi, indipendentemente dal luogo in cui vivono.
Perché dopo 83 giorni non siamo più soltanto una folla che protesta.
Siamo persone che hanno deciso di non andarsene.
Di non abbassare la testa.
Di non restare in silenzio.
Viva la Rivoluzione dei Fenicotteri.