Dai complotti all'idea di scienza
Attivista per i diritti umani, crede nel potere dell’informazione e dell’azione collettiva come motore di trasformazione.
Tra illuminismo oscuro e paranoie regressive, il desiderio individuale trionfa sulle macerie del collettivo
Tutta la mia generazione a sinistra è stata in qualche modo parte di quel brodo che molto largamente potremmo definire "post-autonomo" (so di banalizzare).
Il declino che queste esperienze hanno avuto è per me dovuto a un punto di non ritorno nel concetto di verità. Se ogni verità diventa strumento del potere (e questo è forse innegabile), allora ogni alterazione del discorso dominante diventa automaticamente ammissibile, perché il potere diventa micro-repressivo. Si genera così una tautologia che si giustifica a cascata. Iniziamo a discutere di problematiche sempre più specifiche, in termini tecnici, ampollosi, incomprensibili ai più. Al contempo però, la nostra è la società del desiderio condizionato: tutti vogliamo tutto, perché questo tiene in piedi i consumi.
Così l'ideologia delle "macchine desideranti" (ve l'ho detto che da lì arrivo) diventa un appello alla totale libertà dell'individuo (opposta alla sua "liberazione": la libertà è un concetto raggiunto; la liberazione è un processo). Questo spostamento semantico ha ucciso la capacità di pensare l'alternativa: se ogni alternativa deve già essere e non verificarsi, non esistono le fasi di transizione.
Così gli scontenti di questo mondo occidentale si sono divisi in tante parrocchie in lotta tra loro. Quelli della regressione pre-scientifica, perché se tutto è falso allora ci mentono su tutto: dai vaccini, allo sbarco sulla Luna, fino all'esistenza dell'Australia (non ci sono mai stato, perché fidarmi?).
Su questo sì, Deleuze e Guattari ci descrivono la paranoia che si impossessa degli individui abituati ad obbedire nel capitalismo dei desideri. Altri arringano contro le campagne di vaccinazione pubblica che tutelerebbero la parte più fragile della popolazione come un Milei qualsiasi. Una fuga regressiva nella propria educazione infantile fatta da severi genitori catto o comunisti, in un film psicoanalitico senza tempo.
Dall'altro lato, si afferma invece il desiderio in quanto tale dell'individuo nel modo più sfrenato. La mia realizzazione passa sopra il genocidio, sopra la vita e la morte. Il nostro desiderio diventa plastica digitale, ci viene fornito a casa da colossi, dai miliardari sempre più ricchi che vivono oltre ogni legge e scrupolo morale (vedi caso Epstein).
Qui entra l'illuminismo oscuro. Nick Land era un accademico qualunque, uno studioso di Deleuze, gran lettore, un postmodernista come tanti; nel giro di pochi anni è passato dall'essere un postmodernista qualsiasi a diventare il teorico di una sorta di iper-tecnocrazia ultralibertaria con in più una sfarinata di suprematismo razzista.
Questa è la maggiore minaccia che viviamo nei nostri tempi: la negazione di un principio di ragione che in fondo è la storia stessa dell'Occidente. Non l'unica storia possibile, nemmeno la migliore, ma una delle tante che dovrebbe contribuire al percorso comune dell'umanità; invece viviamo una crisi millenaristica, uno sbando individuale e collettivo, la fine dei sentimenti, tutti aggrappati alle zattere di un Titanic che affonda rovinosamente.
Rileggo Fromm e riesco solo a pensare che abbiamo sbagliato tutto.
L'equilibrio tra ragione e amore è smarrito.
La ragione è persa, come per Orlando scappata sulla Luna; l'amore richiederebbe - come scrive Fromm - fiducia, umiltà e coraggio, doti che sicuramente non abbiamo coltivato.