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L’altro Occidente, tra fanatismo apocalittico e scetticismo mediterraneo

12 marzo 2026

La memoria storica dell’Europa meridionale oltre il dogma del potere: la resistenza dei popoli contro il destino dei millenaristi USA

trump prega.jpg Riceviamo e pubblichiamo il contributo dell'amico Oscar Monaco

C’è un elemento della politica occidentale contemporanea che raramente viene discusso con serietà, perché tocca una zona che il pensiero europeo moderno ha imparato a rimuovere: la dimensione teologica del potere.

Eppure è difficile comprendere davvero la traiettoria geopolitica degli Stati Uniti senza riconoscere che il loro immaginario politico non è semplicemente liberale o democratico. È attraversato da una corrente religiosa potente, radicale e profondamente millenarista. Una corrente che vede la storia non come un processo aperto e interpretabile, ma come un copione già scritto.
Qui entra in scena il fenomeno del sionismo cristiano evangelico. Una parte significativa dell’America religiosa considera la nascita e l’espansione dello Stato di Israele non come un fatto geopolitico tra altri, ma come un passaggio necessario di una narrazione escatologica. Il ritorno degli ebrei nella terra biblica, il conflitto permanente in Medio Oriente, persino l’idea di una grande guerra finale: tutto viene inserito in un immaginario apocalittico che annuncia la fine dei tempi.

Questo non è folklore marginale. È una componente reale della cultura politica americana, una sensibilità diffusa tra milioni di elettori; una matrice che ha influenzato settori importanti dell’establishment politico e strategico.
Quando un potere imperiale inizia a leggere la storia come un processo escatologico, la politica smette lentamente di essere diplomazia e diventa missione.

La guerra non è più soltanto uno strumento di interesse. Diventa parte di una narrazione salvifica. Il conflitto viene interpretato come inevitabile. La mediazione come debolezza. La complessità come tradimento. In questo senso l’Occidente contemporaneo appare sempre più attraversato da una forma paradossale di teocrazia secolarizzata. Il linguaggio ufficiale parla di democrazia e diritti, ma sotto la superficie opera una struttura mentale che ricorda le antiche guerre religiose.
La storia viene trasformata in destino.

Ma qui emerge una differenza fondamentale all’interno dello stesso Occidente: l’Europa mediterranea possiede una tradizione completamente diversa. Le civiltà nate attorno al Mediterraneo hanno costruito per secoli una forma di razionalità scettica che non coincide né con il dogmatismo religioso né con l’ingenuità progressista. È la razionalità dell'antica Grecia e di Roma, ma anche di quel cattolicesimo storico che ha sempre diffidato delle letture letterali e apocalittiche della storia.

Nel mondo mediterraneo la verità non si presenta come una rivelazione definitiva che chiude il discorso, piuttosto come un processo interpretativo, ermeneutico. La storia non è un copione già scritto, è un testo che richiede interpretazione. Questo atteggiamento ha prodotto una cultura politica molto diversa da quella del protestantesimo millenarista statunitense. Dove quest’ultimo tende alla radicalizzazione morale, la tradizione mediterranea sviluppa prudenza. Dove uno vede battaglie finali tra il bene e il male, l’altro vede conflitti tra interessi e visioni del mondo che richiedono mediazione.

In termini filosofici potremmo dire che la verità, nella tradizione europea più profonda, non si impone come potere assoluto ma si indebolisce nel dialogo. Il senso non domina dall’alto, si apre nella pluralità delle interpretazioni.
Questa forma di “indebolimento” della pretesa assoluta della verità non è un segno di debolezza. È la condizione stessa della convivenza politica. Quando nessuna parte pretende di incarnare definitivamente il senso della storia, diventa possibile la diplomazia.

È possibilità storica per l’Europa mediterranea, una tradizione culturale che ha sempre vissuto nella pluralità dei mondi. Imperi, religioni, popoli, lingue diverse che si incontrano nello stesso spazio. Questa esperienza storica ha prodotto una virtù politica rara: lo scetticismo. Non lo scetticismo cinico che non crede in nulla. Ma quello classico che diffida delle verità assolute e preferisce la negoziazione alla crociata. Ma questa tradizione vive soprattutto nei popoli: la civiltà mediterranea ha sempre conosciuto una tensione feconda tra le élite che pretendono di possedere la verità e i popoli che, attraverso la loro esperienza storica, sviluppano una saggezza più prudente e più concreta. Il popolo invece vive nella storia reale, conosce il peso delle guerre, delle carestie, delle occupazioni; conosce la fragilità degli equilibri politici.

Questa saggezza popolare è sedimentazione storica che si manifesta nella forma della resistenza. Non solo come rivolta politica, ma come rifiuto di una visione totalitaria della storia. Durante il Seconda guerra mondiale, per esempio, la resistenza antifascista non fu soltanto il risultato di strategie militari o di decisioni delle dirigenze politiche. Fu anche l’espressione di una memoria storica più profonda.
In Italia, in Grecia, in Jugoslavia e in molte altre regioni europee, intere comunità popolari parteciparono alla resistenza perché riconoscevano intuitivamente il pericolo di un potere che pretendeva di incarnare una verità assoluta sulla storia.

Il fascismo e il nazismo erano, in fondo, forme moderne di religione politica. Pretendevano di possedere il senso ultimo della storia e di imporlo con la forza. I popoli mediterranei hanno spesso reagito a queste pretese con una forma di scetticismo attivo, non espresso in linguaggio filosofico, ma radicato in una cultura storica fatta di pluralità, compromessi, convivenze difficili.
In questo senso il popolo non è semplicemente una massa di manovra, è un deposito vivente di esperienza storica. È il luogo in cui la verità si indebolisce e diventa interpretazione condivisa.

Se il mondo contemporaneo sta davvero entrando in una fase multipolare, questa virtù mediterranea potrebbe tornare centrale, non solo geograficamente. In un sistema internazionale dominato da potenze che spesso interpretano la politica come scontro definitivo tra visioni del mondo, l’Europa del Sud potrebbe riscoprire una funzione diversa. Non quella di avamposto militare, ma di ponte.
Ponte tra mondi diversi, tra civiltà diverse, tra interpretazioni diverse della storia.

Perché quando la politica diventa teologia apocalittica, qualcuno deve ricordare una verità molto più antica.
La storia non è la rivelazione di un destino.
È un dialogo fragile tra interpretazioni del mondo.
E quando questo dialogo scompare, ciò che resta non è la salvezza.
È la guerra.

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