L’arma del lockdown energetico nella strategia USA
Veneto, nobile decaduto e in lotta col mondo, ma soprattutto col panturanismo del Germani.
Dalla crisi dell’Opec al riposizionamento globale: come gli USA usano il petrolio per rimpicciolire il mondo
Il comportamento di Trump in Iran, a prima vista sconsiderato e non coerente, ha fatto nascere in alcuni ambienti un concetto nuovo che tenta di spiegare la strategia USA in Medio Oriente: il lockdown petrolifero.
Sulle prime mi ero trovato a disagio a immaginarlo, anche perché sparato dai soliti complottisti esagitati, che vedono l'inizio e la fine di un fenomeno ma non ti spiegano mai il tragitto, anche perché sostituiscono al metodo empirico il magismo. Come per scendere dalla montagna per andare a valle: puoi prendere gli sci, evitare gli alberi i sassi, vedere il paesaggio ed infine arrivare in fondo...certo, il mainstream ti presenterà la pista facile per andare al rifugio a bere invece che a valle, ma dall'altra parte il complottista si butta a valanga e rotola. Alcuni arrivano a valle, ma senza vedere la strada, senza contare quelli che si smaltano sui pini. In effetti dire “mandiamo la Terra in crisi, così il dollaro sta a galla assorbendo capitali extra americani e gli USA giubilano”, oggettivamente, presentava alcune falle e bug nel processo di ideazione.
A ben guardare però, incrociando la supposta tattica di riduzione della disponibilità di idrocarburi con la necessità degli USA di fare una manovra rapida e ardita di ricollocamento nazionale e salvataggio dell'egemonia, la teoria sembra meno ardita. Probabilmente hanno fatto il conto che perso per perso possono resistere a una traversata del deserto di alcuni mesi coi prezzi alti degli idrocarburi, ma poi la crisi economica mondiale provocata dalla carenza di petrolio ridurrà la domanda e quindi i prezzi. La crisi mondiale colpirà poco gli USA che sostanzialmente non esportano prodotti finiti (così stavolta vedremo davvero una pompa di benzina con le atomiche) e al contempo i bassi prezzi del carburante li faranno politicamente respirare all’interno. Certamente il crollo economico azzopperà gli alleati USA, ma questi sono pure i clienti della Cina e ciò la colpirà direttamente nella quota di esportazione.
Accanto a ciò il calo dei prezzi dei carburanti sul medio periodo e la promossa rottura del cartello Opec, cercata con ferocia dagli USA - vedasi Venezuela (nei fatti) ed Emirati (formalmente) - segnerà le ore per il bilancio russo e al contempo castigherà i tentativi autonomistici dei sauditi. Nello stesso tempo è pure razionale l'idea della fuga dei capitali dai vassalli americani, e non solo da loro, verso Washington - perché i possessori di capitali e i fondi cercheranno una via di fuga remunerativa all'asfittico mercato domestico.
La strategia americana è un colpo di dadi che prevede di rimpicciolire economicamente il mondo, quindi proporzionalmente diventando più grandi, e di spaccarlo in zone economiche isolate più facili da gestire. Si tratterebbe di un nuovo metodo per realizzare la supposta ritirata imperiale, che non sarà geografica, come si era immaginato. In una prima fase prevede una disarticolazione o indebolimento dei concorrenti (e anche dei non concorrenti), per rendere l'egemonia più salda senza la necessità di assidua presenza in ogni luogo come ora.
Perché parlo di tiro di dadi? Perché il sistema ideato presenta fragilità: basterebbe che i vassalli aprissero agli idrocarburi solo politicamente indisponibili o qualcuno sbloccasse il contro blocco USA ad Hormuz, oppure creasse vie alternative verso la Cina. Magari i vassalli facessero l'impensabile (cioè sbloccare le importazioni di energia e bloccare l'export di capitali)...ma questa sarebbe la prova del nove per distinguere l'agente coloniale dal governante di un paese libero.
Per quanto riguarda l'uscita dall'Opec degli Emirati Arabi Uniti, questa è una scelta di politica internazionale e non economica. Il discorso di approfittare dei prezzi è fuori questione: dal Golfo non passano e se si azzardano ad usare altre vie potrebbero succedere "incidenti" con gli iraniani o problemi coi sauditi. Gli Emirati si affidano in tutto e per tutto agli USA per la loro esistenza, soprattutto ora che le loro carte sono scoperte e non possono più fare i finti terzi, in più lo swap offerto dalla Federal Reserve va pagato. Washington non fa niente per niente, l'uscita era un pegno da pagare.
Per un produttore far morire i cartelli è un cattivo affare: se vendo 2 a 10, che guadagno avrei a vendere 4 a 5 a fronte di spese di trasporto e produzione maggiori? Sforare il cartello per mangiare i margini è piratesco ma razionale, e le uscite di paesi minori come l’Angola si inscrivono su questa linea. Ma mettersi contro per farlo crollare non ha ratio economica, ma solo politica.