← Torna agli articoli
Articolo

La Citroën di Piazza Castello

di
Maria Giulia Molinaro Vitale
Maria Giulia Molinaro Vitale

Dottoranda all'ultimo anno in sociologia con tesi sulla militarizzazione della polizia nelle proteste e la criminalizzazione dei manifestanti. Giornalista freelance specializzata in conflitti con una grande passione per la musica irlandese, il volontariato, il beach volley e il windsurf

27 ottobre 2026

Non dobbiamo solo chiederci chi fosse alla guida.

citroen piazza castello.jpg

«Il 24 ottobre 2026, a un certo punto, quando il corteo non era ancora partito e le persone si erano già radunate a migliaia in piazza Castello, un’auto bianca ha fatto irruzione tra la folla in una zona pedonale della suddetta piazza, passando anche sopra una fontana, e ha sfiorato, solo per fortuna senza conseguenze gravi, diversi manifestanti». Così scrive l’on. Marco Grimaldi nell’interrogazione parlamentare depositata il 26 ottobre.

La piazza era presidiata - agenti, camionette, doppi posti di blocco lungo il perimetro - per una manifestazione, indetta e notificata alla questura settimane prima, contro il carovita e contro il riarmo. Nella zona, migliaia di persone aspettavano la partenza del corteo.

Cosa raccontano i video

I video verificati mostrano che l’auto non si sarebbe fermata né avrebbe usato il clacson per far spostare le persone ed evitare incidenti. La reazione attesa da parte della polizia sarebbe stata quella di raggiungere e fermare l’auto, se non per garantire la sicurezza dei manifestanti (che ormai vengono paragonati tranquillamente a criminali di guerra), almeno per evitare una figuraccia internazionale, o per garantire la sicurezza dei poliziotti a piedi, contro i quali l’auto si sarebbe potuta dirigere. Invece, non solo la polizia non è intervenuta, ma quando l’auto è arrivata davanti al posto di blocco ha fatto una inversione a U, fermandosi, senza che alcun poliziotto sembrasse preoccupato o cercasse di capire chi fosse alla guida. Pare che poi l’autista sia sceso e da un altro video si nota un signore sui cinquant’anni, camicia azzurra, giubbino blu navy e auricolare con filo bianco nell’orecchio destro, che, muovendosi insieme ai poliziotti, entra nell’auto e la porta fuori dal cordone, in retromarcia, mentre gli agenti in antisommossa avanzano manganelli in mano verso i manifestanti che chiedono spiegazioni.

Sotto il video di Capibara in moltissimi hanno scritto di aver visto il conducente con un auricolare simile a quello descritto sopra. Ovviamente, questi commenti non possono stabilire la verità, però sono abbastanza per chiedere spiegazioni alla questura, e soprattutto per porsi serie domande sul ruolo della polizia in una comunità che, prima ancora di pensare perché sia così maldestra, pensi che agisca in cattiva fede per mettere in pericolo delle persone.

L’interrogazione riferisce che «fonti autorevoli» avrebbero indicato l’auto come un mezzo della Digos di Torino, ma per ora non c’è alcuna conferma ufficiale o prova definitiva. Non dimentichiamoci che mezzi della polizia hanno già guidato in mezzo alla folla generando caos e panico: a Milano il 17 ottobre e a Genova nel 2001. Prove storiche che la polizia abbia seguito simili tattiche ci sono, si attendono prove per capire le dinamiche di questo caso specifico. Inoltre, l’auto non ha seguito una linea retta per accorciare il suo percorso, ma ha fatto delle curve repentine, diventando imprevedibile e mettendo a rischio ancora più persone; dando l’idea che non stesse raggiungendo un punto preciso, ma che stesse solo girando in mezzo alla folla.
Le strade sono quindi due, e vanno indagate con chiarezza.

La macchina non era della polizia.

L’allerta quel giorno in piazza era massima, come dimostrano i 413 fermati prima ancora che iniziasse il corteo; eppure, una macchina è riuscita a passare senza che la polizia la fermasse. O l’auto ha forzato un posto di blocco o è stata lasciata passare.

Se una macchina non autorizzata è entrata in una zona chiusa al traffico, la polizia ha un serio problema di gestione dell’ordine pubblico; e questo è un pericolo che tocca tutti, anche chi giustifica l’uso della forza da parte degli agenti. Diversi manifestanti avevano denunciato ai poliziotti la presenza di una macchina che si muoveva tra la folla, ma le testimonianze riportano un generale disinteresse da parte delle autorità. Questo è gravissimo: la polizia si basa sulle denunce dei cittadini per il suo lavoro di salvaguardia del benessere comune. Esistono tantissime proposte di incentivo della collaborazione tra polizia e cittadini, eppure, quando si riceve la segnalazione di un possibile attentato terroristico in corso, la polizia non ascolta i cittadini e non interviene. Che senso ha avere un numero per le emergenze, se poi le autorità non intervengono?

Dopo l’attentato di Nizza del 2016 la protezione delle aree pedonali affollate è diventata una priorità europea, con lo stanziamento di fondi pubblici per l’acquisto di barriere apposite, l’inasprimento dei controlli sui veicoli e l’impiego dell’esercito nei luoghi sensibili. Questo perché i terroristi non sono criminali comuni, ma veri e propri nemici con cui "non si tratta". Dove sono finite quelle barriere? Perché non sono state messe in posizione, specialmente visto l’odio che molte persone hanno rigettato sulle manifestazioni nelle ultime settimane? I militari di Strade Sicure occupano le piazze italiane proprio perché il rischio di un mezzo lanciato sulla folla è noto e prevedibile. Dove erano i militari di Strade Sicure quando dovevano proteggere quei cittadini da un attentatore? L’inefficacia di questa operazione è stata provata da diversi studi e criticata dall’esercito stesso, eppure Salvini e Meloni continuano a parlarne in termini sensazionalistici come se non ci fosse altra soluzione per ogni problema del paese.
Altra domanda che sorge spontanea è: perché non si sa il nome dell’attentatore, come sappiamo il nome di un bambino di 11 anni, o del fondatore di una pagina Instagram? Perché non è partita la caccia all’uomo mediatica che va di moda ultimamente? Se non stiamo parlando di un poliziotto ma di un attentatore, perché non è stato detto il movente e chi fosse?

La macchina era della polizia.

Un’auto della polizia che si sposta per semplici questioni logistiche non attraversa una folla come fosse una strada vuota: va a passo d’uomo, con i lampeggianti accesi, magari con agenti a piedi davanti (proprio come vengono gestiti i furgoni dei cortei dal servizio d’ordine).

È ragionevole chiedersi perché la polizia avrebbe fatto una mossa del genere. Di solito per spostare i mezzi si fa il giro sulle strade aperte – anche nel pieno degli scontri! -, a sirene accese per far scansare le persone. Se proprio non c’è scelta, di solito si crea un corridoio con i poliziotti a piedi per far passare l’auto in mezzo alla folla senza che nessuno venga investito. Questa seconda opzione però presenta dei rischi. Da una parte per creare il corridoio bisogna chiedere a dei poliziotti di lasciare le loro postazioni precedenti, riorganizzando momentaneamente la piazza. Ma c’è anche l’elemento violenza dei manifestanti. Infilarsi in mezzo alla folla, anche con il corridoio e i lampeggianti accesi, è un rischio per il personale coinvolto: non dimentichiamoci che il governo ha dovuto mandare ben 500 soldati a Milano per fronteggiare i manifestanti violenti. Con delle folle così rabbiose e irrazionali che, a detta dei maggiori media, hanno distrutto delle città, camminare tra la folla significherebbe venire attaccati. Poi, si sa, ai giovani sfaticati che vanno in piazza invece di lavorare piace fare le vittime e fingere di essere picchiati dai poliziotti; quindi c’era anche il rischio che qualcuno si buttasse sotto l’auto solo per una manciata di like.

Insomma, per spostare un mezzo della polizia si fa prima a fare il giro. La domanda quindi resta, e a vedere gli attimi subito dopo l’uscita di scena dell’auto, si potrebbero azzardare delle ipotesi piuttosto agghiaccianti. Come decine di video mostrano, i poliziotti sembra quasi proteggano l’auto mentre esce dalla piazza, e invece camminano verso la folla che chiede spiegazioni e, soprattutto, di intervenire. Si evince dal video che i presenti sono chiaramente frustrati per il muro di gomma che hanno tirato su le forze di polizia, e sconcertati per una scena che ha dell’incredibile. I poliziotti, invece che lasciare che la gente parli e si sfoghi, o invece che fingere di prendere provvedimenti con l’autista, o ancora, invece che mandare il responsabile della piazza a dialogare coi manifestanti… manganella. Questa reazione è del tutto illogica se si ragiona in termini di mantenimento dell’ordine, mentre diventa purtroppo comprensibile se si ragiona in termini di repressione.

Una scena particolarmente eloquente è quella di un ragazzo che chiede a gran voce d’arrestare l’attentatore usando un megafono (simbolo globale delle proteste nonviolente), e il poliziotto che risponde con una manganellata. Il giovane non presentava alcuna minaccia imminente che giustificasse l’uso del manganello a scopo difensivo. Guardando le immagini condivise sui social, quelle manganellate sono state date a scopo offensivo (e quindi repressivo), con un uso illegale e illecito dello strumento. In questo caso l’unico uso lecito dell’arma secondo il protocollo sarebbe stato quello di tenere il manganello in orizzontale, con le mani sulle estremità, per allontanare, a mo’ di spinta, il giovane.

A giudicare da tutti i ragionamenti e le domande qui fatte, è lecito chiedersi se la polizia non avesse cercato di provocare la piazza per giustificare delle azioni repressive, anche se poi alla fine ha dovuto lavorare con una semplice folla che urlava, e non con una folla effettivamente violenta.

Ricordiamo quando Salvini diceva “se ti rubano la bicicletta chiama i Fantastici 4”. Se la polizia non è in grado di evitare che una macchina si butti in mezzo a una folla, o peggio, se la polizia usa le civette per buttarsi in mezzo alla folla, forse è meglio chiedere aiuto a dei personaggi di fantasia.

Grimaldi chiede al Ministro «se siano stati avviati gli opportuni accertamenti sull’auto bianca, su chi guidava e sui motivi dell’irruzione». Finora la Questura non ha dato chiarimenti pubblici. Spetta al Viminale rispondere, e farlo in modo che i cittadini possano capire cos’è successo.