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Buttate in mare la Stazione Spaziale Internazionale!

di
Alessandra Caraffa
Alessandra Caraffa

Space enthusiast ma con calma.

8 luglio 2026

Tanto l’oceano è talmente grosso che, a guardare i numeri, neanche il disastro di Fukushima è mai esistito

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L’inquinamento spaziale sta diventando una cosa grossa. A preoccupare sono soprattutto l’affollamento delle orbite, il rientro incontrollato di pezzi di veicoli spaziali che non riescono a disintegrarsi completamente durante il rientro in atmosfera, l’inquinamento luminoso e l’uso massiccio di propellenti che Sergej Korolëv, il padre del programma spaziale sovietico, osteggiava già ai tempi della progettazione del razzo Proton perché troppo rischiosi per l’ambiente. La catastrofe di Nedelin del 24 ottobre 1960, il più grave incidente della storia della missilistica, gli diede ben presto ragione. Eppure, oltre cinquant’anni dopo, nel 2013, abbiamo visto di nuovo esplodere un razzo carico di dimetilidrazina asimmetrica (UDMH, “lo sterco del demonio” secondo gli ingegneri sovietici) e tetrossido d’azoto: il disastro del Proton-M non ha provocato vittime, ma ha rilasciato centinaia di tonnellate di gas estremamente tossici in una nube arancione che è stata poi dispersa dalle piogge.

E poi ci sono i rinnovati timori per lo strato d’ozono, perché il rientro dei satelliti a fine vita (ormai diversi al giorno) sta modificando la chimica dell’atmosfera, e lo spettro della sindrome di Kessler che incombe sinistro sul sogno bagnato della GenX di riempire le orbite basse di costellazioni per le telecomunicazioni e data center. Ma c’è una forma di inquinamento spaziale che sembra non preoccupare nessuno, e che anzi rientra tra le pratiche raccomandate un po’ da tutti, anche dall’ONU, per il fine vita degli oggetti spaziali: buttare tutto in mare.

Perché parlare di inquinamento spaziale?

Secondo il report sui detriti spaziali pubblicato dall’International Academy of Astronautics, dall’inizio dell’era spaziale al 2016 erano già entrati nell’atmosfera circa 24.000 oggetti, per un totale di circa 32.000 tonnellate di peso. E nonostante la stragrande maggioranza di questi abbiano raggiunto la Terra tramite dei rientri non controllati, le rarissime deorbitazioni controllate rappresentano da sole circa il 47% della massa depositata negli oceani. Ciò è dovuto al fatto che questo tipo di rientro è stato dedicato, sin’ora, a oggetti enormi come le stazioni spaziali, che non possono in alcun caso essere lasciate libere di cadere in maniera incontrollata in quanto troppo grosse per disintegrarsi al contatto con l’atmosfera - lo abbiamo visto con gli sciagurati rientri di Skylab e Tiangong 1.

Ma iniziamo dal principio: perché mai dovremmo parlare di inquinamento spaziale? È davvero necessario che iniziamo a prendere confidenza con quello che avviene oltre la linea di Karman? Ebbene, sì. Per due ragioni fondamentali. La prima è che le attività spaziali si sono intensificate a tal punto da avere un impatto ben visibile sulla vita di quaggiù. Nel 2025, SpaceX ha eseguito più di 3 lanci a settimana - quasi tutti per posizionare in orbita dei satelliti Starlink destinati a tornare giù nel giro di pochi mesi o anni. Ogni giorno, per questo, bruciano nell’atmosfera oltre 500 chili di ferraglia. E parliamo solo dei satelliti di Musk. I cinesi lanciano i loro razzi circa due volte a settimana. Roscosmos e RocketLab sono vicini ai 20 lanci annuali. Lo scorso decennio, la media era di appena 80-90 lanci all'anno. Ovviamente, sono aumentati anche i carichi immessi in orbita (sennò la space economy che ci sta a fare!), col risultato che oggi in un anno partono dalla Terra oltre 3.000 tonnellate di oggetti spaziali, più di quello che si era riusciti a fare in tutto il decennio 2010-2019.

La seconda ragione per cui dovremmo occuparci di quello che avviene sopra le nostre teste deriva da un principio basilare troppo spesso affidato a un placido oblio: quasi tutto quello che spediamo in orbita, in qualche modo tornerà sulla Terra. Ogni lancio spaziale, che sia per il rilascio di qualche dozzina di satelliti o per rifornire la ISS, prevede che i carichi dei razzi (e non solo quelli), presto o tardi, tornino a incombere sulle nostre teste in qualità di “massa di rientro” - ovvero: rifiuti spaziali. E la monnezza, ormai dovremmo saperlo, non sparisce. Mai. Secondo il report dell’IAA, per ogni rientro può sopravvivere il 10-40% del materiale. E di roba da deorbitare e far precipitare in mare, elettronica cavi e sostanze radioattive incluse, ce ne sarà moltissima nei prossimi 10-15 anni. Le ultime stime danno oltre 13.000 tonnellate di oggetti spaziali attualmente in orbita intorno alla Terra. Tutto questo, prima o poi, dovrà tornare giù - possibilmente disintegrandosi al rientro in atmosfera o finendo in qualche punto dell’oceano lontano dagli operosi esseri umani.

A proposito di ferraglia, c’è anche da dire che i razzi non sono solamente grossi cilindri in metallo pieni di propellente: quando il secondo stadio di un lanciatore cade nell’oceano, cadono con lui i motori, i dispositivi elettronici, i cavi, il propellente residuo eccetera. Tutte cose che non dovrebbero finire sulle case o sui campi coltivati, ma nemmeno in mare, soprattutto quando abbiamo a che fare con sostanze radioattive o molto tossiche come l’idrazina, che è stato dimostrato poter sopravvivere al rientro in atmosfera. Per il “materiale di rientro” delle deorbitazioni controllate, comunque, la linea guida raccomandata è di fare affondare tutto in mare.

Così è sempre stato, praticamente sin dall’inizio dell’esplorazione spaziale. Il risultato è che oggi oltre 250 oggetti spaziali, inclusa la MIR, le Saljut, i satelliti spia della guerra fredda e i serbatoi di decine di razzi riposano a quasi 4.000 metri di profondità nel "cimitero delle astronavi", nei pressi di un remoto punto del Pacifico noto come Point Nemo e spesso descritto come “deserto biologico”. Eppure, se c’è una cosa che dovremmo aver capito, è che non conosciamo l’oceano così bene da poter dare definizioni del genere. Tant’è che, nel 2005, abbiamo scoperto che non troppo lontano da Point Nemo, nei pressi di alcune sorgenti idrotermali, vive il granchio Yeti (Kiwa hirsuta), una specie prima sconosciuta. E recenti studi sui sedimenti marini della zona hanno rivelato la presenza di vita microbica nonostante i livelli estremamente bassi di energia e nutrienti. Diciamo che il deserto ce lo vogliamo vedere, fintantoché ci serve.

La fine della Stazione Spaziale Internazionale

L’oceano Pacifico accoglierà nei prossimi anni anche la Stazione Spaziale Internazionale, che oltre ad essere un mostro da oltre 400 tonnellate contiene una quantità di materiali e dispositivi sconcertante: impianti di raffreddamento e di ricircolo dell’aria, frigoriferi, glove box per la microgravità, tapis roulant e altri strumenti per l’allenamento degli astronauti, spettrometri, telescopi e altro ancora. Che fine faranno tutti questi oggetti? Nei piani ufficiali della NASA ancora non c’è traccia di un eventuale recupero della strumentazione. Qualche reperto storico (targhe e piccoli strumenti) verrà conservato ed esposto nei musei, ma qui finisce.

Secondo la valutazione dell'impatto ambientale redatta dall’Agenzia nel 1996, però, non c’è da preoccuparsi. Come si legge nel documento,

“Si prevede che la maggior parte dell'hardware della stazione bruci o si vaporizzi durante l'intenso riscaldamento associato al rientro atmosferico, mentre alcuni componenti più densi o resistenti al calore, come le sezioni della struttura, dovrebbero sopravvivere al rientro e cadere in una regione disabitata dell'oceano”.

Ultimamente sta facendo abbastanza discutere la richiesta del Congresso Americano di “non deorbitare la ISS e mantenerla in uso anche dopo il 2030”, anno della sua dismissione. In realtà, a leggersi le carte, l’House of Committee ha richiesto alla NASA di “effettuare un'analisi ingegneristica per valutare la fattibilità tecnica, operativa e logistica del trasferimento della ISS in un porto orbitale sicuro e dello stoccaggio della ISS”, ed eventualmente mantenerla in attività. Ma la NASA quest’analisi l’ha già fatta e pubblicata due anni fa. E, tristemente se vogliamo, la conclusione è che non ci sono alternative alla deorbitazione controllata. Spostare la ISS diciamo a 2mila chilometri d’altezza, dove potrebbe stare anche per 10mila anni, rende impossibile la presenza di un equipaggio (decisamente fondamentale per l’operatività della stazione) e richiederebbe di trasportare in orbita 132 tonnellate di propellente. Laconicamente, la NASA fa notare che “raggiungere queste orbite richiederebbe lo sviluppo di nuovi veicoli propulsivi e cisterna attualmente inesistenti”. Tipo Starship. E poi c’è una piccolissima questione che il Congresso USA sembra aver tralasciato: la ISS non è degli Stati Uniti. E i russi già hanno fatto sapere che nel 2030 si riprenderanno due moduli del loro segmento per costruire la ROS, la loro nuova stazione spaziale.

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Spazio e oceano: una terra di nessuno (ancora) senza regole

E quindi la ISS finirà in mare, nel cimitero delle astronavi, insieme alla MIR e a tutto il resto. Ma qua parliamo dell’oggetto più grande mai fatto deorbitare. E infatti, come specificato dalla NASA,

“Si stima che dal 6 al 19 per cento della ISS sopravviverà al rientro. Il peso totale dei detriti associato a queste stime può andare da 24.260 kg a 78.570 kg. L'impatto ambientale di questi detriti all'interno dell'area di impatto prevista dovrebbe essere modesto. Alcuni pezzi potrebbero avere un'energia cinetica sufficiente a causare danni a persone e strutture, comprese le navi, una volta caduti sulla Terra. Una volta entrati nell'oceano, i detriti dovrebbero depositarsi sul fondo. Alcuni detriti saranno incorporati nei sedimenti marini. Sebbene sia improbabile, potrebbero verificarsi alcune perdite da contenitori precedentemente sigillati che sono rimasti intatti durante il rientro e l'impatto. Tuttavia, non si prevedono impatti sostanziali a lungo termine”.

Tutto benissimo dunque. Tonnellate di metalli e sostanze chimiche, nascoste a quattromila metri di profondità, che non esisteranno più. O almeno, resteranno fuori dalla nostra vista - con buona pace degli scienziati.

La Convenzione ONU sul Diritto del Mare si limita a dire che i Paesi dovrebbero adottare regolamenti specifici per la disposizione dei rifiuti spaziali in mare. Ovviamente, nessuno lo ha fatto. Neanche l’Italia col DDL Spazio. Forse perché le acque internazionali sono tradizionalmente considerate una “terra di nessuno” e senza regole, un dominio che dovrebbe essere patrimonio di tutta l’umanità, che solo organismi sovranazionali come le agenzie dell’ONU e i loro regolamenti non vincolanti possono tutelare. Esattamente come avviene per lo spazio.