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L'oblio non è un guasto della memoria: è una sua funzione. Il capitale l'ha trasformato in un servizio a pagamento
Alle sette e dodici del mattino il telefono vibra. Non è una sveglia, non è un messaggio. È una notifica che dice "Accadde oggi", e sotto, in un piccolo carosello ordinato, tre fotografie di cinque anni fa. C'è una persona che non c'è più, oppure una che c'è ancora ma non per noi. Nessuno ha chiesto quelle immagini. Nessuno ha deciso che stamattina fosse il momento buono per rivederle. Le ha selezionate un sistema di raccomandazione, con lo stesso criterio con cui sceglie il video da mostrarci dopo l'altro: la probabilità che restiamo a guardare.
Qualche giorno più tardi arriva una seconda notifica, meno poetica. Lo spazio è quasi esaurito. Quindici gigabyte, la soglia gratuita che Google condivide fra posta, documenti e fotografie dal 2013, sono pieni. Da qui in avanti si paga un canone mensile, oppure si comincia a cancellare. La scelta è formulata come una comodità. Le due notifiche arrivano dalla stessa infrastruttura e dicono due cose che vale la pena mettere una accanto all'altra. La prima: non ti è più consentito dimenticare. La seconda: ricordare costa, e si affitta.
Un organo che dimentica
La psicologia cognitiva di matrice industriale ha descritto per decenni la memoria come un archivio, e l'oblio come la sua avaria: informazione persa, capienza insufficiente, un difetto da compensare. Le neuroscienze degli ultimi quindici anni hanno smontato quel modello. Blake Richards e Paul Frankland, in un saggio del 2017 su Neuron che è diventato il riferimento del campo, hanno proposto di leggere la memoria come il risultato di due processi distinti e metabolicamente separati: la persistenza (persistence) e la transitorietà (transience). Non un archivio che si degrada, ma un sistema che decide, continuamente, che cosa lasciare andare.
I meccanismi sono documentati con precisione. Katherine Akers e colleghi, in uno studio del 2014 su Science, hanno mostrato che la neurogenesi ippocampale adulta, cioè la nascita continua di nuovi neuroni nel giro dentato, non aggiunge semplicemente capacità: riconfigura i microcircuiti esistenti e rende progressivamente inaccessibili le tracce episodiche precedenti. Altri lavori hanno identificato vie biochimiche di depotenziamento attivo delle sinapsi, dalla rimozione dei recettori AMPA all'attività della proteina Rac1, isolata nella Drosophila. Va detto subito, perché la prudenza qui è d'obbligo: si tratta in larga parte di ricerca su roditori e invertebrati, e il passaggio all'uomo resta un'inferenza, non una dimostrazione.
A che serve, tutto questo? L'ipotesi più interessante, e Richards e Frankland la presentano come ipotesi e non come fatto acquisito, prende in prestito un concetto dall'apprendimento automatico: il sovradattamento, l'overfitting. Un sistema che conservasse ogni dettaglio di ogni esperienza non diventerebbe più intelligente; diventerebbe incapace di distinguere il segnale dal rumore, e dunque di generalizzare, di astrarre, di prevedere. L'oblio, in questa lettura, non sottrae informazione: produce senso, eliminando le specificità scadute.
C'è una prova indiretta, e viene dai casi in cui il meccanismo si guasta per eccesso. Aleksandr Luria descrisse per trent'anni Solomon Shereshevsky, l'uomo che non riusciva a dimenticare nulla e che passava le giornate a inventarsi tecniche per cancellare, senza successo. Nel 2006 Elizabeth Parker, Larry Cahill e James McGaugh pubblicarono su Neurocase il caso della paziente allora nota come AJ, poi identificata come Jill Price: memoria autobiografica praticamente integrale, e un rapporto con essa descritto dalla paziente stessa come incessante, ingovernabile, sfiancante. Borges, che di questa vertigine aveva scritto nel 1942, la chiuse in una battuta del suo Funes: "la mia memoria, signore, è come un immondezzaio".
Una cautela necessaria, perché la scorciatoia è tentante: sarebbe sbagliato descrivere il disturbo da stress post-traumatico come un semplice fallimento dell'oblio. Il quadro clinico è più complicato, e coinvolge la frammentazione della traccia e i deficit di recupero contestuale, non solo la sua eccessiva vividezza. Che l'iper-persistenza costi qualcosa, però, è difficile da negare.
La memoria fuori dal corpo
Per tutta la storia umana precedente alla digitalizzazione, l'oblio è stato l'impostazione predefinita dell'esistenza, e il ricordo l'eccezione: costosa, mediata, deliberata. Serviva uno scriba, un ritrattista, una lastra, un archivio. Viktor Mayer-Schönberger, nel 2009, ha descritto con esattezza il capovolgimento: oggi la conservazione è automatica e gratuita al margine, mentre la rimozione è l'operazione difficile, opaca, spesso tecnicamente irrealizzabile. Non abbiamo potenziato la memoria; abbiamo invertito il rapporto fra due default.
Le proporzioni del fenomeno si possono solo stimare, e conviene dirlo con franchezza: le cifre che circolano su questo terreno provengono da analisti privati (Photutorial, Rise Above Research) che le ricavano modellando la base installata dei dispositivi, non da censimenti. Con questa riserva, si parla di circa due trilioni di fotografie prodotte nel mondo in un anno, più o meno cinque miliardi al giorno. Nessuna di quelle immagini è stata scattata per essere guardata: sono state scattate per essere sincronizzate.
Bernard Stiegler ha dato a questo passaggio il nome più preciso. Riprendendo la distinzione husserliana fra ritenzione primaria (la percezione del presente) e ritenzione secondaria (la memoria del vissuto), Stiegler chiama ritenzione terziaria l'esteriorizzazione tecnica della memoria in supporti materiali: la scrittura, la fotografia, il cinema, il server. Non c'è nulla di intrinsecamente sinistro nella ritenzione terziaria, che è coestensiva alla civiltà. Il problema è chi la possiede. Quando l'archivio della propria vita risiede in un'architettura privata che non si controlla, Stiegler parla di proletarizzazione della coscienza: la perdita del sapere di sé, la trasformazione del soggetto in terminale del proprio passato.
Quindici gigabyte
È qui che il discorso smette di essere una malinconia sulla tecnica e diventa economia politica.
I fatti sono pochi e verificabili. La soglia gratuita di quindici gigabyte, condivisa fra Gmail, Drive e Photos, è in vigore dal 2013. L'archiviazione illimitata in "alta qualità" di Google Photos, annunciata come illimitata e cancellata con un annuncio del novembre 2020, ha cessato di esistere il primo giugno 2021. Apple offre cinque gigabyte gratuiti, una cifra che non è stata rivista in oltre un decennio, mentre le fotocamere degli iPhone producono file sempre più pesanti. Samsung ha rimosso lo slot per microSD dai propri modelli di punta a partire dal Galaxy S21, presentato nel gennaio 2021. Nella earnings call di Alphabet sul quarto trimestre 2023, Sundar Pichai ha dichiarato il superamento dei cento milioni di abbonati a Google One. Nel Regno Unito, l'associazione dei consumatori Which? ha promosso davanti al Competition Appeal Tribunal un'azione collettiva contro Apple proprio sulle condizioni di iCloud.
Una precisazione, perché la tentazione di collegare questi fatti in un disegno è forte e va maneggiata con cura: che la rimozione delle memorie espandibili e l'aumento del peso dei file siano una strategia deliberata per costringere al canone è un'ipotesi interpretativa, contestata e non dimostrata. Le aziende offrono altre spiegazioni (impermeabilità, spazio interno, affidabilità) che non sono implausibili. Il punto, però, non richiede la prova dell'intenzione. Richiede solo di guardare l'esito: milioni di persone pagano ogni mese per non essere separate dalla propria biografia, e la separazione è tecnicamente a disposizione di chi incassa.
Shoshana Zuboff ha spiegato perché la cancellazione automatica sarebbe, per queste imprese, un atto autolesionistico. Il capitalismo della sorveglianza si alimenta di surplus comportamentale, cioè dei dati che eccedono il miglioramento del servizio e che vengono rivendicati come materia prima gratuita. Un oblio programmato distruggerebbe la materia prima. In termini marxiani, la memoria personale è stata sussunta nella categoria del capitale costante: lavoro morto, accumulato, che valorizza il lavoro vivo dell'apparato algoritmico e che oggi serve, sempre più, ad addestrare modelli.
Ma la forma dell'estrazione è cambiata, e Yanis Varoufakis ha proposto il vocabolario più efficace per descriverla. Non profitto ma rendita: cloud capital, cloud rent, e quello che lui chiama cloud serfs. Brett Christophers, in un lavoro meno citato e più rigoroso, definisce la rendita come reddito derivante dal controllo di un bene scarso o monopolizzato, e l'archiviazione in abbonamento con costi di uscita elevati rientra nella definizione senza sforzo. James Boyle aveva chiamato "secondo movimento di recinzione" la privatizzazione dei beni comuni informativi; qui il bene comune recintato è biografico. Aaron Perzanowski e Jason Schultz hanno documentato lo spostamento generale dalla proprietà all'accesso in licenza, e questa ne è la versione più intima: non si possiede più il proprio passato, se ne affitta la consultazione.
Che cosa accade quando il locatore chiude il rubinetto lo ha raccontato Kashmir Hill sul New York Times nell'agosto 2022. Un padre fotografa l'inguine gonfio del figlio piccolo per mandare l'immagine al pediatra durante la pandemia. Il sistema automatico di rilevamento di materiale pedopornografico di Google segnala lo scatto. L'account viene disattivato in via permanente: posta, contatti, numero di telefono, anni di fotografie. La polizia indaga e archivia, riconoscendo l'evidente uso medico. Google non riattiva l'account. Non c'è dolo in questa storia, e proprio per questo è istruttiva: descrive la condizione ordinaria di chi ha depositato la propria vita in un archivio di cui non ha le chiavi. In un altro pezzo di questa serie ho scritto che la nuvola pesa. Pesa anche in questo modo: nell'asimmetria fra chi può cancellare tutto in un istante e chi non può cancellare quasi nulla.
Il lutto che non si chiude
L'effetto più intimo di questa architettura riguarda la fine delle cose. L'elaborazione di una separazione, come quella di una morte, ha storicamente contato su un alleato silenzioso: il diradarsi progressivo dei riferimenti condivisi. Le fotografie in un cassetto si guardano quando si decide di guardarle.
Tara Marshall, in uno studio del 2012 su Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking condotto su 464 persone, ha rilevato che l'esposizione continuata al profilo di un ex partner si associa a livelli più alti di sofferenza, di desiderio residuo e di rabbia, e a una minore crescita personale. Va sottolineato che si tratta di uno studio trasversale e correlazionale: non dimostra che la sorveglianza produca il malessere, e la direzione causale potrebbe essere inversa o dipendere da un terzo fattore. Corina Sas e Steve Whittaker, in un lavoro presentato a CHI nel 2013, hanno mostrato un limite strutturale delle interfacce: gli oggetti fisici consentono gesti graduali, il logoramento, la distruzione rituale, mentre gli archivi digitali offrono soltanto la conservazione integrale o la cancellazione binaria, percepita come una violenza.
Sul versante neurologico è necessaria molta più cautela di quanta se ne trovi in giro. Lo studio di Helen Fisher e colleghi del 2010 sul Journal of Neurophysiology ha mostrato che guardare immagini di un partner che ci ha rifiutati attiva regioni cerebrali (area tegmentale ventrale, striato ventrale, corteccia orbitofrontale) che si sovrappongono a quelle coinvolte nella dipendenza. Sovrapposizione, non identità: la formula "il feed funziona come una droga" è un'analogia divulgativa, non un risultato sperimentale, e va usata come tale o non usata.
Resta il fatto materiale del riaffioramento non richiesto. Le retrospettive automatiche estraggono frammenti temporali e li presentano fuori da ogni controllo volontario, con un obiettivo dichiarato che è l'engagement. Carl Öhman e David Watson hanno calcolato nel 2019, su Big Data & Society, che i profili di utenti defunti su Facebook sono destinati a superare quelli dei vivi nel corso di questo secolo. Intorno a questa massa si è formata un'industria, quella della grief tech: avatar post mortem, ricostruzioni conversazionali, animazioni di volti fotografati un secolo fa. Il dolore, ultima materia prima disponibile, è entrato in catalogo.
E se l'oblio fosse anche un'arma?
Sarei disonesto se mi fermassi qui, perché la tesi che ho appena esposto ha controargomenti seri, e uno di essi è quasi fatale.
Il primo è di anzianità. Nel Fedro, Platone fa raccontare a Socrate il mito del dio Theuth che presenta al re Thamus l'invenzione della scrittura come rimedio (pharmakon) per la memoria, e fa rispondere al re che sarà invece un veleno: gli uomini smetteranno di ricordare dall'interno e si fideranno di segni esterni. Derrida ha costruito su quell'ambiguità un saggio intero. L'ansia per la memoria esteriorizzata ha dunque ventiquattro secoli, e questo dovrebbe rendere modesti tutti quelli che, come me, la ripropongono come diagnosi dell'epoca.
Il secondo è empirico. Lo studio più citato a sostegno della tesi dell'atrofia, quello di Betsy Sparrow, Jenny Liu e Daniel Wegner su Science nel 2011 sul cosiddetto "effetto Google", non ha superato indenne i tentativi di replica successivi, e va trattato come contestato. Non solo: una letteratura consistente sullo scarico cognitivo (cognitive offloading) suggerisce che delegare la memoria a supporti esterni è spesso una strategia adattiva, non un impoverimento. Aggiungo il caso che mi convince di più: il progetto SenseCam, e i lavori di Steve Hodges ed Emma Berry sulla paziente amnesica indicata come Mrs B, hanno mostrato che il lifelogging può sostenere la memoria autobiografica in chi l'ha perduta. Per chi convive con una demenza precoce, l'archivio permanente non è un pedaggio: è una protesi.
Il terzo controargomento è il più pesante, e ribalta l'intero impianto. L'oblio è anche il sogno di ogni potere. Jeffrey Rosen, già nel 2012, avvertiva che il diritto all'oblio europeo rischiava di diventare uno strumento di censura a disposizione di chi ha reputazione e avvocati. E il caso decisivo non è teorico: nel 2017 YouTube, applicando sistemi di classificazione automatica, rimosse migliaia di video che documentavano crimini di guerra in Siria, distruggendo prove che organizzazioni come Mnemonic e il Syrian Archive stavano raccogliendo. La persistenza, in quel caso, era la giustizia; la cancellazione, l'impunità.
Concedo tutto questo, e non per prudenza retorica. Ma resta un residuo che le obiezioni non toccano, ed è una questione di soggetto. Nessuno di questi argomenti dice che l'oblio debba essere impossibile per me e facoltativo per chi possiede il server. La domanda non è se ricordare più o meno, ma chi decide, per chi, a quali condizioni. E la risposta attuale è nota: la mia biografia è indelebile per il proprietario dell'archivio e revocabile su suo giudizio.
Un diritto che deindicizza
La risposta giuridica europea a questo squilibrio esiste ed è più fragile di quanto la sua fama suggerisca. Con la sentenza Google Spain del 13 maggio 2014 (causa C-131/12, promossa dal cittadino spagnolo Mario Costeja González), la Corte di giustizia dell'Unione europea ha riconosciuto che il gestore di un motore di ricerca è titolare del trattamento e può essere obbligato a deindicizzare risultati associati al nome di una persona. Il principio è stato poi codificato nell'articolo 17 del Regolamento generale sulla protezione dei dati.
Due limiti strutturali, però, vanno nominati. Il primo è la distinzione fra deindicizzazione e cancellazione: l'esercizio del diritto rompe l'associazione pubblica fra un nome e un indirizzo web nel motore di ricerca, ma non impone la distruzione del dato alla fonte né la sua rimozione dai magazzini proprietari, dove resta disponibile per l'analisi interna. Il secondo è geografico: con la sentenza Google LLC contro CNIL del 24 settembre 2019 (causa C-507/17) la Corte ha stabilito che l'obbligo non si estende a tutte le versioni mondiali del motore, lasciando la tutela aggirabile con un cambio di dominio.
C'è poi il nodo che mi pare il più politico di tutti. A soppesare se l'interesse pubblico all'informazione prevalga sulla riservatezza di un cittadino non è, nella pratica quotidiana, un giudice: sono le procedure e i revisori di una società per azioni. Uno studio presentato alla conferenza ACM CCS nel 2019 da Theo Bertram e colleghi, sui primi cinque anni di applicazione, ha misurato un tasso di deindicizzazione intorno al 43 per cento, con la larghissima maggioranza delle richieste presentate da persone comuni. La memoria collettiva è amministrata da un tribunale privato che pubblica le proprie statistiche.
Che il bilanciamento sia reale, e non retorico, lo dimostra il fatto che a volte pende dall'altra parte: nel luglio 2023 la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo, nel caso Hurbain contro Belgio, ha ritenuto compatibile con la libertà di espressione l'ordine di anonimizzare un articolo d'archivio. Un editore, quella volta, ha dovuto dimenticare.
Friedrich Nietzsche, in un testo del 1874 che sembra scritto per questa infrastruttura, aveva fissato il punto meglio di chiunque:
"È possibile vivere quasi senza ricordi, e vivere felici, come dimostra l'animale; ma è del tutto impossibile vivere senza oblio" (F. Nietzsche, Sull'utilità e il danno della storia per la vita, 1874).
Non è impossibile, a quanto pare. È soltanto diventato un servizio in abbonamento, con quindici gigabyte di prova gratuita.
Resta una cosa da chiedersi, quando la notifica arriva alle sette e dodici del mattino con le sue tre fotografie di cinque anni fa. Non se quel ricordo sia bello o doloroso, perché il sistema che l'ha scelto non fa questa distinzione, e in effetti non ne ha bisogno: gli basta che funzioni. La domanda è a chi appartenga la facoltà di chiudere quel cassetto. Perché una specie che ha impiegato milioni di anni a costruirsi un meccanismo per lasciare andare le cose se l'è visto disattivare in vent'anni, senza mai discuterne, e adesso paga un canone mensile per la versione di sé che non ha scelto di conservare.
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Riferimenti bibliografici
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Photutorial e Rise Above Research, stime sulla produzione fotografica globale 2024-2025
Alphabet Inc., earnings call del quarto trimestre 2023, dichiarazione di Sundar Pichai sui cento milioni di abbonati a Google One
Google, annuncio del novembre 2020 sulla fine dell'archiviazione illimitata in Google Photos, in vigore dal 1 giugno 2021
Which?, azione collettiva contro Apple Inc. davanti al Competition Appeal Tribunal del Regno Unito sulle condizioni di iCloud
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Foto: Frame da Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004) © Focus Features / Universal Pictures