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Artemis e la Luna: torniamo davvero per restare?

di
Alessandra Caraffa
Alessandra Caraffa

Space enthusiast ma con calma.

10 aprile 2026

Un paio di riflessioni non richieste su Artemis II, una missione che interroga le tecnologie della NASA e una certa idea di esplorazione spaziale

artemis ii braids.jpg Se lo scudo termico della navicella Orion avrà cura di loro, se la nuova traiettoria di rientro si rivelerà una precauzione sufficiente, stasera (notte) vedremo tornare sulla terra i quattro astronauti che hanno raggiunto il punto più distante dal pianeta mai toccato da un essere umano. Non hanno mai messo piede sulla Luna, non era questo lo scopo della missione Artemis II. L’hanno guardata da vicino, però. Come fecero Frank Borman, James Lovell e William Anders durante la missione Apollo 8, del 1968, la prima con equipaggio umano a lasciare l’orbita terrestre. Allora, il giorno della vigilia di Natale, venne scattata la celebre foto Earthrise, la prima foto della Terra tutta intera scattata da un umano, da quasi 400mila chilometri di distanza. “Siamo partiti per esplorare la Luna e invece abbiamo scoperto la Terra”, osservò Anders, l’autore dello scatto.

Anche i quattro astronauti della missione Artemis II hanno guardato indietro verso la Terra. Appena dopo la manovra di iniezione translunare (TLI) - cioè un attimo dopo aver lasciato l’orbita terrestre, ormai casa stabile degli umani da oltre 25 anni. Il risultato è un’immagine molto simile a Blue Marble, altra famosissima foto del pianeta blu scattata il 7 dicembre 1972 dall'equipaggio dell'Apollo 17. Stavolta, però, la Terra non è illuminata da Sole, ma dalla Luna piena: si vedono le stelle, Venere, le luci delle città nordafricane, le aurore boreali, lo strato di sodio su cui vanno a schiantarsi i meteoriti, l’estensione dell’atmosfera - quello che separa il mondo della vita dal resto dell’Universo. L’hanno chiamata “Hello, World!”, come un qualunque primo post su un blog Wordpress qualsiasi. Come il prototipo della prima parola digitale, quella che si usa per verificare che tutto funzioni. SLS, in effetti, ha funzionato. La capsula Orion, al netto dei problemi col bagno e con Microsoft, sta funzionando. Alcuni, quaggiù, potrebbero esserne sorpresi - eppure va tutto benissimo. Il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e gli specialisti di missione Christina Koch e Jeremy Hansen, astronauta canadese al suo primo volo spaziale, sembrano entusiasti, più che tranquilli. Come gli altri prima di loro.

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Futuri allunaggi, Artemis II e lo scudo termico

Le missioni del Programma Artemis, che porteranno i prossimi astronauti occidentali sulla Luna (a quanto pare ci sarà anche un italiano), hanno un profilo di rischio di cui non si parla volentieri. In un recente rapporto dell’Office of Inspector General (OIG) della NASA si dice che c’è un rischio di 1 su 30, oltre il 3%, di perdere l’equipaggio durante il prossimo allunaggio, previsto per il 2028. È un livello di rischio molto più alto di quello dei voli “maturi” dello Space Shuttle e quasi paragonabile a quello delle missioni Apollo. Oggi, lo standard della NASA indicherebbe come accettabile un rischio di 1 su 270.

Anche senza allunare, però, i rischi non mancano. I quattro di Artemis II, già in traiettoria di rientro, stanno per affrontare un tuffo dentro l’atmosfera terrestre che metterà a dura prova lo scudo termico della navicella Orion. Dopo la missione Artemis I senza equipaggio, nel novembre 2022, la NASA fu aspramente criticata per aver glissato sulle condizioni di Orion dopo il rientro. Prima di ammettere che il problema fosse serio la NASA ha aspettato più di un anno. Poi ha pubblicato le foto che mostravano i blocchi di Avcoat che rivestono il guscio in titanio della navicella e che dovrebbero consumarsi in modo uniforme (ablare) durante il rientro creando uno strato protettivo che isola la capsula. E ha ammesso che, in oltre 100 punti, il materiale si era staccato in grossi pezzi invece di polverizzarsi gradualmente, lasciando dei solchi profondi sulla superficie dello scudo e addirittura modificando il profilo aerodinamico della capsula durante il rientro. Il report dell’Independent Review Team che avrebbe dovuto rispondere alla preoccupazioni del pubblico per questo “inconveniente” è stato pubblicato nel dicembre 2024, ma in una versione fortemente censurata: la NASA ha oscurato le tabelle che indicano lo spessore residuo dell'Avcoat nei punti in cui si è verificato lo spalling ed eliminato quasi per intero le simulazioni sui guasti catastrofici. Ha inoltre elegantemente omesso le osservazioni di un paio di membri del pannello di esperti che avevano lavorato al rapporto e che avevano espresso forti riserve sul far volare Artemis II senza modifiche sostanziali allo scudo termico di Orion. Risultato: i quattro astronauti saranno protetti dallo stesso heat shield. Non si poteva aspettare. Piuttosto, si tenterà un profilo di incursione diverso, senza rimbalzo, che ridurrà leggermente la permanenza della navicella alle temperature estreme del rientro atmosferico ma la costringerà a sopportare lo stress termico senza pause. Il momento più critico, quello in cui Orion sarà esposta a temperature di quasi 2.800 °C e una cortina di plasma impedirà ogni comunicazione con gli astronauti, durerà all’incirca 7 minuti.

Perché gli USA devono tornare sulla Luna (prima dei cinesi)

Ma quindi perché? Perché esporre gli astronauti a un rischio così alto? Perché superare tutti i budget immaginabili per un programma spaziale senza pace che mette insieme pezzi dello Space Shuttle, la Starship di Elon Musk e un branding che ancora fatica a creare una certa suggestione diffusa? Quello che non si può far a meno di notare è l’impazienza che si respira attorno all’affaire Artemis. Ma c’è una differenza sostanziale tra gli allunaggi di cinquant’anni fa e quello che stiamo facendo oggi: stavolta la competizione per il primo passo sulla Luna non è soltanto una questione di reputazione. Stavolta, la NASA lo ripete di continuo, “torniamo per restare”. Torniamo per stabilire una presenza sulla Luna, che servirà come avamposto per l’esplorazione di Marte, e per sfruttare le sue risorse naturali - soprattutto ghiaccio d’acqua, forse la regolite, forse l’elio 3. Chi arriverà per primo deciderà i giochi. Non c’è diritto internazionale né consuetudinario che tenga: l’Outer Space Treaty, che esclude la possibilità di appropriarsi di un pezzo di Luna, è troppo vago per impedire una guerra coloniale vecchio stile; il Moon Treaty, che sarebbe più esplicito e adatto al contesto, è stato ratificato solo da Paesi che a malapena hanno un programma spaziale. E durante i suoi due mandati da Presidente, Trump ha firmato almeno un paio di ordini esecutivi che incoraggiano esattamente l’appropriazione delle risorse lunari da parte di soggetti privati statunitensi. Ecco perché bisogna arrivare per primi.

L’esplorazione, stavolta, non c’entra niente. Non siamo più viandanti tra i viandanti. E non è più la speranza a guidare il nostro (di noi occidentali) sguardo su nuovi mondi, ma uno slancio prosaico e crepuscolare che presto o tardi reclamerà il suo posto nella narrativa del ritorno sulla Luna - nonostante la solita retorica sentimentale della NASA.

La stessa sera del lancio della missione Artemis II, Trump ha tenuto un discorso alla nazione sull’Operazione Epic Fury. Quando ha espresso l’intenzione di distruggere “un’intera civiltà” in una notte se l’Iran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz, la capsula Orion aveva da poco lasciato il lato nascosto della Luna per tornare verso casa.

Guardando in su, non resta che sperare che tutto funzioni. Scendendo sulla Terra, verrebbe da rievocare la domanda che forse tutti si facevano nel 1972, quando si poteva ancora credere che l’esplorazione della Luna non sarebbe finita con la missione Apollo 17:

“Chi accoglieranno, un domani, i corpi celesti a cui noi oggi guardiamo con speranza, i profughi di un’immane disfatta o le avanguardie di una gente che ha saputo darsi pace, ordine e laboriosa serenità?” (F. Ogliari, Il Libro dell'Astronautica, De Vecchi ed., 1972)

Mancano ancora diversi anni al momento in cui potremo dare una risposta, e soltanto poche ore all’ammaraggio della capsula Orion nell’Oceano Pacifico. Una cosa, però, la sappiamo già: durante il rientro di stasera ci aspettano 7 minuti molto lunghi, perché quando si tratta di mandare degli esseri umani nello spazio anche la scienza richiede un atto di fede.