Bazar International (Parte 1)
Studioso di relazioni internazionali con focus su integrazione eurasiatica e mondo russo, laureato in Mediazione linguistica e culturale con tesi sul conflitto nell' Ucraina orientale quando era ancora quello del 2014/15. Attivista e cercatore da sempre.
Uno sguardo disincantato alla diplomazia internazionale di inizio Febbraio
Mentre l’Occidente collettivo è impegnatissimo nel cercare di ignorare la portata degli “Epstein files” e dell’impronta che le proprie classi dirigenti (chiamarle élites appare ogni giorno più fuori luogo, anche usando un autotreno di virgolette) hanno dato al mondo intero, è il caso di spendere qualche parola sull’attività diplomatica intorno a due delle principali aree di conflitto internazionali.
Stiamo parlando, ovviamente, dell’Iran e dell’Ucraina. Senza dimenticare che sullo sfondo abbiamo un’America che si confronta con una forte instabilità politica interna e con una crisi economica strutturale. Entrambi questi aspetti condizionano la politica estera statunitense in una misura che probabilmente non afferriamo ancora pienamente. Non avendo lo spazio per approfondirli, contentiamoci qui di considerare quanto segue tenendo a mente due elementi.
Il primo è il livello di scontro politico in seno agli Stati Uniti, combinato col costante calo di consenso del presidente Trump, nella prospettiva delle elezioni di metà mandato che si terranno a Novembre.
Guai ai vinti, si rischia grosso.
A questo proposito, conviene tenere comunque presente che il fetore putrescente degli Epstein files e il peggioramento costante delle condizioni di vita e della società statunitense acuiscono una crisi di legittimità che dura da anni e non riguarda solo il presidente, ma tutto il mondo politico e i circoli di potere, indipendentemente dal partito o fazione di appartenenza. I quali, oltretutto, cercano per buona misura di conservare il proprio elettorato e status delegittimandosi ulteriormente a vicenda, dandosi l’un l’altro la colpa di tutto.
Il che finisce per essere il classico lemure che si morde la coda peggiorando costantemente il problema, ma diamine, cosa ci possono fare loro se non se ne trova uno pulito neanche con lo scandaglio, dopotutto devono pur vivere!
Il secondo elemento è la necessità dell’ex superpotenza egemone di trovare un assetto che sostenga un’economia già fortemente deindustrializzata e, in parte, sorpassata o comunque messa a dura prova da concorrenti internazionali più forti che mai.
Tutto nel contesto del declino del dollaro come valuta di riserva globale (prevalentemente il fatto che il mondo commercia sempre più usando le valute nazionali e finanzia sempre meno il debito pubblico americano per il solo fatto di vendere o acquistare petrolio vincolato al dollaro sin dall’origine) e di una probabile crisi finanziaria incombente.
Fatta questa premessa, diamo uno sguardo ai due teatri separatamente.
Qui potete trovare il precedente articolo sulle rivolte in Iran all’inizio di Gennaio.
Parte 1: Iran
A quanto ci sembra, più che un vero negoziato, nel migliore dei casi è una discussione preliminare per vedere se e quanto si potrà negoziare davvero. Gli Stati Uniti pubblicamente fingono di voler negoziare sul programma nucleare, ma ciò che vogliono davvero è il solito cambio di regime, il crollo della Repubblica Islamica e l’instaurazione di un governo fantoccio. Sono disposti ad avere un percorso a tappe per arrivarci, ma alla fine non accetteranno nulla di meno.
Le loro richieste, articolate anche da Israele, dicono tutto quello che c’è da sapere sulle loro intenzioni.
Secondo loro, l’Iran dovrebbe:
- rinunciare al proprio programma missilistico, ovvero al cuore della propria deterrenza militare e chiave del loro sistema di difesa;
- ridurre le proprie scorte di Uranio arricchito;
- smettere di arricchirne altro;
- smettere di sostenere i propri alleati regionali, ovvero tutto il cosiddetto “Asse della Resistenza”.
Tutto questo, tradotto in pratica, significherebbe rinunciare alla possibilità di potersi difendere da un attacco che sanno che arriverà e consegnare a Israele la libertà di fare ciò che vuole, quando e dove vuole, nella regione.
Gli Iraniani si dichiarano pronti a negoziare, ma solo sull’entità del loro programma nucleare e non si fidano degli Stati Uniti, che li hanno presi in giro usando i negoziati per coprire il lancio dell’attacco del 12 Giugno scorso.
Sanno a cosa questi puntano in realtà e sanno anche che la rimozione delle “sanzioni” americane è un miraggio, la dirigenza americana non sosterrà mai un provvedimento di questo tipo finché la Repubblica Islamica non sarà capitolata, proprio come è avvenuto con la Siria.
Il costoso bastone, ovvero le forze navali, aeree e missilistiche che gli USA stanno accumulando nella regione, può infliggere gravi danni, distruggere cose e uccidere molte persone in Iran, ma non può di per sé provocare un cambio di regime e, di contro, offre numerosi e prestigiosi bersagli alla risposta iraniana ad un eventuale attacco.
Bisogna ricordare che l’Iran, tra i due, ha una capacità molto superiore di assorbire le perdite, perché si gioca la propria esistenza come stato sovrano.
L’America, al contrario, deve fare i conti con un’opinione pubblica fortemente avversa ai caduti in operazioni all’estero, soprattutto in una quantità come quella che risulterebbe da un conflitto del genere. Inoltre, qualunque esito all’infuori del cambio di regime a Tehran sarebbe per lei una sconfitta, indipendentemente da quanti Iraniani dovesse riuscire a eliminare, affamare o lasciare senza acqua, luce o gas. A questo si deve aggiungere il danno di immagine e commerciale che conseguirebbe dal dimostrare al mondo che le costosissime armi americane non sono in grado di sconfiggere o piegare un nemico non di pari livello e strangolato da oltre quarant’anni di “sanzioni”.
Israele subirebbe danni tali da poterne potenzialmente compromettere l’esistenza come stato, ad opera dell’arsenale missilistico iraniano ed è realistico pensare che se la sua esistenza fosse a rischio userebbe le armi nucleari, che però non gli darebbero comunque la vittoria.
Sembra che Trump si sia infilato in una situazione veramente difficile: non vuole ritrovarsi in una guerra estesa, prolungata e senza garanzie di vittoria (anzi!), ma non può nemmeno ritirarsi senza avere ottenuto nulla senza far fare una tremenda figuraccia agli Stati Uniti.
Infine, se l’Iran dovesse effettivamente chiudere lo Stretto di Hormuz, le conseguenze per la finanza e quindi per l’economia mondiale sarebbero catastrofiche e ben al di là dell’aumento del prezzo del petrolio, a causa del crollo di migliaia di miliardi in titoli derivati.
Tuttavia, ci sembra che qualcosa sfugga spesso, anche per chi considera correttamente i rapporti di forza e i danni che ciascuna delle due parti può infliggere all’altra. Si parla infatti spesso come se le due sole opzioni possibili fossero pace e accordi raggiunti o guerra aperta.
È vero che l’Iran ha già chiarito che considererà anche un attacco militare limitato come l’inizio di una guerra a tutto campo e risponderà di conseguenza, attaccando immediatamente forze e interessi americani in tutta la regione nonchè Israele, privando così gli Stati Uniti di questa opzione, ma:
- la crisi economica esasperata dall’attacco alla valuta nazionale, dalle sanzioni dirette e secondarie e dall’isolamento dai mercati internazionali continua a mordere e gli effetti si accumulano nel tempo. Per questa crisi, anche con un aiuto importante da parte degli alleati, non ci sono soluzioni rapide o facili;
- i danni economici e materiali causati dalle rivolte di inizio Gennaio restano;
- i sabotaggi e gli incendi ad opera di forze speciali infiltrate e gruppi armati interni possono continuare anche per molto tempo, al netto del lavoro del controspionaggio;
- una prolungata situazione di alta tensione può, col passare delle settimane e dei mesi, logorare la prontezza e l’efficacia delle forze armate e aumenta ulteriormente i costi che la Repubblica Islamica deve sostenere;
- la stessa tensione prolungata può indurre al tradimento parti dello Stato o della società. Certo, la maggioranza della popolazione attiva ha espresso sostegno alla Repubblica, dopo il Conflitto dei 12 Giorni di Giugno e i massacri di Gennaio, e compattato sia la classe politica che buona parte dell’opinione pubblica, ma l’Iran resta comunque un paese con le sue divisioni interne, incluse quelle tra anti-imperialisti e filo-occidentali e tra secolaristi e clericalisti;
- una lunga crisi economica può anche aprire la strada alla corruzione di personaggi importanti. Anche qui, l’esperienza siriana insegna: dopo aver vinto la guerra, la Siria ha perso la pace a causa delle sanzioni e dell’occupazione (da parte sia di potenze straniere che di loro proxy, come Curdi e jihadisti) di parti del paese ricche di risorse, fattori che hanno strangolato l’economia, ridotto gran parte dell’esercito a gente col cartellino del prezzo attaccato all’uniforme e, di fatto, portato alla caduta della Repubblica;
- l’attuale situazione crea un terreno in cui sono possibili provocazioni e attacchi sotto falsa bandiera, sia dentro che fuori dal paese, per giustificare azioni unilaterali, forzare interventi esterni e cambiare di colpo l’agenda del giorno anche in modi indiretti e imprevedibili;
- il trasferimento in corso di jihadisti ex prigionieri dalla Siria all’Iraq ci dà dei pensieri. Non sarebbe la prima volta che questi individui vengono liberati, organizzati come forza combattente e scatenati in forma di forze di terra contro un nemico dell’Occidente. Il confine con l’Iraq è molto lungo e difficile da controllare. Inoltre, come in Siria, altri gruppi e minoranze interne potrebbero essere reclutate e armate dall’esterno e diventare quella fanteria che USA e Israele non possono inserire direttamente. Non potrebbero conquistare un grande paese con esercito e forze armate valide, ma causare danni e destabilizzazioni importanti, quello sì.
Insomma, se lo stallo e la confusione dell’amministrazione Trump fossero divenuti parte di una strategia di lunga durata, dopo il fallimento dell’operazione delle insurrezioni di Gennaio, i problemi per l’Iran sarebbero comunque seri. Né pace né guerra, solo alta tensione in un gioco di nervi e disponibilità economica, una partita molto dura.
Sicuramente gli Iraniani contemplano e hanno studiato questo scenario, ma non è detto che possano farci molto.
È e sarà essenziale la natura e la misura del sostegno da parte di Cina e Russia.
Netanyahu, che più di tutti preme da trent’anni per avere questa guerra, ora sembra avere fretta di scagliare la forza dell’America contro il suo nemico, non da ultimo per salvarsi dai processi e rimanere al potere, ma anche i suoi sostenitori negli Stati Uniti sono potenti e delle conseguenze sui rispettivi paesi non sembra importare loro poi molto.
Forse credono davvero di poter “ricacciare l’Iran all’età della pietra” facilmente grazie alla superiorità militare americana, o che ci siano abbastanza Iraniani pronti a salutarli come liberatori dalla “dittatura degli ayatollah”. Molti militari, almeno tra quelli che parlano in pubblico, la pensano diversamente e gli scambi missilistici di Giugno 2025 raccontano un’altra storia, ma non sempre si può confidare nella razionalità dei potenti.
Una cosa è certa: tra le distruzioni inflitte alla regione dagli scambi convenzionali, le ricadute economiche dell’eventuale blocco dello stretto di Hormuz e il rischio che Israele e USA, se sconfitti, possano avere voglia di atomo, al grido:”Muoia Sansone e tutti i Filistei!”, ci troviamo davanti a uno scenario la cui pericolosità supera di molto quella degli altri conflitti dell’Asia sud-occidentale e investe tutto il globo.
La cultura musulmana sciita si fonda sul martirio in nome della Verità, per questo loro dicono che
“Ogni giorno è Ashura e ogni luogo è Karbala”.
L’ayatollah Khomeini rinnovò la tradizione e da lamento senza fine per il martirio degli eredi del Profeta ne fece una dottrina anti-imperialista, a prescindere dalla fede religiosa che l’individuo professa, perché chi combatte l’ingiustizia e l’oppressione sta servendo Dio anche se non è un musulmano.
Questo ha un forte impatto sul significato della Resistenza in una cultura.
Se davvero gli Americani stanno adottando una strategia di logoramento economico e psicologico, attuata tramite minaccia protratta e una diplomazia inconcludente, agli Iraniani quella Resistenza servirà tutta, ma l’Occidente potrebbe scoprire di aver giocato con il popolo sbagliato.
Se vogliono la guerra davvero, è probabile che anche l’Impero ne esca assai malconcio.
Staremo a vedere.
Quos vult Iupiter perdere, dementat prius.
Quando Giove vuol perdere qualcuno, lo priva del senno.