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La catena senza padrone

di
Filippo Dicchi
Filippo Dicchi

Cerca l'utopia socialista nelle crepe del capitalismo digitale. Aspetta la rivoluzione controllando se gli androidi hanno iniziato a sognare.

24 agosto 2026

Blockchain: diciassette anni dopo il sogno cripto-anarchico è diventato la classe di attivi più redditizia di Wall Street

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Il 3 gennaio 2009, dentro il primissimo blocco della catena di Bitcoin, quello che i programmatori chiamano genesis block, Satoshi Nakamoto nascose una riga che non serviva a far funzionare nulla. Era il titolo del Times di Londra di quel giorno: "Chancellor on brink of second bailout for banks", il cancelliere sull'orlo di un secondo salvataggio delle banche. Un messaggio in bottiglia, una firma politica lasciata nel codice: questa moneta nasce contro il sistema che stampa denaro per salvare chi ha fatto saltare il mondo. Bitcoin veniva alla luce come un atto d'accusa verso le banche e verso lo Stato che le tiene in piedi.

Diciassette anni dopo, il più grande gestore di patrimoni del pianeta, BlackRock, detiene per conto dei propri clienti centinaia di migliaia di bitcoin dentro un fondo quotato in borsa. Larry Fink, che di Bitcoin aveva detto che era "un indice del riciclaggio di denaro", oggi lo vende ai fondi pensione come si vende l'oro. La grande finanza contro cui Bitcoin era nato ne è diventata il custode più solerte. Il messaggio infilato nel primo blocco è ancora lì, immutabile per sempre, inciso in una catena che nel frattempo ha cambiato padrone. È la parabola di una promessa, e di come il capitale l'abbia disinnescata senza nemmeno doverla combattere: comprandola.

Il sogno di abolire la fiducia

Per misurare che cosa sia stato tradito bisogna ricordare quanto fosse ambizioso il sogno. Il seme non era tecnico, era politico, e veniva da lontano. Già nel 1988 Timothy C. May apriva il suo Manifesto cripto-anarchico con un verso rubato a Marx ("uno spettro si aggira per il mondo moderno, lo spettro della cripto-anarchia"); cinque anni dopo Eric Hughes fissava la dottrina del movimento in tre parole: "i cypherpunk scrivono codice". La crittografia, dicevano, sarebbe stata l'arma finale contro il potere: due persone avrebbero potuto scambiarsi denaro e contratti senza che nessuno conoscesse la loro identità, e nessuna autorità avrebbe più potuto tassare, censurare, sorvegliare. Finn Brunton ne ha ricostruito la lunga genealogia, che parte dal denaro digitale di David Chaum nel 1983 e attraversa trent'anni di matematici e programmatori ostinati.

Il nemico aveva un nome preciso: la terza parte fidata, il trusted third party. La banca che può congelarti il conto, lo Stato che può svalutare la moneta stampandone di più, il notaio, la piattaforma che può cancellarti. Il sogno era sostituire la fiducia negli uomini con la prova nella matematica. Trustless, senza bisogno di fidarsi. Non a caso il titolo del documento fondativo di Nakamoto recitava "A Peer-to-Peer Electronic Cash System": contante elettronico, un mezzo di pagamento che non chiede il permesso a nessuno. Il testo da cui prende le mosse questo pezzo, scritto anni fa da Alessandra Caraffa e intitolato The first Blockchain, the crypto-anarchist dream, respira per intero questa fede: immagina la blockchain che distribuisce equamente le case popolari, rende incorruttibili i concorsi pubblici, traccia la plastica negli oceani, e celebra il fatto che, una volta risolto un blocco, il dato diventi "non cancellabile né alterabile". Caraffa era convinta che i termini della discussione fossero "cambiati in modo irreversibile" e che l'utopia cripto fosse "finalmente diventata tecnicamente possibile". Aveva ragione sulla tecnica. Aveva torto su tutto il resto. Perché una tecnica non galleggia mai nel vuoto: vive dentro rapporti di proprietà, di mercato, di potere. E il mercato era in attesa.

Il ritorno della terza parte fidata

La prima cosa che il capitale ha fatto è stata trasformare la moneta in un attivo. Bitcoin era nato come contante e si è ritrovato "oro digitale". Qui torna utile Marx: la formula del capitale è denaro-merce-denaro, dove il senso di tutto è la merce che sta in mezzo, la cosa che serve a qualcuno; degenera in denaro-denaro quando il denaro si limita a generare altro denaro senza passare per alcun uso, pura speculazione. Nakamoto voleva il mezzo di scambio, la pizza che compri; il mercato voleva una riserva di valore da accumulare e su cui scommettere. Il 22 maggio 2010 Laszlo Hanyecz pagò 10.000 bitcoin per due pizze, il primo acquisto reale della storia della moneta; quei bitcoin oggi varrebbero quasi un miliardo di dollari, e ogni anno l'aneddoto viene festeggiato come "Bitcoin Pizza Day", una ricorrenza che in fondo commemora esattamente la cosa che Bitcoin avrebbe dovuto essere e non è: denaro che si spende. Nessuno compra più pizze in bitcoin. Si comprano quote di un fondo.

Poi è arrivata la ricentralizzazione. Nakamoto immaginava "una CPU, un voto", una rete tanto distribuita da rendere impossibile ogni dominio. Ma il proof-of-work premia chi può gettare nel problema più potenza di calcolo ed elettricità più a buon mercato, e così l'estrazione si è concentrata in una manciata di allevamenti industriali e di pool: le economie di scala hanno fatto quello che fanno sempre. E l'utente comune, che non avrebbe mai fatto girare un nodo dal portatile, ha delegato tutto agli exchange: Coinbase, Binance, e per una stagione FTX. La terza parte fidata che il sogno aveva ucciso è rientrata dalla porta principale, stavolta senza licenza bancaria, senza vigilanza, senza garanzia sui depositi. FTX ne è l'emblema perfetto: un sistema costruito per non doversi fidare di nessuno, affidato a Sam Bankman-Fried, che ha preso i soldi e li ha giocati. Dove il sogno prometteva nessun padrone, il mercato ha consegnato il padrone più irresponsabile che si potesse concepire. Vili Lehdonvirta ha chiamato "imperi del cloud" proprio questo esito ricorrente: le promesse di decentralizzazione che collassano, con puntualità, in nuove concentrazioni di potere.

C'è poi un costo che gli ottimisti di nove anni fa non avevano messo in conto: l'energia. Il proof-of-work consuma tanta elettricità quanto un paese di medie dimensioni. In un altro pezzo di questa serie ho scritto che la nuvola pesa. Anche la catena pesa: in kilowattora, in carbone, nel silicio di macchine costruite per essere buttate. La libertà immateriale del registro poggia su fattorie molto materiali in Texas e in Kazakistan.

La libertà come archivio

Ma la beffa più profonda è un'altra, ed è nascosta proprio nella frase che l'autrice del 2017 celebrava con più entusiasmo: il dato diventa "non cancellabile né alterabile". Caraffa leggeva l'immutabilità come libertà. È il suo contrario. Bitcoin non è anonimo, è pseudonimo: ogni transazione mai avvenuta è scritta in un registro pubblico, permanente, che chiunque può leggere per sempre. È, per costruzione, l'archivio di sorveglianza più completo mai realizzato. Un'intera industria (Chainalysis e i suoi simili) non fa altro che de-anonimizzare quel libro mastro e vendere il risultato a governi, fisco, polizie. Il sogno di sottrarsi all'occhio dello Stato ha prodotto un panottico che lo Stato ora consulta con comodo.

Gilles Deleuze ne aveva intuito la forma già nel 1990, nel suo breve Poscritto sulle società del controllo: le vecchie recinzioni disciplinari (la fabbrica, la scuola) lasciano il posto a una modulazione continua fatta di codici, dove l'accesso è concesso o negato da una password, e il denaro stesso diventa l'espressione più limpida del controllo. La blockchain è la macchina perfetta della società del controllo: non un muro che ti rinchiude, ma un codice che decide, transazione per transazione, se puoi passare. "Il codice è legge", aveva detto Lawrence Lessig: nel cyberspazio l'architettura del software regola i comportamenti con l'efficacia di una legge. I cypherpunk ne avevano fatto una promessa (le regole scritte nel codice non si corrompono). Ma se il codice è legge, allora il legislatore è chi il codice lo scrive, chi possiede le macchine che lo eseguono, chi controlla l'exchange. E quel legislatore, si è scoperto, è il capitale. Katharina Pistor ha mostrato che un bene diventa capitale quando la legge lo "codifica" come tale, con i moduli giusti: proprietà, priorità, durata. Le criptovalute non sono sfuggite a questa codifica, l'hanno accelerata. Nell'istante in cui un token è diventato prezioso, avvocati, borse e Stati si sono precipitati a codificarlo come proprietà, come titolo, come ricchezza tassabile. La fuga dalla legge è diventata una nuova, lucrosa classe di attivi, per giunta dotata di lobby.

Nulla di tutto questo è un incidente di percorso. Già nel 1995 Richard Barbrook e Andy Cameron avevano dato un nome alla "ideologia californiana": quella seducente fusione di controcultura hippie ed economia di mercato in cui la retorica della liberazione individuale e la logica dell'accumulazione parlano la stessa lingua. Fred Turner ne ha tracciato la filiera, dalle comuni del Whole Earth Catalog ai consigli d'amministrazione della Silicon Valley. David Golumbia si è spinto oltre e ha letto Bitcoin come software con una politica di destra già incorporata: un dispositivo pensato per smantellare lo Stato e le banche centrali, la cui "liberazione" era, fin dall'inizio, la liberazione del capitale da ogni controllo collettivo. Il sogno cripto non è mai stato fuori dal capitale. Era uno dei sogni più ferventi del capitale.

Il sogno non era tutto sbagliato

Sarei disonesto se mi fermassi qui. La critica alla terza parte fidata non era paranoia: nel 2008 le banche sono davvero saltate, e lo Stato ha davvero fatto pagare a tutti il loro salvataggio. E la tecnologia ha prodotto beni reali, che nessun bilancio onesto può cancellare. Nel 2020 i manifestanti nigeriani di #EndSARS, con i conti bancari congelati, hanno continuato a finanziarsi in bitcoin; nel 2022 l'Ucraina ha raccolto decine di milioni in donazioni cripto nei primissimi giorni di guerra; per chi vive dentro un'iperinflazione, dall'Argentina al Libano, una stablecoin in dollari su un telefono è stata un'ancora che la banca locale non poteva offrire. Rachel O'Dwyer ha mostrato come il token stia ridisegnando la stessa idea di denaro, e non solo in peggio. Esistono perfino tentativi seri di piegare la tecnologia a sinistra: Nathan Schneider e il movimento del cooperativismo di piattaforma immaginano catene che custodiscono beni comuni invece di concentrare rendite. Sono cose vere, e meritano di meglio del sarcasmo.

E c'è l'obiezione che attraversa tutta questa serie: il nemico non è la tecnologia ma la proprietà; cambiate i rapporti di proprietà e cambierete il segno. È un'obiezione seria, e vale anche qui. Ma proprio qui, più che altrove, conviene resistere alla tentazione di fermarsi al chi. Perché il sogno cripto non è stato semplicemente catturato, come un attrezzo qualsiasi: era fondato su un errore su ciò che combatteva. Voleva abolire la terza parte fidata, cioè abolire la fiducia stessa, sostituire il politico (le istituzioni, la deliberazione, il lavoro faticoso e umano di decidere insieme di chi fidarsi e come tenerlo in riga) con l'automatismo del codice. Ma dal politico non si esce scrivendo software. Il potere non svanisce quando ci si rifiuta di nominarlo: diventa soltanto invisibile, e il potere invisibile è il meno responsabile che esista. Abolisci la banca regolata e non ottieni nessuna banca: ottieni FTX. Abolisci l'autorità centrale e non ottieni tutti liberi: ottieni chi possiede più macchine. La terza parte fidata non è un difetto della società da eliminare per via ingegneristica; la domanda vera, la domanda politica, non è mai stata come sopprimerla, ma come renderla responsabile di fronte a noi. Il sogno cripto-anarchico ha risposto a una domanda che nessuno avrebbe dovuto porre, e così facendo ha lasciato il campo, sguarnito, all'unico attore che non dorme mai.

Vale la pena rileggere l'incipit di quel manifesto, oggi, con altre orecchie:

"Uno spettro si aggira per il mondo moderno, lo spettro della cripto-anarchia" (T. C. May, Manifesto cripto-anarchico, 1988).

Lo spettro si aggirava davvero. Ma gli spettri, si sa, non hanno tasche. Quando è arrivato il momento di incassare la libertà promessa, a raccoglierla non sono stati gli hacker né i dissidenti, ma i fondi quotati e i gestori di patrimoni, gli stessi contro cui il primo blocco era stato scritto. La riga nascosta da Satoshi il 3 gennaio 2009 è ancora lì, incisa per l'eternità in un registro che oggi appartiene, un poco, anche a BlackRock. È il destino più beffardo che potesse toccare a un messaggio di rivolta: essere reso immortale dalla stessa tecnologia che lo trasportava, e finire custodito, con la massima cura, proprio da coloro contro cui era stato scritto.

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Riferimenti bibliografici

Testo di partenza:

Alessandra Caraffa, The first Blockchain, the crypto-anarchist dream (2017)

Fonti e manifesti:

Timothy C. May, The Crypto Anarchist Manifesto (1988)
Eric Hughes, A Cypherpunk's Manifesto (1993)
David Chaum, Blind Signatures for Untraceable Payments (1983)
Satoshi Nakamoto, Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System (2008).

Studi critici:

Richard Barbrook e Andy Cameron, The Californian Ideology (1995)
Fred Turner, From Counterculture to Cyberculture: Stewart Brand, the Whole Earth Network, and the Rise of Digital Utopianism (2006)
Lawrence Lessig, Code and Other Laws of Cyberspace (1999; ed. riveduta Code: Version 2.0, 2006)
Gilles Deleuze, Poscritto sulle società del controllo (1990)
David Golumbia, The Politics of Bitcoin: Software as Right-Wing Extremism (2016)
Katharina Pistor, The Code of Capital: How the Law Creates Wealth and Inequality (2019)
Finn Brunton, Digital Cash: The Unknown History of the Anarchists, Utopians, and Technologists Who Created Cryptocurrency (2019)
Rachel O'Dwyer, Tokens: The Future of Money in the Age of the Platform (2023)
Vili Lehdonvirta, Cloud Empires: How Digital Platforms Are Overtaking the State and How We Can Regain Control (2022)
Evgeny Morozov, To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism (2013)
Nathan Schneider, Governable Spaces: Democratic Design for Online Life (2024)
Karl Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica, Libro I (1867)
Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza (2019)