Bella persica!
Studioso di relazioni internazionali con focus su integrazione eurasiatica e mondo russo, laureato in Mediazione linguistica e culturale con tesi sul conflitto nell' Ucraina orientale quando era ancora quello del 2014/15. Attivista e cercatore da sempre.
Guerra a intermittenza per governare la scarsità globale: l’obiettivo degli USA non è vincere, ma distruggere
Nel precedente articolo sull’Iran, da cui ci separano ormai diversi mesi e importanti sviluppi, accennavo al fatto che gli Stati Uniti cercavano una via di uscita dall’inestricabile pasticcio in cui sembravano essersi cacciati. Questa interpretazione si è rivelata incompleta e il confronto con diverse fonti e anche con l’amico Andrea Alexandro Nal, insieme ad altri Capibara, mi hanno portato a rivederla in parte. La rilevanza di questa revisione è attuale semplicemente perché lo scontro tra USA e Iran, sebbene sia avanzato da allora, conserva ancora il suo carattere “sospeso” e di conflitto a intermittenza.
È sicuramente vero, e la notizia è stata ampiamente commentata, che gli Stati Uniti si trovano in difficoltà, sia con la produzione di diversi tipi di armi di precisione a lungo raggio (missili per i sistemi Patriot PAC-3 e THAAD, Tomahawk, ATACMS, PrSM per citare i più noti) che dal punto di vista delle proprie riserve strategiche di petrolio solforoso.
Come ha giustamente osservato Brian Berletic, tuttavia, è probabile che i falsi tentativi di soluzione diplomatica, tra cui il famoso “Memorandum di Intesa”, sempre sconfessati con i fatti dalle azioni militari americane ed israeliane nel giro di pochi giorni o ore, siano serviti e servano innanzitutto per gestire il tempo della guerra, incluso sincronizzare la cadenza e l’intensità degli attacchi aerei con la produzione e la consegna delle munizioni utilizzate e utilizzabili.
Il piano d’attacco all’Iran non è concluso, nonostante i fallimenti, ma è entrato in una fase successiva e che si articolerà su un periodo molto più lungo, similmente a quel che è stato fatto con la Siria.
Lungo i confini
La scarsità di missili e quant’altro non consentono un tempo delle operazioni sufficiente per una campagna aerea sostenuta e l’Iran ha da tempo piazzato sottoterra tutto l’importante, ma vediamo e sentiamo già da tempo segnali e voci di altre mosse che vengono preparate contro l’Iran, in particolare lungo i confini.
Abbiamo i Curdi iracheni, noti protetti di Israele e Stati Uniti, con tanto di enclave sicura autonoma in Iraq da più di trent’anni, le cui basi e strutture vengono spesso colpite da missili e droni iraniani, si dice anche e sempre più da operazioni delle forze speciali iraniane a terra.
Se gli Iraniani attaccano, significa che hanno informazioni che li inducono a farlo e stanno probabilmente attaccando i nodi della rete nemica cercando di indebolirne le capacità offensive e di prevenire il formarsi dell’ennesimo esercito irregolare della regione. Il cui compito, insieme agli altri attori sul terreno e alle forze americane ancora a portata d’azione, non sarebbe di conquistare l’Iran ma di seminare caos e distruzione per indebolire sia lo Stato iraniano che la Repubblica Islamica.
Dal Caucaso, sappiamo che l’Occidente ha una buona presa e forte influenza (per usare un eufemismo) in Armenia e che l’Azerbaijan ha un rapporto storico con Israele e trascorsi di cooperazione militare. Nel Sud-Est, lungo il confine col Pakistan, sono attivi da anni gruppi jihadisti del Sistan-Baluchistan, che conducono attentati e operazioni sia in Iran che in Pakistan.
Qualcuno ha anche ipotizzato l’attivazione di gruppi o cellule di Curdi lungo il confine turkmeno, ma al momento non abbiamo ancora visto niente di significativo e dal Turkmenistan non esce un sibilo, quindi per ora stiamo a vedere.
Inoltre, anche se è da un po’ che non se ne sente granché, ci sono sempre tutti gli ex combattenti di formazioni che si legarono a Daesh (ISIS) che sono stati liberati o fuggiti dalle prigioni siriane e irachene (o che non ci sono proprio mai entrati) ai quali aggiungere la possibilità di inserirne di freschi dal Caucaso o dall’Afghanistan. Non è cosa fatta, ma non sarebbe una sorpresa.
Abbiamo quindi almeno due aree molto grandi lungo i confini iraniani potenzialmente a rischio di infiltrazione. Gli Iraniani, ovviamente, lo sanno e sorvegliano attentamente, già da prima dell’attacco americano e su uno di questi fronti sono molto attivi.
Credo che ci possiamo attendere un conflitto irregolare, prolungato e probabilmente in larga parte subappaltato a combattenti per procura, se l’Iran non riesce a disarticolarli prima. In ogni caso, queste ci sembrano le intenzioni dell’Impero, che non ha le risorse proprie, né umane né materiali, per un conflitto intenso e lungo sul terreno iraniano.
A tali condizioni, questo continuo avanti e indietro tra diplomazia e bombardamenti, avrebbe un suo perché.
La diplomazia non è qui un contraltare o un’alternativa alle opzioni militari, ma una parte di esse, imprescindibile per rendere sostenibile la strategia.
In fondo al mar…
Sullo sfondo, c’è sempre e comunque il dato che l’Iran, sebbene non abbia ancora espulso gli Stati Uniti dalla regione, non solo ha creato una realtà sul terreno in cui è ormai inevitabile per chiunque considerare questo scenario, ma ha anche già degradato considerevolmente le capacità regionali USA attaccandone con successo le basi, le installazioni radar, il personale e l’influenza, dimostrando di poter colpire ciò che vuole in un raggio molto ampio.
Per inciso, i reporters di Transition Protocol hanno riportato a inizio Agosto che secondo le loro fonti l’Iran aveva appena ricevuto dalla Cina gli ultimi elementi per integrare ad un livello superiore il loro apparato di difesa coi sistemi satellitari BeiDou, incrementando sia le capacità di difesa e protezione delle comunicazioni che quelle di attacco e ricognizione.
Fatti come l’insufficienza nell’approvvigionamento di missili e la scarsità di opzioni sostenibili sul terreno, da parte americana, non devono trarre in inganno: in primo luogo, l’obiettivo non è vincere ma distruggere, o quantomeno disturbare intensamente; in secondo luogo, vi sono altri tipi di armi di cui gli Stati Uniti dispongono in abbondanza e su cui possono ritagliare tattiche più congegnali e sostenibili per mantenere la pressione non solo sull’Iran ma su tutta la regione del Golfo.
Questo vale soprattutto per le armi e le piattaforme navali, oltre che per i combattenti per procura menzionati sopra.
Durante questa guerra a singhiozzo, probabilmente vedremo la marina americana continuare a tormentare il traffico marittimo iraniano (e, in generale, di tutti coloro che non assecondano gli interessi statunitensi del momento, nemici o alleati che siano) e, verosimilmente, scontrarsi con la controparte iraniana sopra e sotto la superficie dell’acqua. È bene tener sempre presente che della guerra sottomarina nell’area tra il Golfo Persico, il Mare Arabico e l’Oceano Indiano non sappiamo nulla, ma diventerà importante se lo scontro navale si inasprisce.
Tutto questo ci porta a considerare i reali obiettivi delle operazioni americane in corso: molti analisti indipendenti si stanno soffermando soprattutto sull’insostenibilità politica ed economica, per gli Stati Uniti stessi e per l’economia globale, delle conseguenze della chiusura/riduzione del traffico energetico via Hormuz.
Ogni scambio missilistico tra gli Americani e i “Golfini” loro vassalli e l’Iran, con i suoi alleati, in primis gli Yemeniti di Ansar Allah, porta alla distruzione di parti aggiuntive delle capacità produttive del Golfo, non soltanto all’interruzione delle rotte di transito.
Questa questione mi ha interrogato fin dall’inizio: onestamente, anche il plancton delle acque dell’Artico sapeva che l’attacco cinetico diretto all’Iran avrebbe portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz e probabilmente anche di Bab al Mandab. Va bene prendere atto del degrado della classe accademica e dell’apparato militare/strategico/di intelligence americano, ma non è pensabile considerare il blocco di Hormuz e l’incapacità occidentale di “sbloccarlo” come un mero effetto indesiderato e non previsto. Trump e le varie figurine parlanti del circo politico sotto i riflettori potranno anche essere imbecilli, ma al Pentagono e nelle grandi corporations che controllano realmente la politica occidentale dei professionisti ancora ci sono.
Le esportazioni energetiche del Golfo erano vitali principalmente per l’Asia. La loro interruzione sembra davvero volta a provocare, tra le fonti di energia del Golfo Persico e i mercati di destinazione, lo stesso tipo di frattura creata tra energia russa a buon mercato e clienti europei dal 2014 in poi, provocando e alimentando la guerra in Ucraina. Aziende americane preparano infrastrutture e investimenti per sostituirsi anche in Asia ai fornitori del Golfo, inclusi i vassalli delle petromonarchie, da ben prima dell’inizio della guerra. Ovvero quando le rotte attualmente inutilizzabili erano ancora sicure e non avrebbe avuto commercialmente senso pensare di sostituirle con altre più lunghe e costose.
Certo, a meno che qualcosa non le interrompesse.
Chissà come fa certa gente a sapere sempre tutto.
È anche a questo che serve la gestione apparentemente contradditoria del tempo delle operazioni da parte degli Americani. Se il mercato globale venisse fatto esplodere tutto in una volta, molti più governi sarebbero obbligati non solo ad accorgersi che gli Stati Uniti stanno in sostanza dando fuoco alla casa di tutti, ma anche a trarne ragionamenti e azioni politiche consequenziali.
La trappola, se ci pensiamo, è quasi più psicologica che geopolitica: ormai si è capito, almeno all’ingrosso, quali siano e da chi siano composti gli schieramenti internazionali, per quanto non manchino gli attori ambigui, ed è altrettanto chiaro che i governi filo-occidentali in tutto il mondo, in primis quelli europei, non hanno né il fegato né il cervello per pensare di agire una politica sovrana, ovvero semplicemente a difesa degli interessi delle proprie popolazioni. Meno che mai avrebbero la volontà di dire allo zio Sam: “Stai facendo un casino, noi scendiamo qui” con tutto quello che ne consegue.
A questo si aggiunga che la gran parte di queste persone spesso non sono solo opportuniste per inclinazione, ma anche ricattabili grazie alla loro degenerazione e al sistema di sorveglianza digitale a cui sono, e siamo, tutti sottoposti.
Cosa bolle in pentola
Un conflitto intermittente consente sia agli oligarchi che comandano l’Occidente collettivo che ai loro maggiordomi di attuare la strategia della rana bollita a fuoco lento riuscendo ad incantare le opinioni pubbliche senza che si agitino troppo e, soprattutto, senza che capiscano chi li sta buttando a mare. Finchè se la prendono con i politici, i governanti, i commissari e i presidenti dell’Occidente, che stanno sulla scena pubblica ma non decidono realmente nulla, tutto va bene. Basterà il solito teatrino di candidati, spauracchi e capri espiatori per fregarci ogni volta che serve e lasciarli lavorare indisturbati.
I pochi governanti che non siano propriamente collusi o esposti, ma semplicemente poco coraggiosi e inclini al cambiamento, trovano in un’escalation lenta e graduale una eccellente scusa per rimandare il problema a domani, barcamenandosi come possono nell’immediato ma senza scontentare il padrone americano. A maggior ragione nel momento in cui di questa escalation si può incolpare in parte il barbaro nemico iraniano grazie al lavoro dei media.
Tornando a Hormuz e al mercato dell’energia, una possibile obiezione sarebbe: “ma come possono gli Stati Uniti pensare di sostituire tutte le forniture energetiche provenienti dal Golfo, quando la loro stessa produzione non è sufficiente? Nemmeno con l’Europa ce l’hanno ancora fatta, dopo dodici anni di sanzioni alla Russia…”
Vero. Ma innanzitutto per quanto riguarda l’Europa il processo è in corso e non si fermerà, in secondo luogo a questa obiezione sfugge il punto centrale: le forniture non devono soppiantare completamente quelle precedenti e rispondere ai bisogni energetici del mondo, in termini economici devono solo portare profitto alle corporations americane, in termini geopolitici lo scopo non è offrire sviluppo e prosperità agli altri purché comprino dall’America, ma l’esatto contrario.
Precipitare e mantenere il resto del mondo in un paradigma prolungato di insicurezza e scarsità per impedirne e rallentarne lo sviluppo, frenando così il declino, comunque inarrestabile, del potere internazionale statunitense. Se l’espulsione dal Golfo Persico è, in virtù dei rapporti di forza militare, inevitabile, gli Stati Uniti cercheranno di fare in modo di lasciarsi alle spalle solo macerie, sulle quali soltanto imprese compiacenti ed Israele potranno far avanzare la propria agenda.
Colpire l’economia del Sud globale, oltre a frenarne direttamente lo sviluppo, implica anche la riduzione di domanda di beni cinesi (aspettando sempre di vedere cosa gli Americani si inventeranno per disturbare lo Stretto di Malacca e dove sguinzaglieranno i prossimi cani d’attacco asiatici), minacciare le rotte marittime globali significa anche forzare la Russia ad estendersi più di quanto sia conveniente per proteggere il proprio naviglio commerciale negli oceani del mondo.
La guerra contro il multipolarismo e la corsa contro il tempo e la Storia per salvare l’Impero sta entrando in una fase più calda. Naturalmente paesi come l’Arabia Saudita, garante storico del petrodollaro, potrebbero non essere contenti di questo esito, ma hanno quello che serve per opporvisi? Lo vedremo, in parte già mentre cerchiamo di capire meglio cosa sia effettivamente questo opaco patto di difesa reciproca firmato a La Mecca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan.
Per il momento, i Sauditi stanno diligentemente partecipando di fatto alla strategia di assalto combinato all’Asse della Resistenza, riaprendo il conflitto con Ansar Allah nello Yemen, a costo di rimetterci i pozzi di petrolio e forse anche di peggio.
Il Pakistan, per parte sua, ci ha riservato diverse sorprese negli ultimi mesi e potrebbe sorprenderci ancora: l’Iran sembra fidarsi della mediazione diplomatica pakistana, che ha sicuramente dietro anche la Cina e vede Islamabad coltivare la possibilità di diventare un crocevia commerciale estremamente importante grazie ai nuovi progetti di connettività eurasiatica. Anche qui, difficile da farsi, in mezzo a una regione sempre più povera e in fiamme. Sicuramente il vuoto di potere rappresentato dal calo di influenza e presenza americana in Asia occidentale sta spingendo tutti, incluso il nostro nuovo triumvirato sunnita, a fare nuovi piani.
Ciò nondimeno, chi non vuole finire masticato dal piano americano di dare fuoco al mondo che non può più dominare, farebbe meglio:
- a non farsi illusioni, la distinzione tra alleati e nemici non conta più niente;
- a coordinarsi seriamente con gli altri che hanno necessità di resistere a questo piano. E il coordinamento dovrà riguardare tanto gli ambiti economico e militare quanto quelli della comunicazione e della cooperazione civile, sia intra che internazionale. Le forze militari non sono la sola arma degli Stati Uniti e non sono nemmeno la più utilizzata.
Se le carenze degli Stati Uniti non devono indurci in errore, neppure i loro piani o la loro comunicazione dovrebbero: è vero, distruggere è sempre più semplice che unire e costruire, anche perché l’intento distruttivo funziona anche se è unilaterale, mentre per mettersi d’accordo bisogna volerlo almeno in due, ma il “piano” statunitense ha oggettivi limiti.
Le classi corporative dominanti in Occidente possono anche aver deciso di sacrificare le proprie popolazioni insieme agli avversari internazionali sprofondandole nell’autoritarismo e nella povertà, ma la superiorità tecnologica e produttiva delle potenze eurasiatiche è ormai incontestabile, questi paesi sono comunque sempre più forti e autorevoli, anche al netto delle battute d’arresto subite, e nessun incantesimo mediatico può trasformare la debolezza in forza, nemmeno all’interno delle società occidentali, che di converso sono sempre più frammentate e fragili.
Inoltre, come faranno i volenterosi vassalli dell’America (Europa, Giappone, Corea del Sud, Filippine, petromonarchie eccetera) ad essere una efficace testa d’ariete contro i nemici dell’Impero, se si trovano a corto di materie prime ed energia a costi accessibili, di sudditi volenterosi e di tecnologie militari efficaci sui campi di battaglia del ventunesimo secolo? Davvero vogliono affrontare Iran, Cina e Russia con armamenti che andavano bene negli anni ‘90 e prodotti in numeri insufficienti?
Infine, come gestiranno gli Stati Uniti la mancanza di petrolio solforoso (quello che non diventa benzina, ma diesel o carburante avio), che domesticamente non producono a sufficienza, se per riportare la produzione di petrolio venezuelano a un livello sufficiente per compensare serviranno diversi anni e centinaia di miliardi di dollari di investimenti non garantiti e in un paese instabile?
Gli Americani hanno scelto questa strategia perché hanno visto i dati che parlano del loro inevitabile declino sovrapporsi all’incombente crisi del debito che cova da anni sotto gli scranni del potere occidentale. Per quanto l’incendio possa dilagare e per quante persone sulla Terra possano andar perse per le loro strategie suprematiste, nemmeno al Pentagono desiderano morire in uno scambio nucleare con le altre superpotenze.
E le stelle della bandiera americana non splenderanno più come quelle dei dominatori del globo.
È probabile che, tuttavia, gli avversari dell’Impero, come già abbiamo visto fare all’Iran, saranno costretti ad una politica estera più assertiva e coordinata di quella che abbiamo visto negli ultimi anni. Con quali tempi, non possiamo saperlo. I loro apparati analitici stanno sicuramente e da parecchio tempo preparando i piani e gli scenari: calcoleranno non solo le forze del nemico, ma anche le proprie, con grande attenzione.
Sanno di avere a che fare con qualcosa che lotta per sopravvivere e ha meno scrupoli di loro.
Preparate i popcorn e l’orto.
Ci aspettano tempi interessanti.