Argentina, l'offensiva estrattivista e la resistenza dei popoli nativi
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Le comunità mapuche contro la svendita dei territori: le denunce di un "embargo" silenzioso per piegare i popoli originari
Nella giornata di oggi, 4 settembre, si è tenuta una conferenza stampa online organizzata dalle comunità native e mapuche dell'Argentina. L'incontro, pensato per portare all'attenzione della stampa internazionale una crisi ambientale e umanitaria sempre più insostenibile, ha fatto il punto sui recenti fatti di cronaca che hanno visto protagoniste le popolazioni originarie (tematiche che abbiamo già affrontato nel dettaglio sulle pagine social e sul sito di Capibara Media). Alla convocazione, che ha visto la partecipazione trasversale di rappresentanti dal Nord al Sud del Paese, abbiamo preso parte per raccogliere le voci di chi sta resistendo in prima linea. Di seguito, una sintesi dei punti cruciali emersi dall'incontro.
La conferenza si è aperta con la lettura di un comunicato ufficiale, destinato a essere presentato alle autorità nazionali. Il documento mette a fuoco il ruolo devastante delle multinazionali, accusate di inquinare i territori e disperdere le comunità native, sottraendo loro le terre con pretesti legali e illegittimi. A seguito degli sgomberi forzati, intere comunità rischiano lo sfilacciamento, con la conseguente rottura dei tessuti familiari, culturali e sociali che da secoli le tengono unite.
Il fronte del Nord: la corsa al litio e le false promesse
Gli interventi delle comunità del Nord-Ovest argentino si sono concentrati sull'impatto dell'estrazione del litio. Questo minerale, considerato l'oro bianco per il futuro tecnologico e per la transizione energetica globale (di cui gli Stati Uniti sono un mercato particolarmente vorace), sta dettando l'agenda politica di Buenos Aires.
L'apertura di nuove miniere sta avendo effetti devastanti sul paesaggio, prosciugando le falde acquifere e distruggendo ecosistemi boschivi unici. Le comunità hanno smontato una per una le false promesse dello sviluppo: si continua a parlare di ricchezza che verrà redistribuita sul territorio, ma la realtà dei fatti dimostra il contrario. I profitti vengono estratti e fatti fuggire verso le sedi delle multinazionali asiatiche, europee, nordamericane e israeliane. Sul territorio, a conti fatti, rimangono solo scorie, falde contaminate, malattie e un passivo ambientale destinato a pesare per generazioni.
Il fronte del Sud: Patagonia, Mapuche e memoria storica
Spostandosi verso il Sud del Paese, la narrazione si è intrecciata con la storica rivendicazione del popolo Mapuche. Gli interventi dei Lof (comunità) Kinxikew e Melo hanno ribadito un concetto fondamentale: il legame ancestrale con la terra precede la nascita stessa dello Stato argentino. A riprova di ciò, sono state citate le testimonianze dei primi gesuiti giunti in quelle terre, che documentavano la presenza mapuche ben prima della colonizzazione statale.
Non è la prima volta che il padronato internazionale tenta di espropriare queste terre. La contesa ha radici profonde, risalenti a prima del 1911, all'epoca dei nonni degli attuali relatori. Già allora, investitori belgi operavano come oligarchi sui territori mapuche, con la complicità dei vari governi argentini, in particolare durante le dittature militari. Oggi, il modello si ripete con nuovi attori globali.
Le politiche di Milei: l'assedio silenzioso
Il denominatore comune tra Nord e Sud è la generale avanzata del capitalismo estrattivista, attuata in palese violazione della Costituzione e delle leggi a tutela dei popoli originari. Sebbene la pressione sui nativi in Sud America sia una costante storica, negli ultimi anni si è registrata un'impennata senza precedenti, accelerata dalle politiche dell'attuale governo di Javier Milei. La scelta del presidente di aprire indiscriminatamente ai capitali esteri, svendendo il patrimonio naturale ed ecologico nazionale, sta producendo effetti catastrofici.
Nonostante le numerose azioni legali intraprese, le autorità sembrano prediligere la tutela degli investitori stranieri, anche a fronte di nuove normative emanate ad hoc. Le comunità, in particolare quelle del Nord, denunciano una forma di violenza istituzionale: un vero e proprio "embargo" mirato a spingerle all'abbandono dei territori.
Si registra il negato accesso all'acqua, all'energia e al gas, beni che lo Stato dovrebbe garantire. In altri casi, le tariffe o i requisiti di accesso vengono alzati artificialmente fino a rendere impossibile la sopravvivenza della popolazione locale. A questo si aggiunge una guerra burocratica contro l'agricoltura e la pastorizia tradizionale, con limiti legali che rendono sempre più difficile, se non impossibile, la transumanza dei bovini e la sussistenza tradizionale.
Molti interventi hanno infine evidenziato l'ipocrisia e l'illegalità di molte concessioni territoriali. L'Argentina, storicamente incapace di sviluppare una solida industria nazionale, si è ridotta a una sorta di "monocoltura di esportazione" legata di volta in volta alle brame del mercato internazionale (dalla carne e il cuoio di un tempo, al litio e agli idrocarburi di oggi).
Tuttavia, buona parte degli accordi stipulati con le multinazionali sono viziati da illegalità. Come sottolineato dai relatori, le leggi nazionali vietano espressamente la vendita o la concessione a cittadini stranieri di terreni situati in prossimità dei confini (come quelli con il Cile) o all'interno di aree protette e parchi naturali. Ciononostante, la fame di capitali esteri sembra aver spinto le istituzioni a chiudere un occhio, se non entrambi, sulla sovranità nazionale e sui diritti umani.
La situazione si segnala in ulteriore aggravamento data la volontà del governo di Milei di porre in atto una legge sull'inviolabilità della proprietà privata, che in finale tutelerà solo i grandi possidenti e gli investitori esteri, a discapito dei popoli originari.