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Gli analfoliberali

17 giugno 2026

La crisi spirituale dell’Occidente e il collasso del pensiero critico nel nuovo libro di Kulturjam Edizioni

analfoliberali1.jpg di Alexandro Sabetti

C'è una sensazione che chiunque abbia provato a mantenere un pensiero critico negli ultimi vent'anni conosce bene: quella di vivere dentro una civiltà che parla incessantemente di libertà e progresso mentre pratica qualcosa di strutturalmente opposto. Non una tirannia dichiarata, niente di così riconoscibile. Qualcosa di più subdolo: una barbarie raffinata, digitalizzata, che si esprime nel linguaggio dei diritti e si muove con la logica della predazione.

È da questa sensazione che nasce Gli analfoliberali (Kulturjam Edizioni, 2026). Il libro parte da una tesi precisa: il neoliberismo non è soltanto un sistema economico. È diventato una forma mentale, una disposizione antropologica, un modo di percepire le relazioni umane in cui tutto si converte in competizione, tutto acquista un prezzo, nulla conserva un valore che non sia misurabile. Non nasce dai manuali di economia: nasce da una visione del mondo che ha colonizzato progressivamente il linguaggio, la politica, la cultura e persino la psicologia collettiva.

La crisi che attraversiamo non è quindi riducibile a dati macroeconomici o a tensioni geopolitiche. È una crisi della forma — nel senso preciso che Thomas Mann attribuiva al termine: la forma come capacità di mediare tra impulso e azione, tra reazione immediata e pensiero. Una capacità che la contemporaneità sembra sistematicamente smantellare. La politica occidentale reagisce, non delibera. Comunica, non governa. E quando la forma collassa, collassa con essa anche la possibilità di una classe dirigente capace di visione lunga.

Il libro attraversa questo terreno intrecciando geopolitica, comunicazione, cultura e costume — livelli che non sono più separabili. La guerra non si svolge soltanto sui fronti ucraino o mediorientale: è diventata il principio organizzatore della società contemporanea, il clima dentro cui vengono ridefinite le priorità, giustificati i tagli, normalizzata la censura, trasformata la paura in strumento di governo. Ogni crisi viene militarizzata, ogni dissenso trattato come minaccia, ogni conflitto tradotto in mobilitazione morale permanente.

Dentro questo rumore incessante, il libro prova a fare una cosa quasi sovversiva nella sua semplicità: rallentare. Perché il vero analfabetismo contemporaneo non è l'ignoranza delle informazioni — ne siamo sommersi — ma l'incapacità di costruire con esse un pensiero critico, storico, politico.

La metafora conclusiva è quella del petrolio: l'energia che ha costruito la modernità industriale nasce dalla decomposizione organica, da vita morta sedimentata e trasformata dalla pressione geologica. Abbiamo eretto il nostro progresso sulla combustione della morte. Pasolini lo aveva intuito in Petrolio, descrivendo una modernità mostruosa e delirante, incapace di distinguere tra sviluppo e predazione. La crisi che stiamo vivendo, sostiene il libro, non è soltanto economica o politica. È spirituale. E come tutte le crisi spirituali, riguarda prima di tutto il modo in cui guardiamo il mondo.

Gli analfoliberali | Capibara