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Bazar International (Parte 2)

di
Daniele Dall'Aglio
Daniele Dall'Aglio

Studioso di relazioni internazionali con focus su integrazione eurasiatica e mondo russo, laureato in Mediazione linguistica e culturale con tesi sul conflitto nell' Ucraina orientale quando era ancora quello del 2014/15. Attivista e cercatore da sempre.

14 febbraio 2026

Uno sguardo disincantato alla diplomazia internazionale di inizio Febbraio

serpentario russia stati uniti.jpg segue da qui

Parte 2: Ucraina

La Savana...

Era iniziato tutto a Anchorage, in Alaska, al famoso summit del 15 Agosto 2025, in cui i presidenti Trump e Putin si erano finalmente incontrati di persona.
Tuttavia, da allora, molti pesci vennero a galla.
La portata del vertice di Anchorage fu effettivamente storica, perché rompeva il periodo di “zero contatti” tra USA e Russia, una condizione sempre indesiderabile e pericolosa da aversi, tra le superpotenze nucleari.
Gli Stati Uniti di Trump erano spinti dalla necessità di gestire la sconfitta strategica incassata in Ucraina, unita al desiderio dell’oligarchia statunitense di tornare a fare soldi in Russia, da una parte, e da quella di liberarsi le mani da questo progetto fallito per dedicarsi più tranquillamente alla preparazione dello scontro con la Cina dall’altra.

Ovviamente, è più complicato di così: è vero, non è stato possibile sconfiggere la Russia sul campo di battaglia, né abbattere il Putin collettivo per instaurare uno Eltsin né smembrare il paese per saccheggiarlo tramite un governo compiacente, però l’Europa si è comunque proibita di comprare petrolio e gas russo, sta comprando gas liquefatto americano a prezzo molto più alto e sta procedendo verso il riarmo contro la Russia, mettendo questa in condizione di organizzarsi per gestire tutto il suo fianco occidentale come un fronte di minaccia militare.
Questi erano sicuramente tra gli obiettivi degli Stati Uniti, quando il progetto Ucraina fu lanciato, e sono stati raggiunti.

Inoltre è opportuno rilevare che, nonostante l’Ucraina, i desideri di parti delle oligarchie statunitense e russa coincidono in buona misura, visto che entrambe vorrebbero tornare a fare affari e soldi con la controparte.
Il governo russo, dal canto suo, non ha perso di vista i suoi fondi e riserve auree all’estero, bloccati dalle “sanzioni”, e non ha certamente dispiacere se aziende nazionali realizzano maggiori profitti.
Per la Russia, gli Stati Uniti non sarebbero necessariamente un “nemico naturale”, anzi, le prospettive di cooperazione economica avrebbero il duplice beneficio di aumentare i guadagni e di ridurre i rischi a livello militare e di minacce alla sicurezza, cose che la Russia prende ovviamente sul serio, più dei soldi.
Tutto questo, però, è vero in teoria.

Ad Anchorage, o meglio durante la preparazione di quel summit, gli Stati Uniti avevano “fatto una proposta interessante”.
Non abbiamo mai saputo quale fosse esattamente questa proposta, ma dalla comunicazione pubblica e dal comportamento delle due parti, e dalla reazione di Europa e Ucraina ad esso, risulta che gli Stati Uniti avessero accettato tre elementi chiave come presupposti al negoziato:

  • la necessità lavorare per una soluzione delle cause alla base del conflitto e non per una tregua, cui prima o poi sarebbe seguita la ripresa delle ostilità con rischi ancora maggiori, specie se nel frattempo fossero state inserite ufficialmente in Ucraina forze di paesi NATO;
  • il tenere conto della realtà creatasi sul terreno, ovvero le quattro regioni divenute nel frattempo parte della Federazione Russa tramite legge costituzionale, anche se ancora non pienamente sotto controllo russo;
  • l’inclusione della tutela della popolazione russofona nell’Ucraina post-trattato.

In realtà, c’erano certamente parti di quella trattativa che restano segrete e probabilmente non riguardavano affatto l’Ucraina. Ad ogni modo questi tre punti sono importanti e li evidenziamo non per ricostruire tutta la vicenda intorno ad Anchorage, che sarebbe impossibile in questo spazio, ma perché restano dirimenti ancora oggi.
Qui arriviamo al negoziato trilaterale in corso: la stampa continua, pretestuosamente, a parlare di “cessate il fuoco” e tregua, mentre questo è esattamente ciò che non accadrà.
In termini militari, la Russia ha già vinto e non ha nessuna ragione per congelare la linea di contatto, anzi, ha tutte le ragioni per non permettere tale congelamento, a causa di quanto abbiamo scritto sopra.

[Nota a margine: questa formulazione non deve ingannare: anche la seconda guerra mondiale nel teatro europeo era già persa, per la Germania e i suoi alleati, dopo Stalingrado e Kursk, ma i combattimenti e le devastazioni proseguirono tranquillamente per altri due anni.]

La Russia ha intrapreso questa guerra, per lei esistenziale, e la finirà comunque, perché lasciarla in sospeso sarebbe peggio in ogni caso.
Gli Stati Uniti hanno capito che ormai per l’Ucraina non c’è più nulla da fare e vogliono accollarla all’Europa (ci stanno riuscendo benissimo) che gli compra le armi mentre cambiano bersaglio, ma tentano comunque di ricavare dal progetto fallito il maggior vantaggio possibile, così che la loro presa economica su quel che resta dell’Europa sia indiscutibile e il partner strategico della Cina abbia un margine di manovra ridotto, sia in ottica anti-cinese che per indebolire quello che resta quantomeno un avversario.

Il Regno Unito, l’Ucraina e l’Unione Europea, articolazione civile della NATO, fanno tutto quel che possono per sabotare il negoziati e la potenziale normalizzazione dei rapporti tra le due superpotenze, per via dei rischi sia personali (Zelensky probabilmente non arriverebbe vivo neppure al suo elicottero) che collettivi che il rimanere in mutande davanti alla Russia senza gli Stati Uniti alle spalle comporterebbe per loro.
Per non parlare della questione del consenso interno di questi politici e burocrati, che hanno scommesso tutto nella partita contro la Russia e hanno perso, lasciandosi dietro una scia di bugie, corruzione e povertà.
E, ovviamente, sangue. Ne abbiamo parlato diffusamente qui.

Il partito della guerra, tuttavia, non è circoscritto alla sponda occidentale dell’Atlantico, tutt’altro.
Tutti i neocon, straussiani, neoliberal e in generale la gran maggioranza della classe politica americana è ferocemente russofoba, insieme ai gruppi di interesse che la sostengono.
E qui siamo al cuore del problema: l’Ucraina può essere e sarà, con le opportune tempistiche e misure, messa in condizione di non nuocere dalle forze armate russe e la NATO europea, se serve, anche. Ma gli Stati Uniti, vero problema in quanto superpotenza nucleare, sono incapaci di tenere fede alla parola data, a causa di interessi geopolitici e divisioni interne. La Russia, che lo sa, non può accontentarsi di un accordo tra gentiluomini con gli Americani: dovrà esigere un trattato, con dispositivi di verifica reciproca per l’implementazione effettiva.
Ma i trattati non devono essere solo negoziati e firmati, per avere forza di legge serve la ratifica, che deve venire da Congresso e Senato con maggioranza dei due terzi.
Esatto, avete capito.
È davvero poco credibile che queste istituzioni, della cui composizione abbiamo appena parlato, ratificherebbero un trattato di normalizzazione dei rapporti e partenariato economico con la Russia, specie dopo gli sviluppi e la propaganda degli ultimi anni.
Un discorso diverso, in parte, potrebbe valere per la rimozione delle “sanzioni”, che consentirebbe affari tra soggetti privati. Solo che…

...il serpente…

Finora abbiamo quasi sempre parlato come se gli Americani fossero:

  1. guidati da un sistema monolitico, quindi, entro certi limiti, affidabile per coerenza di interessi;
  2. in buona fede.

Vien quasi da ridere a pensarci. Dall’incontro di Anchorage in poi, gli Stati Uniti hanno:

  • imposto nuove “sanzioni” alla Russia e alle sue compagnie petrolifere;
  • imposto sanzioni secondarie e minacciato i partners commerciali internazionali che comprano energia e sistemi di difesa russi;
  • attaccato e minacciato militarmente alleati e partners della Russia, segnatamente in America Latina, Asia sud-occidentale e Africa. Nel caso del Venezuela, uno degli scopi dell’operazione post-Maduro è dichiaratamente di espellere le compagnie russe non solo dal paese, ma anche dal continente;
  • minacciato e assaltato petroliere “russe” in acque internazionali, con la scusa della “flotta ombra”;
  • fornito informazioni dal loro apparato ISR all’Ucraina per attaccare la triade nucleare russa e una residenza presidenziale di Stato (ne abbiamo parlato qui);
  • lavorato allo schieramento di forze e basi militari americane in Svezia e Finlandia;
  • continuato a fornire “assistenza” e supporto ISR all’Ucraina, anche nel contesto di attacchi contro la popolazione civile e senza alcun valore militare;
  • messo l’acquisizione della Groenlandia in cima alla propria lista dei desideri, anche qui, con dichiarati intenti di contenimento della Russia e della Cina (sulla questione Groenlandia ci sarebbe molto da dire, ma questa è un’altra storia);
  • caldeggiato, ovviamente, il riarmo dell’Europa.

Questo solo per citare le cose che sappiamo, il Cielo sa cosa stiano facendo, ad esempio, in Asia Centrale. Quali di queste decisioni siano realmente assunte e guidate dal presidente Trump, quali invece da chi altro, chi influenza o ricatta chi, non ci è realmente dato sapere. Possiamo supporre, ma ricordate cosa abbiamo detto sulle divisioni interne agli Stati Uniti? Ecco...

Ad ogni modo, questa condotta della politica estera presenta una sua coerenza organica che si concilia piuttosto male con la narrazione sul costruire una relazione positiva con la Russia. Il ministro degli esteri Sergei Lavrov lo ha fatto presente al pubblico nelle sue recenti interviste (qui e qui), sottolineando, tra l’altro, come gli Stati Uniti stiano cercando di ostacolare con la forza lo sviluppo di un ordine internazionale non dominato da loro e di assumere il controllo delle rotte internazionali di transito delle risorse energetiche.
I negoziati in corso ad Abu Dhabi soffrono quindi di alcune limitazioni di fondo difficilmente superabili.
A Trump piacerebbe tanto una vittoria diplomatica facile con la quale presentarsi ai media come il pacificatore che ha risolto la milionesima guerra, ma la situazione è più complessa di quanto a lui non piacerebbe, i Russi non sono scemi né in cerca di un salvagente diplomatico e l’Ucraina, insieme al partito della guerra, ogni volta che si apre un incontro negoziale compie un attentato o spara a un generale.

Le “cause profonde” alla radice del conflitto in Ucraina hanno a che vedere con la strategia occidentale di contenimento della Russia, con l’espansione della NATO e della sua infrastruttura fino ai suoi confini, con la neutralità strategica dell’Ucraina (ovvero la non presenza sul suo territorio di armi e forze straniere puntate contro la Russia) e con la condizione della popolazione russa, russofona o devota alla Chiesa Ortodossa Russa all’interno del paese. Nè gli Stati Uniti nella loro interezza, né la NATO europea né l’Ucraina stessa risultano disposte ad accettare queste condizioni, per motivi diversi ma convergenti.
Per non parlare della questione del ritiro delle forze armate ucraine dalle quattro regioni ora dichiarate, in seguito ai referenda del 2023, parte della Federazione Russa (Lugansk, Donetsk, Zaporizha e Kherson), a cui Kiev si oppone fermamente.
Il fatto di non avere possibilità di riconquistare i territori non impedisce al governo di Zelensky di opporsi a oltranza, ma la realtà sul campo di battaglia peggiora di giorno in giorno.

Come se non bastasse, la Russia considera tanto la presidenza di Zelensky quanto gli attuali eletti alla Verkhovna Rada (parlamento ucraino), non più titolati per firmare e ratificare trattati, in quanto i rispettivi mandati sono scaduti e non sono mai state indette nuove elezioni, né presidenziali né legislative. Per essere sicuri che la firma su qualsiasi eventuale accordo sia valida secondo la costituzione ucraina, e dunque non denunciabile in futuro, i Russi esigeranno nuove elezioni.

Indire elezioni nelle condizioni in cui il paese versa è indubbiamente problematico, ma termini e tempi potrebbero essere negoziati. Dopotutto, persino la Siria di Bashar al Assad tenne le elezioni presidenziali nel pieno del conflitto. Ma per Zelensky, per i suoi soci in giro per l’Occidente, il suo governo e i politici ucraini, la perdita ufficiale del potere potrebbe essere un enorme problema, considerando anche solo la quantità di soldi che hanno fatto sparire in questi anni.
Un’inchiesta su questo buco nero di corruzione e malversazione porterebbe con sé molti nomi importanti, non solo in Ucraina, ma anche a Bruxelles e Washington o chissà dove altro, considerato da dove questi soldi provenivano e dove, presumibilmente, sono in parte finiti. Quando il vento girerà davvero, tante persone importanti dovranno guardarsi le spalle, perché, come è noto, i morti non parlano.
Follow the money, baby…

...e il serpentario

La Russia, dal canto suo, non ha troppa fretta.
Certo, sarebbe preferibile chiudere la partita il prima possibile e limitando le perdite, ma se tutte le altre opzioni sono peggiori, come al momento appare, e richiedono compromessi che implicano di non risolvere i problemi fondamentali, allora il fatto che l’esito sia deciso interamente sul campo e con le armi è la via maestra.
Il procedere “in economia di forze”, dunque lentamente, e la superiorità tecnica sul campo, permettono alla Russia di avanzare perdendo una frazione delle forze nemiche che elimina e di quelle proprie che recluta, mentre dall’altra parte Kiev ha problemi di personale e rifornimenti da molti mesi, perde più uomini di quanti ne recluta e non ha più una base industriale.

L’industria occidentale non è sufficiente per approvvigionare l’Ucraina e l’infrastruttura energetica è distrutta oltre la soglia di riparabilità, la produzione di energia è ormai ben al di sotto del 50%.
Le città e le infrastrutture, incluse quelle militari, sono senza luce, acqua corrente e gas per la maggior parte del tempo.
Non solo la funzionalità dell’esercito è ampiamente compromessa, ma quando arriverà il disgelo e l’acqua mista a deiezioni umane riprenderà a fluire incontrollatamente, la situazione sanitaria potrebbe costringerci a scrivere articoli dal titolo “Kiev al tempo del colera”.
In estrema sintesi, l’Occidente e l’Ucraina hanno poco da offrire, quello che avrebbero non vogliono offrirlo, e la Russia può aspettare.

Ogni giorno che passa le condizioni peggiorano e di questo passo a Kiev resterà solo la resa incondizionata.
In realtà, a quanto ci sembra è più o meno già così. Molti pseudo-analisti fanno a gara a dire quando questa o quella parte collasserà e in quale settore del fronte. Noi, in tutta sincerità, ci consideriamo solo osservatori e non riteniamo di avere i dati per una tale previsione, inoltre non parliamo di una battaglia di epoca feudale, in cui un fronte di poche decine o centinaia di metri collassa tutto in una volta e gli armati si danno alla fuga nei campi e nei boschi tutti insieme.
Quello che possiamo dire è che la situazione dell’Ucraina è drammatica e che i soli fattori che potrebbero, forse, mettere fretta a Mosca sono questioni di consenso politico interno agli apparati di governo, oppure altri teatri di operazioni che richiedano l’attenzione “della lancia dei Cosacchi”.

Ma, anche qui, è questione di priorità e difficilmente un altro teatro operativo potrebbe avere, nel prossimo futuro, maggiore priorità dell’Ucraina per la sicurezza della Russia. Quindi Mosca si comporterà di conseguenza, mentre tiene d’occhio le mosse dell’Occidente collettivo in giro per il mondo e lungo la propria periferia. Se i nemici potenziali sono tanti, nessuno di loro, per molto tempo, sarà forte, numeroso, fortificato e ben posizionato come le forze armate ucraine prima dell’inizio della guerra. Per il resto, forze più limitate e visite notturne dei signori Kalibr, Zircon, Onyx, Oreshnik e Kinzhal possono fare buona parte del lavoro, incluso con l’Europa.

Un’ultima cosa: gli alleati e i partners internazionali della Russia, quali Cina e Brasile, hanno visto anche loro l’atteggiamento di Kiev e dei suoi sostenitori del partito della guerra negli ultimi anni, così come hanno visto la linea di condotta dell’amministrazione Trump in politica estera.
Alcuni possono esserne spaventati, ma nessuno è entusiasta.
E hanno anch’essi i propri pesci da friggere.
Beh, per alcuni di quei “pesci”, la Russia produce e può fornire, se serve, eccellenti...friggitrici.
E, nel frattempo, anche la NATO si logora man mano che il tempo passa, in Ucraina.
Una ragione in più per non correre...