Anselmo da Washington
L’Impero come prova ontologica: oltre la propaganda, si consuma un rito in cui la sconfitta è l’unico peccato inconcepibile
di Oscar Monaco
L’Impero funziona come la prova ontologica di Anselmo d'Aosta: il solo pensarsi come impero implica già la propria invincibilità, perché un potere che si riconoscesse come limitato cesserebbe immediatamente di essere imperiale. L’Impero non può concepire la propria sconfitta senza dissolversi, e quindi la rimuove, la nega, la trasforma in linguaggio.
È per questo che Donald Trump continua a ripetere di aver vinto in Iran mentre lo bussano come un tamburo, così come Joe Biden ha per mesi sostenuto che la Russia fosse ormai piegata in Ucraina, anche quando la realtà del campo di battaglia raccontava una storia molto diversa.
Il punto non è la menzogna, né la propaganda come semplice manipolazione. Sarebbe troppo facile liquidarla così, come se si trattasse di due vecchi leader in preda a deliri allucinatori: siamo davanti a qualcosa di più profondo e strutturale.
Il linguaggio imperiale non descrive il mondo, lo produce.
Quando l’Impero parla, non sta cercando di capire se ha vinto o perso; sta affermando che la vittoria gli appartiene per definizione, perché riconoscere la possibilità della sconfitta significherebbe riconoscere anche la propria finitezza storica, e un impero che si pensa finito ha già smesso di essere impero.
In questo senso, Trump e Biden non sono anomalie ma funzioni. Sono sacerdoti che operano all’interno di una vera e propria ontoteologia del potere, in cui l’essere coincide con l'impero, che coincide con la sua razionalità e necessità storica.
In questa distanza tra linguaggio e realtà si apre lo spazio della crisi: quando la ripetizione rituale della vittoria diventa sempre più insistente siamo già abbondantemente nel campo dell'esorcismo.