Clima, capitalismo e contratto sociale
Fotografo militante e artista di strada, è iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2021. Scrive per passione su temi come l'ecologia, il femminismo, le lotte contro il capitalismo e il colonialismo.
Inazione e repressione: fronteggiare l'ecocidio sistemico quando le istituzioni negano la catastrofe
Ogni giorno di ogni estate i media ci riempiono di notizie allarmanti su fatti come «ondate di calore» o «temperature record» o ancora «fenomeni meteorologici estremi» e ci segnalano che «stiamo vivendo l’estate più calda dell’ultimo secolo» (e la più fredda del prossimo), il tutto senza mai chiamare le cose con il loro nome: crisi climatica ed ecologica causata da un sistema economico produttivo e sociale tossico che ci sta rapidamente portando al collasso. Questa crisi è sistemica, non settoriale. Colpisce tutti gli aspetti dell’ecologia e mostra come siano collegati fra di loro: perdita di biodiversità, distruzione delle foreste, contaminazione degli oceani, surriscaldamento dell’atmosfera, inquinamento dei terreni agricoli e delle falde acquifere, desertificazione del suolo non sono avvenimenti casuali ma conseguenze prevedibili di una politica ben precisa. Con pratiche come pesca industriale, allevamenti intensivi, deforestazione massiccia, agricoltura praticata con diserbanti e pesticidi dannosi ed estrattivismo e combustione di materie prime fossili, il Capitalismo sta combattendo una guerra mai dichiarata contro tutto il mondo vivente.
Coscienti del disastro, governi e aziende continuano a investire sui combustibili fossili, sullo sviluppo industriale e sulle guerre. Alternando promesse false e menzogne imbarazzanti, i politici accelerano il processo che sta portando molte specie all’estinzione. Sono noti i commenti grotteschi di capi di Stato o alte cariche pubbliche secondo cui «ai Caraibi fa caldo da sempre, non moriremo di caldo ma ci abitueremo al clima caraibico» (Ignazio La Russa) o «il riscaldamento climatico è naturale e non ha niente a che vedere con le attività industriali» (Emmanuel Macron).
Mostrando la sua natura politica e classista, la crisi climatica colpisce soprattutto i ceti meno agiati, come le persone che abitano in zone facilmente soggette ad alluvioni o in case non isolate termicamente perché costruite a risparmio, le famiglie contadine che perdono il raccolto a causa della siccità o della grandine o degli incendi, le popolazioni del terzo mondo la cui terra nutre la ricchezza occidentale e ne ospita i rifiuti. Gli Stati insulari dell’Oceano Pacifico, ad esempio, sono tra quelli che producono meno gas serra, ma saranno i primi a pagare il prezzo dell’innalzamento del livello del mare. In Francia, nel 2018, la rivolta dei Gilets Jaunes è esplosa quando il governo ha imposto ai privati una tassa sul carburante che non si applicava alle multinazionali del petrolio né alla compagnie aeree o navali e che ricadeva solo su chi, non potendosi permettere di abitare in centro, è costretto a usare l’automobile. Tutto ciò dimostra come la giustizia climatica e quella sociale siano strettamente collegate tra di loro.
Si può tentare di responsabilizzare ogni persona sulle proprie scelte, ma senza dimenticare che il problema è sistemico e non individuale.
La comunità scientifica è unanime nell’affermare che questo modello di sviluppo non è più sostenibile e che l’azzeramento delle emissioni di gas a effetto serra è un’urgenza immediata e non più procrastinabile. La politica risponde minimizzando e distogliendo l’attenzione dal problema o addirittura rifiutandosi di riconoscerlo. Ogni promessa e ogni dichiarazione è stata seguita dal nulla.
Nel 1998 il Protocollo di Kyoto prevedeva la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, ma i due Paesi più inquinanti al mondo - gli Stati Uniti e la Cina - si sono rifiutati di firmare l’accordo. Nell’estate del 2003 i media parlavano già di «clima record e caldo torrido» ed era chiara l’urgenza di soluzioni politiche che non sono mai state trovate. Le istituzioni scientifiche internazionali hanno dichiarato che il 2028 sarà l’anno del «punto di non ritorno climatico» (ovvero quello che segnerà la non reversibilità dei danni compiuti) e che è fondamentale, entro quella data, evitare che la temperatura media globale aumenti di più di 1,5°C rispetto al secolo precedente. A meno di due anni di distanza dalla data prevista, l’aumento termico medio ha superato i 2°C: nel 2024 temperature record si sono verificate in 11 mesi su 12, ovvero anche in buona parte dell’inverno. Nel 2015 i governi dei Paesi più industrializzati si sono impegnati ad azzerare le emissioni di CO2 e a chiudere le centrali a carbone entro il 2025. Il 2025 è passato e l’obiettivo è più lontano che mai. Anzi, i governanti che avevano fatto quelle promesse hanno continuato a sostenere l’estrazione di combustibili fossili e finanziare aziende come ENI, Total o Shell. Oggi, in alcune giornate particolarmente torride, le temperature europee superano addirittura quelle del deserto del Sahara. Molti Comuni d’Europa riconoscono il cemento come causa del surriscaldamento delle città, ma continuano a varare piani regolatori che prevedono grandi opere infrastrutturali e ulteriore cementificazione.
Nel 2021, in Francia, Greenpeace, Oxfam e Amnesty International hanno vinto un processo contro lo Stato, accusato di «inazione climatica»: dando vita al caso giudiziario noto come «l’affaire du siècle», un tribunale nazionale ha riconosciuto lo Stato colpevole di non aver agito per tutelare la cittadinanza da danni che erano ampiamente prevedibili; eppure il governo, condannato a pagare la ridicola ma simbolica cifra di un euro, ha poi continuato a portare avanti politiche ecocide.
Il governo italiano ha recentemente varato un piano energetico che reintroduce il nucleare (oltraggiando la volontà popolare che si è già espressa due volte), prevede largo uso di gas e petrolio (ignorando gli avvertimenti della comunità scientifica sull’emergenza ecoclimatica e l’urgenza di decarbonizzare), non dà priorità al carbone ma non parla nemmeno di chiusura delle centrali ancora attive e non dà alle fonti rinnovabili lo spazio che spetterebbe loro; ENI presenta spesso il gas (che è un combustibile fossile) come un’alternativa ai combustibili fossili aspettandosi che il pubblico sia abbastanza ignorante da non notare la falsità di tale affermazione.
Davanti a tali scelte governative e aziendali, compiute in maniera lucida e in piena coscienza dei rischi, non è più il caso di parlare di «inazione climatica»: si può invece ipotizzare l’accusa di "azione ecocida” volontaria e premeditata praticata con la finalità chiara ed esplicita di compiere quanti più danni possibile, dichiarare guerra alla Natura e alla biodiversità e accelerare l’estinzione di un numero crescente di specie. Ciò che il sistema capitalista pratica da secoli ai danni di foreste e oceani e dei relativi ecosistemi è una guerra di sterminio di massa con mezzi industriali; oggi è evidente che anche la specie umana rientra tra i bersagli di questa guerra.
Forme di resistenza alle politiche ecocide
In risposta all’aggressione capitalista della Terra, numerose organizzazioni di vari Paesi stanno organizzando forme di resistenza che vanno dalla disobbedienza civile non violenta fino allo scontro diretto con le forze armate statali.
Extinction Rebellion, nata nel 2018 nel Regno Unito, ha l’obiettivo di diventare un movimento di massa che pratichi la disobbedienza civile nonviolenta per fare pressione sui governi e costringerli a dire la verità e dichiarare lo stato di emergenza climatica, varare leggi che prendano in considerazione la situazione ecologica e sociale e indire assemblee cittadine per decidere insieme in chi direzione agire. Il simbolo di Extinction Rebellion (XR) è una clessidra vuota che copre la Terra, proprio ad indicare che non c’è più tempo per fronteggiare la catastrofe.
In Italia, Ultima Generazione (fuoriuscita da XR nel 2022 in quanto si occupa degli stessi temi ma con modalità diverse) ha praticato, sotto i governi Draghi e Meloni, azioni di disobbedienza civile nonviolenta ma con un alto impatto di disturbo, come blocchi stradali o finto imbrattamento di opere d’arte o edifici istituzionali (con una vernice lavabile che va via da sola con la pioggia) per costringere l’opinione pubblica a prendere in considerazione il problema climatico. Una delle richieste di Ultima Generazione è l’istituzione di un "fondo di riparazione”: spetta ai governi trovare i soldi per riparare i danni causati dalle loro politiche a discapito di comunità spesso indigenti.
Continuando ad ignorare il tema e la gravità dei danni commessi, dal 2023 in poi il governo italiano ha risposto a queste azioni limitandosi a varare una serie di leggi repressive ("decreti sicurezza”) fingendo che gli attivisti e le attiviste ecologiste costituiscano un problema per l’ordine pubblico: nell’ultimo mese diecimila persone in Italia sono morte per il caldo, il Po è quasi secco, i ghiacciai alpini drasticamente ridotti, le alluvioni devastanti si fanno sempre più frequenti e Venezia rischia di scomparire nel giro di qualche anno, ma il vero problema per la sicurezza nazionale secondo il governo sarebbe un po’ di acqua colorata sui monumenti.
Sapendo che tutte le lotte sono collegate fra di loro, il lavoro di questi movimenti non si limita all’ecologia e al clima ma affronta anche le altre ingiustizie sociali come il razzismo, il patriarcato, lo specismo e la complicità occidentale nel genocidio in corso in Palestina (una delle attuali campagne di Ultima Generazione riguarda la finanza etica e il coinvolgimento delle banche italiane nel commercio di armi e il loro sostegno a Israele).
Anche il collettivo francese Les Soulèvements de la Terre si batte per frenare l’ecocidio, senza però limitarsi alla nonviolenza. Le manifestazioni pacifiche (o almeno, che sono pacifiche finché non vengono aggredite dalle cosiddette forze dell’ordine, e ogni aggressione rende legittima la difesa) si alternano a momenti di “disarmo dell’ecocidio”.
La più famosa e drammatica di queste azioni ha avuto il luogo il 25 marzo 2023 a Sainte-Soline, dove il governo ha costruito un grande bacino idrico di 10 ettari che prende acqua dai fiumi e dalle falde acquifere - danneggiando i terreni - per conservare l’acqua e usarla per irrigare le monoculture agricole intensive durante la siccità estiva. La manifestazione - che riuniva varie componenti, dal mondo militante anticapitalista ai sindacati fino alle famiglie contadine - aveva l’obiettivo dichiarato di smontare il bacino; schierati intorno alla méga-bassine, i gendarmi hanno fatto un uso sproporzionato e illegale di armi da fuoco come flashballs e granate lacrimogene esplosive che hanno causato vari feriti molto gravi (4 persone in coma mentre la polizia impediva l’accesso alle ambulanze). Dopo aver mentito sulle modalità di ordine pubblico ed essere stato smentito dai filmati, il governo si è limitato a tacciare di «ecoterrorismo» le lotte ecologiste; quando numerose personalità pubbliche hanno espresso solidarietà ai manifestanti feriti e contrarietà al modello di agricoltura industriale, l’allora ministro dell’interno Gérald Darmanin ha dichiarato di non voler «cedere al terrorismo intellettuale», delegittimando anche le critiche da parte di personalità culturali. Applaudito dall’estrema destra, poco dopo i fatti di Sainte-Soline il governo ha messo fuori legge Les Soulèvements de la Terre, decisione che è stata poi annullata dal Consiglio di Stato; oggi i gendarmi sono sotto inchiesta per tentato omicidio dopo che alcuni media indipendenti hanno diffuso i filmati degli spari diretti e mirati effettuati con armi illegali.
Il contratto sociale
Ogni azione di disobbedienza civile mette in discussione la legittimità della legge e di tutto il cosiddetto ordine costituito sotto forma di contratto sociale.
L’idea di contratto sociale è nata nel XVII secolo con Thomas Hobbes, filosofo inglese teorico della monarchia assoluta. Fino ad allora vigeva la teoria aristotelica che vedeva l’umano come naturalmente sociale e la società come qualcosa di innato; fu Hobbes il primo a teorizzare che l’essere umano, selvaggio ed egoista per natura, crei la società attraverso un contratto in cui rinuncia a diritti e libertà in cambio della garanzia della sicurezza da parte del Leviatano, un mostro che incarna lo Stato assoluto. La prima controversia implicita nel pensiero di Hobbes è che uno Stato tenuto a garantire la vita non può dare la pena di morte.
Qualche decennio più tardi, John Locke, anch’egli inglese, affermò che lo Stato garantisce la tutela non solo della sopravvivenza ma anche della proprietà privata. Nei secoli successivi, le teorie sul contrattualismo sono evolute e sono state rielaborate da numerosi filosofi (il principale dei quali, molto critico verso Hobbes, è Jean-Jacques Rousseau, ideatore della democrazia erroneamente accomunato all’Illuminismo), ma l’idea che la società serva a garantire la sicurezza degli individui rimase sempre maggioritaria.
Nella prima metà del XX secolo, Carl Schmitt, filosofo e politologo tedesco di idee naziste, aggiunse un elemento importante al contrattualismo: «il vero sovrano non è chi scrive le norme ma chi ha la facoltà di sospendere le norme decretando lo stato di eccezione». Abbiamo visto e sperimentato nel 2020 e nel 2021 la drammatica veridicità di questa affermazione: in nome dell’emergenza, citando esplicitamente leggi del Ventennio fascista (come il Regio Decreto del 18 giugno 1931, che regolava l’ordine pubblico e vietava le manifestazioni durante la dittatura), è stato imposto alla popolazione di rinunciare a tutti i diritti individuali e sociali in cambio della sopravvivenza.
A marzo del 2020, davanti a un virus che al momento aveva causato in Italia qualche decina di vittime e la cui mortalità si attestava intorno allo 0,5% [1], ma aveva trovato una struttura sanitaria incapace di gestire la situazione a causa delle politiche antisociali dei decenni precedenti, i Paesi europei non hanno cambiato politiche ma sacrificato lo stato di diritto e la vita quotidiana delle persone per evitare un numero maggiore di decessi. Dopo misure così drastiche prese in nome della salute, oggi ci si dovrebbe aspettare, anche solo per coerenza, una chiusura delle industrie dannose per tutelare la salute umana: se allora sono stati vietati gli incontri per evitare la trasmissione della malattia, oggi si dovrebbero vietare le emissioni di gas serra (come già promesso 11 anni fa) in quanto letali. Invece, fra migliaia di vittime (quasi sempre economicamente deboli) della crisi climatica spacciata per «ondate di calore», decine di migliaia di morti per smog, malformazioni genetiche da microplastiche o tumori da emissioni industriali o da radioattività (dove ci sono o ci sono state centrali nucleari), gli Stati non stanno affatto garantendo la sopravvivenza umana e delle altre specie terrestri.
Come allora davanti a un’epidemia sono continuate le politiche liberiste a vantaggio dei profitti privati e sono stati sacrificati solo i diritti delle persone più precarie mentre le spese militari continuavano ad aumentare a discapito dei servizi sociali nonostante la crisi ospedaliera, così oggi le famiglie disagiate pagano la crisi mentre le multinazionali del petrolio continuano a prosperare e le politiche ecocide persistono: l’unica direttiva data dal ministero della sanità italiano è quella di non uscire per non esporsi al caldo, facendo di nuovo ricadere solo sulle singole persone le responsabilità delle politiche di questo governo e di tutti i precedenti.
Gli Stati basati sul contrattualismo, le cui modalità variano dall’assolutismo al liberalismo, non tutelano più la vita. Si può dedurre che sia saltata anche la forma più basilare di contratto sociale.
Sono ancora legittime dunque l’obbedienza ai governi e la tutela di aziende che si stanno attivando volontariamente per cuocerci (nel senso letterale del termine)? L’articolo 35 della Costituzione francese del 1792 recitava: «Quando il governo viola i diritti del popolo l’insurrezione è, per il popolo e per ciascuna parte di esso, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri». Se nel 2020 e 2021 sono state sospese la socialità e la libertà di scelta, il diritto minacciato oggi è quello alla sopravvivenza.
Scrive Extinction Rebellion nella Dichiarazione di ribellione:
«Noi, in linea con la nostra coscienza e il nostro ragionamento, ci dichiariamo ribelli contro il nostro governo e le istituzioni corrotte e inette che minacciano il nostro futuro. […] Quando il governo e la legge non riescono a fornire alcuna garanzia di protezione adeguata, nonché di sicurezza per il benessere del suo popolo e il futuro della nazione, diventa diritto dei suoi cittadini cercare riparazione al fine di ripristinare una democrazia rispettosa e garantire le soluzioni necessarie per evitare la catastrofe e proteggere il futuro. Non diventa solo un nostro diritto, diventa un nostro sacro dovere ribellarci. Con la presente dichiariamo nulli i vincoli del contratto sociale, che il governo ha reso invalidi per la sua continua incapacità di agire in modo appropriato. Invitiamo ogni [cittadina e] cittadino pacifico e di principio a sollevarsi con noi».
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[1] Didier Raoult, Carnets de guerre Covid 19