Un colpo di Stato senza popolo: la lezione dell'Indonesia
Autore di "Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia" (2026) e di "Tutta colpa di Robben" (2012). È laureato in Analisi economica delle Istituzioni Internazionali all'Università Sapienza di Roma.
1965: il PKI accusato di un golpe fallito. Mezzo milione di comunisti sterminato dall'esercito. Una lezione sulla politica di massa
Il 1º ottobre 1965, a Giacarta, un gruppo di militari appartenenti a un gruppo politico sconosciuto, il Movimento 30 Settembre, prese il controllo della radio della città e occupò la piazza principale della capitale. Si trattava di un’operazione di cui ancora oggi non sono del tutto chiari i caratteri, ma si trattò di un ammutinamento condotto da ufficiali di basso e medio rango orientati a sinistra e organizzato probabilmente in combutta con il segretario generale del Partito Comunista Indonesiano, D.N. Aidit. Secondo i piani iniziali, la sollevazione sarebbe stata finalizzata alla sostituzione della leadership reazionaria dell’esercito e allo spostamento a sinistra del paese. Il risultato, invece, fu disastroso: l’operazione terminò in meno di ventiquattr’ore e consegnò il paese nelle mani dell’esercito, annullando di fatto il potere del presidente Sukarno e avviando la campagna di distruzione e sterminio contro il Partito Comunista. Nei giorni seguenti a quel 1º ottobre si avviò infatti il massacro di almeno mezzo milione di militanti e simpatizzanti del PKI per mano dell’esercito e delle milizie paramilitari anticomuniste. I quadri e i semplici militanti del partito comunista più grande al mondo dopo quello sovietico e cinese non furono capaci di apporre alcuna resistenza e vennero praticamente tutti uccisi o arrestati nei nove mesi successivi.
Di quello che è stato il più grande massacro politico di massa del Novecento al di fuori di un contesto bellico poco si è raccontato. Al contrario di altre vicende storiche entrate nel senso comune della società e nella cultura di sinistra, come il golpe in Cile del 1973 o gli stermini di massa compiuti in Cambogia e in Ruanda, il genocidio anticomunista indonesiano del 1965-66 è passato perlopiù inosservato. La distruzione del PKI fu talmente capillare e generò talmente tanto terrore verso i sopravvissuti da non consentire neppure il racconto orale tra generazioni o tra paesi.
Oggi, dopo più di sessant’anni, il genocidio anticomunista indonesiano del 1965-66 assume una nuova attualità. Esiste certamente l’esigenza di rendere giustizia alle vittime, i cui familiari sono spesso ancora oggi ostracizzati nella società indonesiana, ma le lezioni politiche di quel massacro assumono una rinnovata importanza alla luce della nuova crociata anticomunista lanciata da Donald Trump e Marco Rubio. La questione di fondo che vale la pena indagare è la seguente: come ha potuto una formazione che vantava tre milioni di iscritti e decine di milioni di simpatizzanti ad essere distrutta senza alcuna capacità di reazione?
Nazionalismo e moderazione
Nel 1965 il PKI era un partito organizzato e forte, ma privo di capacità militari. Tale situazione prese origine nel 1951, quando sotto la nuova giovane guida di D.N. Aidit il partito abbandonò la linea radicale che l’aveva condotto in due occasioni all’isolamento.
Nel 1926-27, infatti, disobbedendo al Comintern, aveva dato vita a una disastrosa insurrezione armata repressa nel sangue dai coloni neerlandese. Nel 1948, poi, l’esercito indonesiano si era reso responsabile di un massacro di migliaia di militanti comunisti nella città giavanese di Madiun, dopo una infruttuosa sollevazione popolare. Cosicché, per evitare l’isolamento, Aidit disegnò una nuova linea: patriottica, moderata e di dialogo con la borghesia cosiddetta “nazionale” – a favore dell’industrializzazione del paese – in contrapposizione a quella “compradora” – propensa alla vendita di materie prime alle potenze capitaliste.
Le ragioni di tale svolta erano molteplici. Dalle sconfitte del 1926 e del 1948, Aidit trasse una lezione realista: a differenza della Cina, l'Indonesia non offriva le condizioni geografiche per una guerriglia duratura. Inoltre, riteneva Aidit, l’Indonesia era in uno stato di semi-colonia, che pur avendo ottenuto l’indipendenza dai Paesi Bassi era ancora controllata dall’imperialismo in combutta con la borghesia “compradora” e i proprietari terrieri. A fronte di tale situazione, la linea politica adottata dal Pki fu quella del “fronte unito”, un’alleanza con la parte più progressista della borghesia con la finalità di opporsi al neocolonialismo sia neerlandese che degli Stati uniti d’America. Il PKI raffreddò così il conflitto sociale e si concentrò da un lato nelle grandi campagne patriottiche lanciate dal presidente della repubblica Sukarno (un nazionalista di sinistra) e dall’altro in un immenso lavoro di massa.
L’Indonesia viveva un risveglio nazionale dopo quattro secoli di dominio coloniale cosicché Sukarno usò quello spirito collettivo per completare la “Revolusi”. La parte occidentale di Papua era ancora occupata dai neerlandesi e Sukarno avviò una campagna militare e diplomatica spregiudicata per la “liberazione” dell’isola. Allo stesso tempo il paese divenne protagonista di altre campagne, come quella contro la nascita della Federazione Malese o a favore del movimento dei paesi non-allineati. A tutte queste iniziative il PKI diede il suo contributo politico e organizzativo, mobilitando milioni di persone e ottenendo in cambio da Sukarno protezione dinanzi alle minacce provenienti dall’esercito.
Tuttavia, fu soprattutto sul piano organizzativo e nel lavoro di massa che il PKI concentrò le sue energie, divenendo una formazione radicata capillarmente nel mondo contadino, operaio, femminile e culturale. Attraverso le organizzazioni di massa fiancheggiatrici il PKI offrì servizi di base per milioni di persone nonché strumenti di alfabetizzazione linguistica e politica. In un paese che in epoca coloniale era stato governato da un dispotismo centralizzato da un lato e dai leader locali collaborazionisti dall’altro – poteri fondati sulla forza, la religione e la tradizione – il Partito comunista forniva a contadini analfabeti, donne e giovani strumenti che parlavano un’uguaglianza formale e sostanziale.
Le elezioni del 1955 e del 1957 furono un successo per il PKI, che fu la quarta formazione più votata a livello statale e la prima nella zona centrale e orientale di Giava. Aidit sperava dunque di poter entrare in un governo di coalizione, ma fu proprio allora che l’esercito spinse Sukarno a interrompere l’esperienza democratico-parlamentare. Al suo posto nacque dunque la cosiddetta Democrazia Guidata, un regime dominato dal presidente e dai militari, in cui il Parlamento divenne una camera nominale priva di veri poteri, gli scioperi vietati e i giornali censurati. Il PKI accettò il nuovo sistema ottenendo da Sukarno garanzie di sicurezza e ricambiandolo con grandi mobilitazioni di massa per le campagne antimperialiste contro gli Usa, il Regno Unito e la Malaysia. Fu in questo periodo che il PKI divenne il più grande partito comunista al mondo non al potere, una situazione che nel mondo faceva pensare a un futuro radioso per il partito.
Malgrado ciò la situazione, dietro ai numeri incoraggianti, era ben diversa - e il PKI si trovava di fatto in un vicolo cieco. L’economia era allo sbando ma sia gli scioperi che le elezioni erano inibiti. La cosiddetta borghesia “nazionale” di fatto non esisteva, preferendo vivere di rendita terriera o gestendo in maniera inefficiente le imprese confiscate agli olandesi. I militari si erano rafforzati enormemente grazie alle campagne militari a Papua e contro la Malaysia. Il PKI era sì grande e radicato, ma continuava ad essere isolato sia dalle altre forze politiche che dai vertici della struttura militare. Fu in quel contesto, dinanzi al timore di un colpo di stato militare, che Aidit ideò la mossa che di fatto condusse il partito alla sua rovina. Invece di attendere e prepararsi per il golpe, il capo del PKI decise di reagire con una mossa “dall’alto”, ispirata ai golpe di militari progressisti in Iraq del 1958 e in Algeria nel maggio 1965. L’operazione del 1º ottobre 1965 avrebbe dovuto generare la sostituzione della cupola dell’esercito con ufficiali di orientamento progressista e invece condusse all’esautoramento di fatto di Sukarno e all’inizio dei massacri. Aidit, che non svelò il suo piano neanche ai dirigenti a lui più vicini, pensava che una volta venute a conoscenza della sollevazione militare le masse popolari sarebbero scese in piazza in tutto il paese chiedendo la rimozione dei generali di destra e l’entrata del PKI nel governo. Le cose andarono diversamente: quasi nessuno comprese il senso dell’operazione del Movimento 30 Settembre e gli stessi quadri del PKI attesero da Giacarta indicazioni più precise che non arrivarono mai. Quando poi nella sera del 1º ottobre il generale Suharto prese di fatto il potere del paese, Aidit decise di fuggire tra i boschi di Giava centrale, dove il PKI era più forte, sperando di poter organizzare da lì la resistenza. Nessuno ebbe più alcuna indicazione dal capo del PKI e i dirigenti dell’esecutivo non furono capaci di ribellarsi alle operazioni stragiste dell’esercito e delle milizie paramilitari.
Perché il PKI venne distrutto?
Da sessant’anni gli studiosi (Max Lane, Olle Törnquisti e John Roosa su tutti) hanno cercato di darsi una risposta sul perché una forza così grande e radicata sia stata distrutta senza difendersi. Risulterebbe ingiusto e superficiale fornire risposte facili, facendo leva sull’assenza di preparazione militare da parte dei comunisti: il PKI venne annientato sia nel 1926 e nel 1948, quando la linea era radicale e rivoluzionaria, che nel 1965, quando il partito era attestato su posizioni moderate e pacifiste. La prima causa della distruzione del PKI è dunque nella volontà di annichilimento da parte dei suoi nemici, i quali non hanno mai accettato l’esistenza di una classe lavoratrice forte e organizzata. Tuttavia, possono essere identificate tre scelte fatali che hanno condotto il PKI alla rovina. In primis l’accettazione della Democrazia Guidata privò il partito e le masse popolari indonesiane non solo dei diritti politici (lo sciopero, la stampa e le elezioni), ma anche di garanzie costituzionali sulla propria sicurezza. Nella Democrazia Guidata gli arresti per ragioni politiche erano comuni e i militari avevano un controllo capillare della vita civile ed economica. In quel contesto, quando cominciarono i massacri non era più possibile per i comunisti appellarsi alle garanzie insite nella Costituzione del 1950. In secondo luogo la scelta cospirativa del 1º ottobre 1965 rappresentò una manovra di carattere elitario. Il tentativo del Movimento 30 Settembre nasceva da una paura legittima: quella di un imminente colpo di Stato militare. Ciò nonostante, invece di preparare politicamente e organizzativamente i milioni di attivisti e simpatizzanti del PKI e di Sukarno, Aidit scelse di agire d’anticipo, quasi in solitudine, puntando su una manovra di carattere cospirativo per decapitare l’esercito, non informando i suoi collaboratori più stretti e bypassando – come ha scritto Olle Törnquist – la dimensione della lotta di classe a favore di uno scontro interno tra fazioni militari. Infine, la scelta di rifugiarsi nella giungla piuttosto che tornare a Giacarta e spiegare al popolo le proprie ragioni impedì al partito l’organizzazione di qualunque resistenza. I dirigenti del partito non sapevano interpretare i fatti del 1º ottobre e attesero inutilmente indicazioni di Aidit e di Sukarno.
In conclusione, il PKI venne distrutto per molte ragioni – prima tra tutte la volontà genocida di Suharto e dell’esercito – ma se vi è un errore che a distanza di sessant’anni può essere identificato nelle scelte del suo gruppo dirigente, esso sta nella rinuncia alla democrazia e alla politica di massa in favore di un rapporto privilegiato con settori esterni alle masse popolari, che via via si è rivelato illusorio. Né Sukarno, né la borghesia “nazionale” né i settori progressisti dell’esercito salvarono il PKI dalla sua distruzione. Il popolo, tenuto all'oscuro delle decisioni chiave, non fu messo nelle condizioni di difendere né se stesso né il partito. Al di là di ogni esercizio controfattuale, la lezione che si può trarre dal genocidio anticomunista indonesiano è quella che in tutto il mondo di lingua ispanica si riassume in uno slogan: 'Solo el pueblo salva el pueblo'.