Allora vai a vivere in Cina!
Il problema è che continuiamo a dare per scontato che il resto del mondo debba voler vivere esattamente come noi
di Oscar Monaco
"Sì, però alla fine mica vorresti vivere in Russia, in Cina, nei Paesi arabi eccetera. Se ti piacciono tanto, allora vai a viverci".
Una di quelle frasi apparentemente innocue che, proprio per la loro banalità, raccontano benissimo il livello sottoculturale del pensiero che le produce; perché dentro quella frase c’è un presupposto talmente enorme da non essere nemmeno percepito da chi lo pronuncia: che il resto del mondo, in fondo, voglia vivere come noi.
Non viene neppure contemplata l’ipotesi che un cinese possa considerare desiderabili alcune cose della propria società e contemporaneamente criticarne altre, che un russo possa avere un'idea della propria società diversa dalla nostra, che un indiano possa attribuire priorità differenti alle nostre, che un arabo possa non considerare il modello occidentale il punto terminale dell'evoluzione umana. No, il ragionamento è molto più semplice: se non vuoi vivere esattamente come noi, allora evidentemente sei un occidentale mancato, oppure sei un ingenuo, oppure sei vittima della propaganda.
La domanda "allora perché non vai a vivere in Cina?" è una forma di provincialismo culturale assoluto, perché assume che il luogo in cui noi viviamo rappresenti implicitamente il modello universale di vita desiderabile e che qualsiasi critica a quel modello debba necessariamente trasformarsi in una dichiarazione di appartenenza al modello opposto.
È lo stesso meccanismo per cui ogni volta che qualcuno mette in discussione un aspetto della società occidentale gli viene immediatamente chiesto se preferirebbe vivere sotto Putin, sotto Xi, in Iran, in Arabia Saudita. Come se l'unica alternativa concepibile fosse trasferirsi fisicamente dentro un altro sistema politico, e non fosse invece possibile osservare che una società diversa può avere qualcosa da insegnarci senza per questo dover essere assunta integralmente come modello.
Io posso trovare interessante una politica industriale cinese senza voler diventare cinese, posso ritenere idiota una determinata politica estera occidentale senza voler vivere in Russia, posso riconoscere il fallimento di una determinata costruzione sociale occidentale senza per questo desiderare di importare l'intero sistema sociale di un altro paese. È una cosa talmente elementare che dovrebbe essere superfluo persino spiegarla.
Questo è il prodotto di una cultura che per secoli ha universalizzato la propria particolare traiettoria storica, fino a trasformarla nella misura dell'umano. Noi abbiamo conosciuto una determinata forma di modernizzazione, una determinata forma di capitalismo, una determinata concezione dello Stato, della libertà, dell'individuo, del progresso e dei diritti e, progressivamente, abbiamo smesso di considerarle forme storiche determinate per cominciare a considerarle semplicemente la forma normale dell'esistenza umana.
Tutto ciò che si discosta da questa traiettoria diventa allora arretratezza, autoritarismo, propaganda, illiberalità, mancanza di modernità. Non viene quasi mai contemplata l'ipotesi più semplice: che esistano altri percorsi storici.
Il carattere suprematista di questa mentalità emerge persino quando chi la esprime sarebbe sinceramente indignato dall'accusa di suprematismo, non serve pensare che il proprio popolo sia biologicamente superiore agli altri, è sufficiente considerare la propria esperienza storica come implicitamente universale, il proprio modo di vivere come il punto di arrivo naturale e quello degli altri come una deviazione da correggere.
Il cinese, in questa rappresentazione, non può semplicemente essere cinese, deve essere un cinese che in fondo vorrebbe essere occidentale; il russo non può semplicemente avere una propria idea della società: deve essere un occidentale mancato oppure una vittima della propaganda. L'indiano non può elaborare una propria modernità: deve necessariamente essere diretto verso la nostra e se qualcuno mette in discussione questa narrazione, arriva immancabile il geniale "allora vai a vivere lì": una delle forme più infantili di argomentazione che esistano: se non ti piace casa "mia", vattene.
Nessuna analisi dei rapporti sociali, nessuna comprensione storica, nessuna curiosità per il modo in cui altre società organizzano la propria esistenza, soltanto la presunzione che il mondo sia diviso tra "noi", che rappresentiamo la normalità, e "loro", che devono ancora arrivare alla normalità.
Ed è precisamente questa la cosa che bisognerebbe iniziare a mettere in discussione: non l'idea che l'Occidente abbia caratteristiche specifiche, né che quelle caratteristiche possano essere considerate desiderabili da chi ci vive, ma l'idea infantile che il resto dell'umanità abbia necessariamente il nostro stesso desiderio storico.
Probabilmente il problema non è che i russi, i cinesi, gli indiani, gli arabi o chiunque altro non vogliano vivere come noi, forse il problema è che noi continuiamo a dare per scontato che debbano volerlo.