Cinque errori da evitare nell’analizzare l’attualità iraniana
L’Iran oltre l’esegesi liberale: anatomia politica di una sovranità teocentrica in rotta con l'egemonia atlantista
Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Massimiliano Ay , segretario politico del Partito Comunista (Svizzera), del 23 febbraio 2026
La Repubblica Islamica dell’Iran non è un regime teocratico dove il potere è esercitato dal clero come ceto religioso indistinto dall’autorità politica e dove le norme religiose coincidono con le leggi dello Stato. Il regime politico sorto dalla Rivoluzione del 1979 è piuttosto di carattere teocentrico: il potere è infatti mediato da istituzioni giuridiche e politiche e non è esercitato automaticamente dal clero come corpo unitario, esistono organi elettivi, una costituzione e un apparato statuale repubblicano e una serie complessa di pesi e contrappesi istituzionali.
Il primo errore più diffuso in Occidente è credere superficialmente che la Repubblica Islamica dell’Iran sia una sorta di assolutismo medievale e oscurantista. Accanto a retaggi passatisti contrari a una concezione liberal-democratica dello Stato, emergono infatti forme di modernità che occorre riconoscere per comprendere questa esperienza quarantennale. Basti pensare che è stata la Rivoluzione islamica a universalizzare il diritto all’istruzione delle donne iraniane che, ai tempi dello scià era invece concessa solo a poche rappresentanti delle classi abbienti: l’Iran ha oggi il 60% degli studenti universitari donne, e oltre il 40% delle aziende sono dirette da donne imprenditrici. Persino sul fronte dei diritti civili delle persone transessuali è stato l’ayatollah Khomeini a firmare nel 1980 una legge che non solo autorizza la transizione di genere ma ne pone i costi interamente a carico dello Stato.
Il secondo errore è sminuire le responsabilità enormi che ha (nella storia e ancora oggi) l’imperialismo atlantico a causa della sistematica interferenza nelle dinamiche politiche iraniane. Fu solo con la Rivoluzione del 1979, dove religiosi e comunisti hanno inizialmente lavorato uniti, che il popolo iraniano ha riconquistato sovranità politica, economica e culturale, sottraendosi ai diktat capitalistici occidentali e alla sanguinaria tirannia dello scia Reza Pahlavi. Da allora il Paese è costantemente demonizzato, quando non direttamente sotto attacco militare o terroristico, da parte di USA, UE e Israele. Se oggi l’Iran è però retto da un regime teocentrico, è anche perché l’imperialismo atlantico ha rovesciato il governo laico e socialista di Mossadeq imponendo poi la monarchia assoluta che permise il saccheggio delle risorse da parte dell’Occidente e contro cui si scagliò l’ira popolare nel 1979. Ancora oggi non mancano i tentativi eterodiretti di destabilizzazione: dalla dichiarazione di prontezza per un attacco militare statunitense con l'obiettivo di trasformare l'Iran in una nuova Siria e le infiltrazioni del Mossad sionista nei movimenti popolari e giovanili: la degenerazione violenta delle recenti manifestazioni di piazza, inizialmente pacifiche e basate sulle difficili condizioni economiche e non sui diritti civili o sul sistema politico-istituzionale, è lì a dimostrarlo.
Il terzo errore è quello compiuto da quella parte di sinistra occidentale che ha rinunciato a porre la questione dell’antimperialismo come perno centrale del proprio essere arrivando così a dare manforte alla narrazione della destra e al razzismo strutturale verso tutti i popoli che non ubbidiscono al nostro sistema di valori liberale e atlantista. Dopo la russofobia e la sinofobia, come sancito durante il 25° Congresso del Partito Comunista si passa all’islamofobia, la quale “più tipicamente circoscritta ad ambienti di destra, è stata fomentata non solo dai sionisti ma anche da quella parte della sinistra che dopo il supporto dei movimenti ostili alla Rivoluzione islamica iraniana, ha accettato di ripetere come un ‘atto di fede’ la condanna delle azioni della resistenza palestinese o libanese in risposta ai crimini israeliani”.
Una corretta impostazione di classe e anti-imperialista coglie un altro dato politico dirimente, e cioè che la realtà iraniana opera in un nuovo contesto globale costituendo oggi un argine di primaria importanza per ostacolare l’atlantismo e il sionismo. Senza di essa la resistenza palestinese potrebbe essere compromessa, ma persino la nuova via della seta promossa dalla Cina risulterebbe indebolita.
Fra la diaspora iraniana operano numerose organizzazioni che storicamente guardavano al marxismo, ma che oggi operano apertamente quali quinte colonne dell’imperialismo e del sionismo anche se dichiarano ancora un’adesione ideale al socialismo. È importante, come marxisti seri, non commettere un quarto errore, e cioè analizzare non la realtà materiale dell’oggi ma illudersi che tutto sia rimasto fermo al 1953 (golpe contro Mossadeq) o al 1979 (Rivoluzione khomeinista) e limitarsi così a prendere per buone le dichiarazioni pubbliche, talvolta pure farneticanti, di questa o quella organizzazione della diaspora di sinistra del tutto ininfluente nella realtà nazionale iraniana.
Affidare ad esempio ai comunisti del “Tudeh” o del “Toufan” (che hanno in patria meno seguito dei monarchici) un utopico compito messianico di “costruire un’egemonia alternativa che parta dal basso, dal bazar e dalle università per evitare che la caduta dei mullah porti a una nuova sottomissione coloniale” non è marxismo, ma pura fantasia che non aiuta a sviluppare un credibile movimento per la pace e contro l’imperialismo. Lo stesso “Tudeh”, peraltro, ammette “l’assenza di una coerente direzione nazionale progressista”. In Iran oggi il disagio è anzitutto economico, a causa delle sanzioni occidentali che intaccano i salari, fomentano inflazione e peggiorano la qualità della vita: appare però piuttosto irrealistico credere che il consenso popolare verso le istituzioni politico-religiose sia venuto meno come vuole fare credere la propaganda di guerra atlantista, e che addirittura sia in corso la definitiva disgregazione del “blocco storico clerico-conservatore” e che “il regime non ha più egemonia (consenso morale e intellettuale) ma solo dominio (apparato repressivo)”. Ancora più illusorio è credere che il burattino sionista e americano della dinastia svendipatria dei Pahlavi possa godere di sostegno sul piano di massa: egli potrà ritornare sul trono non tramite una sollevazione popolare, ma solo ed esclusivamente con la forza militare e con un’azione di guerra dall’estero sul modello di quanto successo recentemente contro il Venezuela.
Allo stesso tempo, ed è il quinto errore che dobbiamo evitare di commettere, è importante non credere alle informazioni dei media occidentali quasi totalmente orientati, senza alcun reale pluralismo, da agenzie stampa americane e israeliane che stanno costruendo il consenso di massa per la prossima guerra! Le manifestazioni inscenate dall’opposizione sono sì numerose, ma sono molto meno partecipate di quelle delle masse popolari patriottiche che esprimono ostilità alle ingerenze degli USA e che difendono l’assetto istituzionale della Repubblica islamica. Inoltre l'opposizione riesce a mobilitare quasi solo nei grossi centri urbani fra il ceto medio-alto che chiede modelli di vita e di consumo di tipo liberale e occidentale, ma che si scontra con il sentimento di lealtà al governo delle periferie.