Dal capitalismo neoliberale al tecno-feudalesimo
Studente di Scienze Politiche. Anticapitalismo come stile di vita
Ascesa e trasformazione dei giganti digitali: come la Silicon Valley ha sottomesso lo Stato e privatizzato la sovranità
Tra la fine degli anni Novanta e i primissimi anni Duemila, mentre i postumi dello scoppio della bolla delle dot-com spazzano via le illusioni di una generazione di investitori, una nuova razza di pionieri della tecnologia emerge dalle ceneri della Silicon Valley. Usciti dai proverbiali garage californiani, questi ingegneri e programmatori si preparano a diventare gli architetti dell’economia digitale contemporanea. In un breve lasso di tempo, a cavallo tra il 1999 e il 2002, le grandi aziende tecnologiche iniziano quindi a gettare le basi per un’infrastruttura capace, nel giro di due decenni, di esercitare un’influenza addirittura superiore a quella dello Stato-Nazione. La nascita e lo sviluppo di questa dinamica, tuttavia, non sono affatto un mero incidente di percorso, ma il risultato di un ecosistema politico ed economico che ha delegato al settore privato la strutturazione del nostro presente.
I figli prediletti del globalismo neoliberale
Nella sua fase embrionale, coincidente con l’apogeo della globalizzazione, il nascente capitalismo tecnologico non si pone affatto in contrasto con l’establishment dell’epoca (la classe dirigente politico-finanziaria de facto fautrice del paradigma neoliberale), ma vi si integra alla perfezione, divenendone la punta di diamante. Non a caso, all’inizio del XXI secolo, la costruzione dei primi grandi imperi digitali necessita esattamente di ciò che la politica globale stava offrendo fino a quel momento: confini aperti, abbattimento delle barriere commerciali, fluidità logistica e, soprattutto, una deregolamentazione senza precedenti. L’obiettivo principale è espandersi rapidamente in mercati non ancora tracciati, digitalizzando servizi, comunicazioni e consumi.
Nascendo nei “salotti buoni” dell’economia globale, dunque, le Big Tech hanno la possibilità di accumulare capitali immensi. Un merito di questa operazione va anche a tutti quei legislatori che vedono in internet una sorta di zona franca da non imbrigliare con leggi e controlli statali (si pensi alla Section 230 del Communications Decency Act statunitense, che esentava le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti degli utenti). Questa convergenza con il libero mercato e la politica degli anni Novanta e primi anni Duemila, quindi, si è rivelata il carburante per l’ascesa dei giganti tecnologici della Silicon Valley. Questi ultimi, d’altronde, si presentano al pubblico con una facciata genuinamente progressista e cosmopolita perfettamente in linea con l’ordine vigente. Il linguaggio, l’estetica e le narrazioni utilizzate comunicano l’idea di un capitalismo dal volto umano; un’utopia in cui la connessione globale avrebbe appiattito le gerarchie sociali.
La rottura con lo Stato regolatore: dalla crisi del 2008 al boom dell’AI
Il vero punto di svolta nello status quo si verifica a partire dalla Grande Recessione del 2008. L’ordine economico internazionale, infatti, entra in una fase di profonda instabilità che rivela i limiti di un mercato lasciato a sé stesso. Pressate dalle crescenti disuguaglianze, dall’erosione della classe media e dall’espansione degli oligopoli digitali, le istituzioni governative iniziano, seppur lentamente, a mutare approccio. Se fino ad ora lo Stato ha agito come una sorta di facilitatore passivo, da questo momento assume una postura volta a riappropriarsi del proprio ruolo di regolatore, dovuta anche al raggiungimento di un nuovo grado di consapevolezza: le piattaforme digitali non sono affatto meri contenitori neutrali, ma attori in grado di influenzare elezioni, mercati e psicologie collettive. L’Unione Europea fa da apripista, inasprendo le normative antitrust (con multe miliardarie per abuso di posizione dominante) e introducendo rigidi paletti sulla privacy, come il GDPR. Anche negli stessi Stati Uniti, un tempo patria incontrastata della deregolamentazione selvaggia, cominciano a levarsi voci bipartisan per lo smembramento dei monopoli.
Il sorgere di questo clima, tuttavia, fa sì che le Big Tech inizino a rimodellare profondamente i propri obiettivi e la propria visione del mondo. Guidate dalla necessità strutturale di accumulare dati e capitali in modo sistematico (fattore esploso in primis dopo l’arrivo dell’AI nel mercato), i giganti della Silicon Valley cominciano a percepire le istituzioni statali e le agenzie regolatorie come ostacoli fastidiosi; fino ad una radicalizzazione definitiva di questa visione “accelerazionista”. L’idea che l’innovazione tecnologica debba procedere senza alcun intralcio burocratico porta a una crescente insofferenza verso i tradizionali pesi e contrappesi delle democrazie liberali. Se le leggi sulla tutela dei lavoratori impediscono lo sviluppo della gig economy, o se le norme sul diritto d’autore rallentano l’addestramento degli algoritmi predittivi, il problema, nella nuova ottica tecno-corporativa, non è più il modello di business, ma lo Stato che si ostina ad applicare logiche novecentesche al futuro.
L’impronta indelebile della “PayPal Mafia” e il dogma del monopolio (Zero to One)
Per comprendere appieno la filosofia che anima il blocco di potere delle Big Tech, è prima di tutto necessario analizzare il suo più importante incubatore culturale e finanziario. Nel corso della fase fondativa di questa aristocrazia imprenditoriale, un ruolo cruciale viene svolto dalla cosiddetta PayPal Mafia: il gruppo di fondatori ed ex dipendenti del sistema di pagamento PayPal. Dopo la cessione della società a eBay nel 2002 per un miliardo e mezzo di dollari, queste personalità non si sono assolutamente ritirate, ma hanno reinvestito i capitali e le reciproche connessioni per fondare, finanziare e plasmare i nodi strategici del web contemporaneo. Tra i suoi esponenti principali figurano personaggi che hanno ridisegnato (e stanno ridisegnando) il nostro modo di vivere la rete:
- Peter Thiel: co-fondatore di PayPal, figura intellettualmente centrale della tech-right, primo grande investitore esterno di Facebook e creatore della controversa società di analisi dati Palantir.
- Elon Musk: entrato in PayPal a seguito della fusione con la sua X.com, oggi uomo più ricco del mondo e guida di Tesla, SpaceX, Neuralink e del social network X (ex Twitter).
- Reid Hoffman: ex vicepresidente esecutivo di PayPal, fondatore di LinkedIn e investitore della prim’ora in colossi del calibro di OpenAI (l’azienda dietro ChatGPT) e Airbnb.
- Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim: il trio di ingegneri che, pochi anni dopo l’uscita da PayPal, ha dato alla luce YouTube.
- David Sacks e Max Levchin: il primo fondatore di Yammer e oggi uno dei podcaster e investitori più influenti nel dibattito politico-tecnologico statunitense; il secondo mente tecnica dietro innumerevoli innovazioni nel campo della finanza digitale.
Più che una semplice startup di successo, PayPal si è rivelata il laboratorio socio-organizzativo della Silicon Valley. Sotto l’impronta di figure come Thiel e Levchin, l’azienda ha coltivato una cultura che premiava un’iper-competitività quasi marziale e un radicato scetticismo verso l’interventismo statale, percepito come inefficiente e moralmente ingiustificato. In questo crogiolo, prende forma l’intera filosofia di business cristallizzata da Thiel nel celebre saggio Zero to One. Il libro demolisce il pilastro principale del liberismo classico, ovvero l’idea che la concorrenza perfetta sia un bene. Al contrario, per Thiel la concorrenza è “per i perdenti”, in quanto non solo divora i profitti, ma addirittura blocca la stessa innovazione. Lo scopo razionale, quasi morale, di un’impresa innovativa, dunque; deve essere il monopolio: un’azienda deve creare una tecnologia così superiore e inarrivabile da annichilire qualsiasi rivale, diventando l’unico padrone di un certo settore. Inutile dire che, nell’ottica di Thiel, lo Stato regolatore non è un arbitro imparziale, ma un parassita che punisce il genio e il successo.
Dalle app alla geopolitica: la privatizzazione della sovranità
Se nel primo decennio degli anni Duemila l’impatto di questa mentalità si limita al software di consumo e ai social media, negli ultimi anni la matrice tecno-corporativa si è proiettata in ambiti tradizionalmente riservati alla sfera pubblica. Possiamo ormai dire, con assoluta certezza, di star assistendo ad una progressiva inesorabile esternalizzazione della sovranità statale nella società civile. L’esempio più lampante è offerto da società come Palantir. Quest’ultima, infatti, è stata esplicitamente concepita per processare e analizzare moli sterminate di dati per conto dell’intelligence militare, delle forze dell’ordine e dei governi occidentali.
Da strumento di mercato a protesi del Deep State, questi colossi non offrono più solo software, ma forniscono l’infrastruttura cognitiva tramite cui gli Stati prendono decisioni di sicurezza nazionale. Altrettanto significativo è il caso della rete satellitare Starlink (proprietà di SpaceX). Negli attuali scenari di crisi globale, dai teatri di guerra in Europa orientale ai conflitti in Medio Oriente, la connessione internet e le comunicazioni militari sul campo sono dipese non dai governi, ma dalle decisioni operative di un singolo individuo - Elon Musk -, il quale detiene il potere di accendere o spegnere l’accesso a reti vitali per la sopravvivenza di intere nazioni. Questo non può che dimostrare come un colosso privato possa trasformarsi in attore geopolitico autonomo, capace di trattare alla pari (se non da una posizione di forza) con capi di Stato e alleanze militari.
Le nuove alleanze politiche e il paradosso del tecno-populismo
Per proteggere e amplificare questo immenso livello di potere infrastrutturale, una fazione sempre più influente della Silicon Valley ha deciso, negli ultimi anni, di scendere direttamente nell’arena politica. In particolare, negli Stati Uniti, tutto questo si è tradotto in una spettacolare convergenza di interessi tra l’avanguardia tecnologica e l’ala più reazionaria, sciovinista e imperialista della politica nazionale. Fino a pochi decenni fa, un’alleanza tra la classe operaia impoverita della Rust Belt e i miliardari californiani della Silicon Valley sarebbe parsa un’assurdità politologica. Eppure, figure di spicco del mondo finanziario hanno iniziato a finanziare sistematicamente candidati e movimenti propensi a un massiccio alleggerimento burocratico e fiscale.
L'obiettivo, naturalmente, è ben chiaro: supportare una leadership politica in grado di smantellare lo Stato regolatore, depotenziare agenzie di controllo (come l’Antitrust, le agenzie ambientali o la commissione per i titoli e gli scambi) e lasciare mano libera allo sviluppo dell’AI, delle criptovalute e delle nuove tecnologie energetiche, in assenza di vincoli normativi.
A tal proposito, l’ascesa di figure come J.D. Vance (oggi vicepresidente degli Stati Uniti d’America) rappresenta il manifesto di questo nuovo asse: ex venture capitalist degli ambienti della Silicon Valley, il suo arrivo alle alte sfere della politica statunitense non può che suggellare una perfetta sinergia con la cosiddetta tech-right. La retorica populista e anti-élite (rivolta per lo più contro accademici, vecchi burocrati e imprenditori rivali) viene utilizzata come ariete elettorale per realizzare un’agenda che, nei fatti, favorisce l’elite più esclusiva di tutte: quella tecnologica. La stessa borghesia nazionale americana (manifattura, carbon-fossile, edilizia, ecc.), storicamente vicina ai neocon del Partito
Repubblicano, si trova oggi in una posizione subalterna, dipendendo proprio dai sistemi cloud e dagli algoritmi creati dai signori della Bay Area.
Un modello di lobbying innovativo e atipico
Con l’ascesa della tech-right nel quadro del panorama politico statunitense, le attività tradizionali di lobbying (caratterizzate da incontri formali negli ambienti istituzionali) hanno subito un mutamento notevole. Come abbiamo appreso nelle righe precedenti, la destra tecnologica della Silicon Valley ha costantemente mostrato una certa propensione alla deregolamentazione del mercato; esplosa in particolare nel secondo mandato del Presidente Donald Trump. In questo spazio temporale, i colossi reazionari delle Big Tech hanno progressivamente adottato una strategia basata su Super PAC (Political Action Committees) multi-milionari; capaci di influenzare le campagne elettorali (federali e statali).
Tra i casi più eclatanti, possiamo menzionare soprattutto quello di Andreessen Horowitz — gigante statunitense del venture capital —, il quale, negli ultimi tempi, ha guidato il PAC Leading The Future (in compagnia di realtà come Perplexity e Palantir) per contrastare le norme di sicurezza sull’AI. Altrettanto rilevante è anche il gruppo pro-deregolamentazione dell’Innovation Council Action — guidato dall’ex vice-capo dello staff di Trump Taylor Budowich (ed elogiato da David Sacks) —, pianificatore di maxi-investimenti da 100 milioni di dollari in vista delle mid-term del 2026.
Naturalmente, come immaginabile da quanto si legge, l’obiettivo strategico dei Super-PAC è influenzare l’esito delle elezioni (e l’agenda politica) facendo confluire enormi quantità di denaro nelle tasche di candidati favorevoli. Queste maxi-lobby, non per caso, godono della capacità di ricevere donazioni di qualsiasi importo da individui, aziende, sindacati e persino gruppi di “dark money” (cioè fondazioni che non rivelano l’identità dei propri donatori). Poiché per le leggi federali non possono finanziare direttamente i singoli candidati, impiegano i propri budget in primis per produrre e acquistare pubblicità televisive, radiofoniche e digitali (spesso mirate a screditare l’avversario politico) e organizzare eventi o raduni (come massicce campagne di mobilitazione). In altre parole, i Super PAC agiscono come potentissime macchine propagandistiche parallele ai partiti, consentendo ai magnati del tech di esercitare un peso enorme nelle agende legislative.
Tra il 2025 e il 2026, questo immenso potere di pressione finanziaria si è tradotto in tre rimarchevoli battaglie volte a conseguire la permissionless innovation (innovazione senza autorizzazione preventiva). Per esempio, poiché stati come la California, il Colorado o New York avevano provato a imporre severe legislazioni (soprattutto in materia di sicurezza per l’AI), l’insistenza dei Super PAC delle Big Tech ha fatto sì che il Congresso votasse una moratoria decennale (“One Big Beautiful Bill”) nell’Estate del 2025. Sebbene la legge sia stata respinta da un’opposizione bipartisan, il Dicembre successivo la Presidenza Trump ha firmato un ordine esecutivo per garantire una regolamentazione minima (“Light-Touch Approach”), de facto decretando un successo parziale per la tech-right. In seguito, nella primavera del 2026, la Casa Bianca ha rilasciato un quadro politico nazionale sull’AI che sposa appieno le richieste delle lobby di normative “minimally burdensome” in nome della «guerra contro la Cina». A tal proposito, la narrazione dello Spauracchio Cinese — secondo cui ogni freno legislativo alla Silicon Valley equivale a «consegnare la leadership dell’AI a Pechino» — è stato spesso utilizzato come giustificazione per ampliare la libertà d’azione delle Big Tech; al tempo stesso ottenendo dallo Stato gli strumenti necessari per blindare i propri monopoli. Tutto ciò, d’altronde, è stato reso possibile in primis grazie allo smantellamento massivo delle agenzie dell’Antitrust e della vigilanza finanziaria (come la SEC o la FTC), le quali, sotto l’amministrazione Biden, avevano intrapreso una dura battaglia contro la concorrenza sleale delle Big Tech.
A partire dalla seconda presidenza Trump, dunque, è stata intrapresa una sistematica rimozione dei vincoli sul mercato per la Silicon Valley, in particolare grazie all’opera del DOGE (Department of Government Efficiency). Fondato a inizio 2025 (e inizialmente sotto la conduzione di Elon Musk) per “ripulire gli apparati burocratici inefficaci”, il DOGE ha operato una linea di asfissia economica e amministrativa delle divisioni dell’Antitrust (fatta di tagli drastici al personale, rimozione della vecchia dirigenza e riduzione dei poteri). Il risultato finale è stato la trasformazione delle agenzie federali (es. il DOJ) in semplici facilitatori passivi composti da yes-man ormai annidati nei ministeri chiave, assicurando che lo scudo protettivo delle Big Tech rimanesse attivo per un lungo periodo.
In ultima istanza, bisogna tuttavia menzionare una situazione rivelatasi pressappoco surreale e ironica emersa nella prima metà del 2026. L’approccio totalmente deregolamentato dell’amministrazione Trump, infatti, ha finito per dare alla luce un sistema totalmente instabile e imprevedibile persino più dannoso del precedente per le Big Tech.
Addirittura, le stesse figure della Silicon Valley che più avevano spinto per la deregolamentazione si sono ritrovate a implorare la stesura di un nuovo quadro normativo. Al momento, senza leggi scritte e chiare, la Casa Bianca ha cominciato a muoversi per decreti estemporanei legati alla sicurezza nazionale (per esempio bloccando l’esportazione dei modelli avanzati di Anthropic o limitando il rilascio dei nuovi modelli GPT-5.6 di OpenAI).
Verso il Tecno-Feudalesimo: il nuovo paradigma del capitalismo
Come stiamo osservando, la combinazione di questi elementi nocivi (l’iper-concentrazione della ricchezza, il dogma del monopolio, l’esternalizzazione della sovranità statale e la cattura delle istituzioni politiche) sta dando vita a una mutazione strutturale dell’economia capitalista per come la conoscevamo. Sempre più filosofi, politologi, sociologi ed economisti utilizzano la parola tecno-feudalesimo (o neofeudalesimo) per descrivere l’architettura sociale ed economica in cui stiamo facendo il nostro ingresso. La caratteristica alla base di questo paradigma si basa su un’importantissima distinzione tra “profitto” e “rendita”. Nel capitalismo classico, infatti, il profitto si genera creando e vendendo beni e servizi in un mercato aperto e competitivo. Nel nuovo sistema digitale, invece, il mercato aperto cede il passo a piattaforme chiuse, i cosiddetti walled gardens (giardini recintati). Colossi come Amazon, Apple, Meta, Google o Microsoft non si limitano più a partecipare al mercato. Al contrario, loro sono il mercato e operano in una maniera che ricorda i grandi feudatari medievali: possiedono l’infrastruttura digitale proprio come i signori feudali possedevano i terreni ed esigono un tributo (una percentuale, un pedaggio) per ogni transazione, interazione o merce scambiata all’interno del loro feudo digitale. Le aziende tradizionali, i creatori di contenuti e i semplici utenti diventano, quindi, i nuovi servi della gleba del cloud: costretti a risiedere su quelle specifiche piattaforme per poter sopravvivere economicamente e socialmente, cedono in cambio la materia prima più preziosa del nostro secolo, ovvero i propri dati comportamentali.
La vecchia economia industriale, pertanto, si trova invischiata in una situazione di totale dipendenza, dove i sistemi logistici, l’elaborazione dei pagamenti e le campagne di marketing dipendono dai server di tre o quattro mega-corporazioni. Non stiamo assistendo semplicemente al successo di menti e progetti brillanti, ma ad un mutamento del sistema economico in vigore che può star conducendo il capitalismo e la democrazia liberale verso uno stadio terminale. Fattori come il potere decisionale per la vita collettiva, il diritto di stabilire cosa sia visibile e cosa no, chi possa accedere ai mercati e chi ne venga bandito rischiano pertanto di diventare definitivamente una prerogativa esclusiva di consigli di amministrazione ristretti ed elitari.
In sintesi, l’evoluzione dell’utopia digitale in distopia sta ormai ridefinendo radicalmente i confini tra Stato e mercato, erodendo silenziosamente i diritti democratici per sostituirli con termini di servizio e condizioni a cui nessuno potrà più sottrarsi.