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Arcipelago Rosso. Intervista all'autore Nicola Tanno

di
Francesca D'Amato
Francesca D'Amato

Militante e studentessa di Cooperazione Internazionale. Le ingiustizie mi fanno arrabbiare.

29 aprile 2026

Lo sterminio impunito del 1965 e la fine del PKI: storia di un genocidio rimosso

arcipelago rosso bn.jpgArcipelago Rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968)” è un libro scritto da Nicola Tanno pubblicato il 20 marzo scorso da Mimesis Edizioni. L'autore affronta più di cinquant'anni di storia del Partito Comunista Indonesiano (PKI), il terzo più grande partito comunista al mondo del Novecento dopo quello sovietico e cinese. Partendo dalle lotte anticoloniali fino al suo periodo di massima ascesa, il libro si sofferma sulla sua tragica fine avvenuta tra il 1965 e il 1966 per mano dell'esercito di Suharto, con lo sterminio di almeno 500.000 militanti. Si tratta di un genocidio tutt'oggi impunito e ampiamente rimosso o distorto nella storiografia ufficiale indonesiana. A sua volta questo massacro ha offuscato la storia del PKI, un “gigante” dalle mille potenzialità e che merita di essere riscoperto. Abbiamo fatto qualche domanda a Nicola per saperne di più.

Il tuo libro tratta di un evento gravissimo ma nonostante ciò poco conosciuto, anche se paragonato ad altri avvenimenti simili. Come mai questo genocidio in particolare è finito nel dimenticatoio della storia?

È stato proprio il silenzio attorno a questi fatti a portarmi verso lo studio e la divulgazione della storia del genocidio anticomunista del 1965-66. Ci sono diversi fattori che hanno contribuito a rendere sconosciuta la vicenda, come per esempio le difficoltà della sua trasmissione da parte delle vittime, nonché le dinamiche che intercorrevano tra l'Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese. Per quanto riguarda il primo punto, dobbiamo tenere a mente la tragica particolarità di questo sterminio, e cioè che la destra indonesiana riuscì a distruggere completamente il partito, dai dirigenti, ai militanti fino ai semplici simpatizzanti e addirittura i loro familiari. Praticamente nulla è rimasto del PKI, di conseguenza poco o nulla è stato tramandato. Dobbiamo poi considerare le barriere linguistiche e culturali: l’indonesiano è una lingua sconosciuta al di fuori di quel paese e questo ha complicato la trasmissione delle informazioni. Il secondo aspetto, invece, ha riguardato l'avvicinamento del PKI a Pechino durante il conflitto sino-sovietico. L'URSS, a favore della coesistenza pacifica con gli Stati Uniti, riteneva che le posizioni dei comunisti cinesi e di quelli indonesiani fossero "avventuriste". Dal canto suo, il PKI mirava a tenere alta la tensione cosicché in Indonesia non si raggiungesse un accordo economico con gli USA. Per l'URSS la distruzione del PKI rappresentò una sorta di avvertimento ai partiti comunisti nel resto del mondo, un po’ come per dire "Guardate cosa succede a chi non è allineato con noi".

Vedi quegli stessi meccanismi deumanizzanti che hanno reso possibile il genocidio indonesiano (ad esempio la colpevolizzazione delle vittime) perpetrarsi ancora oggi, sebbene in contesti differenti?

Sì, vedo quegli stessi meccanismi perpetrarsi ancora oggi. In particolare l'anti-comunismo è tornato in auge con la destra trumpiana, come dimostra l’ostilità degli Stati Uniti verso i governi di sinistra in America Latina. Per anti-comunismo non intendiamo necessariamente – al contrario di quanto si potrebbe pensare – l’opposizione all’ideologia marxista, ma piuttosto l’allergia verso ideali che riguardano la democrazia e la solidarietà. Quello che dobbiamo tenere a mente è che il capitalismo, di per sé anti-democratico, non avrebbe conosciuto la democrazia senza la pressione del movimento socialista, che a sua volta ha spinto una parte del mondo liberale verso le proprie tesi. Credo che se oggi gli USA riuscissero a prendere il potere a Cuba o in Venezuela condurrebbero una vera e propria campagna di sterminio. Proprio come accade a Gaza o in Iran, la destra concepisce lo scontro esclusivamente come la distruzione fisica del suo avversario.

So che ti sei ispirato al celebre “Il metodo Giacarta” scritto da Vincent Bevins. In che modo ciò che successe in Indonesia, col contribuito degli Stati Uniti, divenne un modello operativo per la CIA?

Bevins ha avuto il merito di raccontare la Guerra Fredda non semplicemente come lo scontro tra due blocchi, ma piuttosto come una guerra mossa da una potenza – in questo caso gli USA – finalizzata a distruggere i movimenti socialisti e i popoli del Terzo Mondo avvalendosi degli eserciti locali. Si è trattato di una vera e propria campagna terroristica per annientare fisicamente i militanti di sinistra di tutto il mondo. La destra si è dimostrata fortemente “internazionalista”, a volte anche più della stessa sinistra: i fascisti cileni, per esempio, si sentivano legati all’esperienza indonesiana del 1965, al punto che prima della rimozione del presidente Allende avvenuta l'11 settembre 1973, comparve sui muri di Santiago de Chile una scritta minacciosa e profetica: "Giacarta sta arrivando".

Nel libro sottolinei come il PKI non fosse una semplice pedina di Mosca o di Pechino, ma un fenomeno "profondamente indonesiano". Qual è l'elemento culturale, storico o religioso che ha permesso al marxismo di affermarsi in Indonesia?

Ai tempi l’85% degli indonesiani seguiva l’islam. Questo convinse il PKI, benché ufficialmente ateo, a non alienarsi mai da questo grande segmento di popolazione, ma al contrario di intercettarlo attraverso un discorso che non fosse ostile alla religione. Addirittura, negli anni Venti del secolo scorso molti musulmani ritenevano che ci fosse coerenza tra i principi marxisti e quelli contenuti nel Corano, anche se purtroppo questo legame tra islam e comunismo si sarebbe deteriorato qualche decennio dopo. Ad ogni modo, l’elemento fondamentale che permise quella sinergia tra il PKI e le masse indonesiane fu il nazionalismo, in particolare il contributo che diedero molti dei suoi dirigenti nelle campagne contro i coloni olandesi, contro l’imperialismo americano e nella proclamazione dell’indipendenza indonesiana. Inoltre, il partito si spese molto per migliorare le condizioni di vita dei cittadini e lo fece non solo insegnando loro a leggere e scrivere, ma anche educandoli su quelli che erano i loro diritti – emancipazione femminile, cittadinanza etc. – all’interno di una società allora fortemente gerarchizzata.

Perché tutt’oggi rimane così difficile parlare del genocidio in Indonesia? Quali ostacoli affronta chi cerca di andare oltre la propaganda?

Ancora oggi continuano le campagne di manipolazione. Pensa che, per fare un esempio, gli studenti indonesiani per decenni sono stati costretti a guardare a scuola un orrendo film che criminalizza le vittime del genocidio indonesiano. Non solo, dal 1966 il comunismo è stato messo fuori legge nel Paese ed è reato la propaganda marxista. Vi sono alcuni gruppi che poco a poco cercano di rompere il silenzio, ma vengono ostacolati dal governo, da organizzazioni fondamentaliste islamiche e dallo strapotere ancora attuale dell’esercito, il quale ha avuto le maggiori responsabilità nel genocidio e che quindi non ha alcun interesse che se ne parli.

La strategia del leader del PKI D.N. Aidit si rivelò completamente fallimentare. Quali scelte avrebbero potuto prendere i dirigenti del PKI per cambiarne le sorti?

Naturalmente è sempre facile parlare col senno di poi, ma possiamo analizzare le circostanze in cui si trovavano i comunisti nel 1965. Il paese si trovava nella fase della “Democrazia Guidata”, dominata da due forze, Sukarno, capo di stato vitalizio, e l’esercito, che controllava la vita politica e economica del paese. Il PKI si trovava in una situazione particolare: pur essendo una grande forza popolare, non era né al governo (la cui entrata gli era negata dall’esercito) né all’opposizione. Inoltre, le elezioni non si tenevano da dieci anni. Il partito aveva puntato tutto sull’alleanza con la borghesia progressista ma la scommessa sembrava essere stata persa e il partito era di nuovo isolato da tutte le altre forze. A peggiorare la situazione c’erano poi il timore di un imminente colpo di stato anti-comunista e le pesanti difficoltà economiche che affrontava il Paese. In questo contesto, la strategia di Aidit fu quella di giocare d’anticipo accordandosi con alcuni ufficiali di sinistra affinché rimuovessero i generali di destra dalla cupola dell’esercito. Egli non si affidò, dunque, né ai suoi compagni né alle masse, ma scelse la segretezza e il puro verticismo. A seguito del fallimento dell’operazione, venne avviata la distruzione di tutto ciò che aveva costruito, senza alcuna capacità di resistenza. Vi erano alternative? Forse l’unica era quella di attendere il colpo di stato dei generali di destra, e in tal caso forse il PKI avrebbe potuto ripetere l’operazione messa in atto con successo nel 1951, quando a una stretta repressiva il partito reagì attraverso scioperi e sabotaggi.

Nella conclusione affermi che i dilemmi del PKI sono ancora attuali per la sinistra del nostro secolo. Quale lezione trarre dal fallimento dell'esperienza indonesiana?

Non c’è una risposta assoluta, né una lezione definitiva. Tuttavia, studiare la storia del PKI può esserci utile per individuare delle similitudini tra i grandi dilemmi della sinistra odierna e quelli a cui dovettero rispondere i comunisti indonesiani. Ad esempio, il rischio di trovarsi isolati o quello di prepararsi allo scontro con un nemico molto più forte. Ciò che secondo me possiamo apprendere da quell’esperienza è l'importanza di riporre fiducia nel proprio partito e nel suo corpo militante, credere nella democrazia e non lasciarsi ingannare da apparenti scorciatoie, marciando uniti verso un fine comune.