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Le conseguenze ecologiche della guerra

20 marzo 2026

Iran, Ucraina, Palestina: le guerre del capitalismo fossile

conseguenze ecologiche guerra.jpg di Mattia Acerbo (The Ecosocialist)

Teheran. 8 marzo 2026.

Nella notte i bombardamenti israeliani hanno avvolto la città in una coltre nera fino a oscurare l’alba, trasformandola in un crepuscolo di fuliggine scura e spessa. Il petrolio in fiamme si è disperso nell’aria e, mescolandosi all’umidità, è ricaduto come pioggia nera e acida. Le sostanze tossiche si depositano sul suolo, penetrano nelle falde, contaminano i cicli dell’acqua e i campi; rivestono le strade, i tetti, i balconi dei loro residui, trasformando la superficie della città e dei territori circostanti nel luogo di un’esposizione tossica diffusa e durevole.

Non si tratta di un semplice episodio di “inquinamento” dentro la guerra. È la guerra stessa che si imprime nel territorio come contaminazione diffusa, che entra nell’aria respirata, nei suoli, nell’acqua, nei corpi.

Colpisce scuole e ospedali, fino a luoghi di produzione come raffinerie e centrali elettriche, dighe e impianti idrici, campi coltivati: interi territori. Si incrina così non solo la distinzione tra civili e combattenti, ma anche quella tra infrastrutture civili e militari, perché diventa bersaglio tutto ciò che rende possibile la vita quotidiana. Anche la natura.

La domanda, allora, è semplice: che cosa viene colpito davvero in guerra?

Non viene colpito soltanto il nemico armato, né vengono devastati soltanto città e corpi. Viene colpito ciò che Marx definiva il metabolismo sociale: l’insieme delle infrastrutture, dei cicli materiali e dei rapporti ecologici che rendono possibile la vita di una società. È il legame profondo che stringe società umana e natura e che ogni collettività deve riprodurre ogni giorno per continuare a vivere.

Per questo la guerra non va letta soltanto come distruzione militare o come “inquinamento” prodotto dalle bombe: si tratta della rottura dei cicli sociali che permettono la continuità della vita umana. Lo si vede in forma estrema a Gaza, dove il 96% delle famiglie vive in condizioni di insicurezza idrica e l’89% delle infrastrutture idriche, igieniche e sanitarie è stato danneggiato o distrutto.

L’acqua che scorre sotto le strade riemerge nei rubinetti ricolma di sostanze tossiche; il grano che viaggia nei container cresce su terreni colpiti da armi all’uranio impoverito, come in Ucraina; dall’elettricità che tiene accese le città fino ai corpi che hanno bisogno di mangiare e di bere per riprodursi, tutto diventa bersaglio della guerra ecologica. È la trama materiale della riproduzione collettiva che unisce campi, porti, tubature, reti elettriche, magazzini, case, fogne, ospedali, suoli e atmosfere.

La guerra spezza questo legame. Entra nei corpi, nei territori, nei cicli materiali della vita, trasformandoli spesso in modo irreversibile. Dalla guerra in Vietnam, in cui pesanti defolianti chimici venivano usati per abbattere la vegetazione e rendere visibile il nemico nascosto tra gli alberi, fino alle conseguenze dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki, è evidente come la guerra non produca una distruzione che si esaurisce nell’istante dell’esplosione. Continua nei tumori, nelle malformazioni, nelle malattie, nei suoli contaminati, negli ecosistemi alterati per decenni.

Il conflitto armato non può ridursi né a evento isolato, né alla somma delle battaglie combattute sul campo, ma va inserito in una dinamica generale che lega insieme capitalismo, ecologia e guerra.

Il capitale non subordina la natura soltanto ai propri fini economici. Nelle guerre del capitale piega anche le condizioni materiali di vita alle sue necessità operative, trasformandole in mezzo, bersaglio e veicolo della distruzione che porta con sé. La guerra è uno dei modi con cui il mercato mondiale produce o difende violentemente i propri presupposti: separando i corpi dalle condizioni della loro vita, spezzando i cicli ecologici e ridisegnando la geografia dei flussi globali.

Iran: la guerra nei flussi del fossile

La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha mostrato subito una verità essenziale: i conflitti contemporanei non si combattono soltanto “esercito contro esercito”, ma dentro i flussi materiali che tengono insieme l’economia mondiale e la riproduzione della vita quotidiana. Quando vengono attaccati depositi di carburante, raffinerie, porti, corridoi marittimi e snodi logistici, la guerra entra direttamente nelle infrastrutture che organizzano energia, commercio e vita quotidiana. Ancora oggi petrolio e gas restano il cuore materiale di questi circuiti.

Tutto ciò è evidente nello Stretto di Hormuz, oggi colpito da una chiusura di fatto che ha già prodotto effetti immediati sui mercati e sui trasporti globali. Non si tratta di un passaggio regionale qualsiasi, ma di uno dei principali nodi del metabolismo fossile globale: secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 attraverso Hormuz transitava circa il 20% del consumo mondiale di liquidi petroliferi e circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto.

Lo Stretto di Hormuz come nodo del metabolismo fossile globale: da questo passaggio locale si irradiano flussi energetici e commerciali che collegano il Golfo ai principali mercati mondiali.
Il legame tra globale e locale è tutto qui. Hormuz non è soltanto un luogo geografico sulla mappa. È uno dei nodi materiali attraverso cui il capitalismo fossile organizza la propria circolazione planetaria. È per questo che un’interruzione nello Stretto di Hormuz si traduce immediatamente in uno shock globale: colpire o bloccare quel passaggio significa trasmettere un’onda d’urto che si riverbera ben oltre il Golfo Persico sui prezzi dell’energia, sui fertilizzanti, sulla logistica, sul costo della vita e sugli approvvigionamenti industriali del globo intero.

Il capitalismo fossile [1] non designa infatti soltanto un’economia che utilizza petrolio e gas, ma una forma storica di crescita in cui accumulazione, commercio e proiezione di potenza dipendono strutturalmente dalla circolazione dell’energia fossile. La guerra in Iran è guerra infrastrutturale ed ecologica, perché si insedia nel cuore dell’ordine materiale che alimenta il capitalismo regionale e mondiale.

La guerra non interrompe questo ordine. Lo protegge, lo radicalizza, talvolta lo ristruttura con la violenza, rendendo visibile la crescente militarizzazione del commercio mondiale. Nel Golfo, infatti, oltre allo scontro per il dominio regionale dettato da logiche di potenza, si combatte per il controllo militare dei flussi energetici che tengono in moto l’economia del globo.

Il punto, allora, è che non è una guerra “per il petrolio” come se in gioco ci fosse solo il possesso di una risorsa naturale, ma riguarda l’intero sistema economico globale che permette ai paesi industrializzati di sostenere il proprio metabolismo sociale grazie all’appropriazione di energia, materie prime, territori, capacità ecologiche e lavoro del Sud globale. La guerra non è esterna a questo processo. Ne è una delle forme più violente. Non si combatte per il consumo diretto del petrolio, ma per il controllo dei suoi flussi: per decidere chi possa utilizzarli o meno, verso quali mercati debbano dirigersi e sotto quale protezione militare. Lo si è visto in Venezuela, dove Trump non mira semplicemente ad “accedere” al petrolio, ma a disciplinare con sanzioni, blocchi e licenze l’intera circolazione del greggio, sottraendola ai circuiti di Cina e Russia per riportarli nell’orbita energetica statunitense.

È attraverso questo controllo che le potenze dominanti sul mercato mondiale difendono o ridefiniscono i rapporti di forza da cui dipendono accumulazione, approvvigionamento energetico e proiezione di potenza. Colpire un’infrastruttura fossile significa allora incendiare uno dei nodi materiali attraverso cui il capitalismo contemporaneo organizza la propria circolazione globale. Al di là delle dinamiche geopolitiche più immediate - l’egemonia israeliana nella regione, la proiezione statunitense in Medio Oriente, il contenimento di altri competitori strategici - gli scenari attuali rivelano qualcosa di più profondo: il predominio del capitale fossile sul pianeta.

Ucraina, “granaio d’Europa”

Anche in Ucraina la guerra ha coinvolto direttamente le arterie materiali del fossile. Basti pensare al sabotaggio dei gasdotti Nord Stream I e II o alla petroliera russa colpita pochi giorni fa da un drone ucraino, che rischia di provocare un grave disastro ecologico nelle acque del Mediterraneo. Anche qui non sono stati colpiti soltanto gli snodi della circolazione ma le condizioni ecologiche della produzione. Dopo quattro anni di guerra, nel paese che un tempo veniva chiamato il “granaio d’Europa”, circa un quarto delle terre coltivabili è diventato inutilizzabile a causa di mine, ordigni esplosivi e vicinanza alla linea del fronte.

L’Ucraina occupa un posto decisivo nel metabolismo alimentare globale. Dopo l’invasione russa del 2022, le esportazioni di grano da Russia e Ucraina - due tra i principali produttori mondiali - sono state sconvolte; la FAO ha ricordato che circa cinquanta paesi dipendono da quei due esportatori per almeno il 30% del loro fabbisogno di grano importato, soprattutto in Nord Africa, Vicino Oriente e Asia. La guerra, dunque, si estende a parti di mondo che non combattono direttamente, ma pagano comunque il prezzo del conflitto, subendo inflazione, insicurezza alimentare e l’impoverimento generale che ne consegue.

La distruzione della diga di Kakhovka ha aggravato questo quadro: l’UNEP ha definito gran parte dei danni provocati dal collasso irreversibili, mentre la perdita del bacino ha compromesso la disponibilità d’acqua per vaste aree agricole del sud ucraino, mettendo a rischio centinaia di migliaia di ettari irrigati. Gli attacchi sistematici alle infrastrutture civili hanno trasformato acqua, elettricità e territorio in veri e propri campi di battaglia. Ciò che viene colpito, ancora una volta, non è solo un’infrastruttura, ma la possibilità materiale di produrre e riprodurre la vita.

Ridurre tutto questo a “danno collaterale” sarebbe un errore analitico prima ancora che morale. Quando una guerra colpisce raffinerie e infrastrutture, trasforma un territorio non soltanto in ambiente tossico, ma contamina i circuiti del metabolismo sociale. L’inquinamento non danneggia la natura “lì fuori”: danneggia quella parte della natura che noi stessi siamo.

Già nei suoi Manoscritti economico-filosofici del 1844 Marx definiva la natura come “il corpo inorganico dell’uomo”, e scriveva: “che l’uomo viva della natura significa che la natura è il suo corpo, con cui egli deve restare in continuo rapporto per non morire”.

La guerra rende questa verità brutalmente tangibile.

Il petrolio che brucia entra nell’aria, nel suolo, nelle acque, negli ecosistemi, nei corpi. Gli sversamenti penetrano nel suolo e nelle falde, entrano nelle catene alimentari, ritornano come acqua e cibo, finendo per depositarsi nei polmoni e nei tessuti. Contaminare la natura non significa allora “inquinare l’ambiente”, ma contaminare il nostro stesso corpo.

Per questo la guerra in Ucraina, oltre alla sua dimensione geopolitica, riflette anche una frattura nel metabolismo globale. Una frattura tra i mezzi della produzione e della distruzione umana, da un lato, e i tempi lenti del suolo, dell’acqua, della riproduzione ecologica dall’altro. La dinamica del capitale può devastare in pochi giorni ciò che la natura impiega anni o decenni a rigenerare.

In Iran il nodo centrale è il metabolismo fossile regionale e mondiale: raffinerie, stoccaggi, shipping, Golfo. In Ucraina il nodo centrale è il metabolismo tra società e terra: diga, irrigazione, porti del grano, rete energetica. In entrambi i casi, la guerra colpisce i circuiti della riproduzione: le condizioni ecologiche della vita sul pianeta.

Palestina: guerra alla riproduzione

Il terzo scenario è la Palestina, e più precisamente Gaza. Qui la guerra porta il metabolismo sociale al punto di rottura, rendendone visibili gli effetti più devastanti. Il genocidio si inscrive nell’ecocidio del territorio: acqua resa imbevibile, suolo contaminato, infrastrutture sanitarie distrutte, sistemi di trattamento delle acque reflue paralizzati, macerie tossiche accumulate ovunque.

Secondo l’UNEP, la devastazione ha reso quasi non funzionanti i sistemi idrici e sanitari, ha bloccato tutti gli impianti di trattamento delle acque reflue e ha lasciato una quantità gigantesca di macerie e sostanze contaminanti; oltre il 92% dell’acqua disponibile è stato giudicato non sicuro per il consumo umano.

Anche la sete diventa un’arma: report dell’ONU hanno parlato apertamente di deliberata privazione dell’accesso all’acqua potabile. Sul piano economico, UNCTAD descrive il collasso di infrastrutture vitali, fabbriche, ospedali, scuole, reti energetiche, acqua, telecomunicazioni e agricoltura. Ancora una volta, la guerra e l’assedio colpiscono sempre più spesso non solo i corpi, ma le condizioni materiali della loro riproduzione. A Gaza tutto ciò diventa visibile allo stato puro: non l’istante drammatico dell’esplosione, ma il momento in cui la distruzione si deposita nei flussi della vita comune e li rende tossici o impraticabili.

Qui il lessico dei “danni collaterali” o degli “incidenti” ecologici appare un insulto non soltanto alla morale, ma all’intelligenza umana. A Gaza vediamo una guerra che investe ogni dimensione dell’esistenza: dalla casa all’acqua e al cibo, fino alla cura, all’energia e mobilità più essenziale. Una guerra totale alla riproduzione sociale nel senso più nudo del termine. A tutto questo si aggiunge il ricorso a materiali come il fosforo bianco, usato da Israele a Gaza come in Libano, che lascia dietro di sé incendi, contaminazione e una devastazione profonda del suolo e degli ecosistemi.

Gaza rappresenta il punto in cui la verità ecologica della guerra contemporanea emerge con maggiore violenza. Non si contano soltanto i morti di oggi. Si accumulano le condizioni materiali dei morti di domani a causa di acqua contaminata, suoli saturi di sostanze tossiche, infrastrutture sanitarie distrutte, malnutrizione, diffusione di malattie, impossibilità di curarsi e di ricostruire in tempi brevi un ambiente vivibile.

La guerra colpisce non solo chi vive oggi, ma anche chi verrà dopo, perché lascia in eredità corpi esposti a una violenza che continua molto dopo la fine dei bombardamenti.

Tre scenari diversi, un’unica logica di fondo

In Iran la guerra colpisce la circolazione del metabolismo fossile: gli snodi attraverso cui passano i flussi, le infrastrutture energetiche e i corridoi marittimi da cui dipende una parte decisiva dell’economia mondiale.

In Ucraina spezza il nesso tra metabolismo sociale e terra, attraverso acqua, energia e grano: le condizioni ecologiche e infrastrutturali da cui dipendono la produzione e la riproduzione della vita sociale.

In Palestina, soprattutto a Gaza, assedia la riproduzione elementare della vita fino alla soglia dello sterminio, minando la possibilità stessa di sopravvivere e di continuare a esistere come società.

In tutti e tre i casi, la guerra si combatte dentro i flussi del metabolismo sociale [2]: dentro il rapporto materiale tra società e natura, tra infrastrutture e corpi, dove produzione, circolazione e sopravvivenza quotidiana si tengono insieme in un unico processo vitale. È questo legame che la guerra spezza. Per questo Iran, Ucraina e Palestina sono tre figure di una stessa verità storica: ogni guerra contemporanea è un evento ecologico in senso pieno, perché anche la geopolitica e lo scontro tra potenze si combattono dentro le condizioni ecologiche della vita.

Devastare la terra, rubare il futuro

Quando le basi della vita sociale vengono devastate, oltre alla popolazione presente viene compromesso il futuro stesso del territorio e delle generazioni che dovranno abitarlo. La guerra ecologica è anche un furto all’umanità futura.

È in questo senso che le parole di Marx, tutt’altro che indifferenti alla questione ecologica, acquistano oggi una forza particolare. Nessuna nazione, nessuna società, nessuna potenza può dirsi proprietaria assoluta della terra. Tantomeno può trasformarla in mezzo di assedio, dominio e annientamento senza conseguenze devastanti per l’essere umano, quanto per le altre forme di vita sul pianeta.

Nessuna potenza ha il diritto di distruggere le condizioni comuni della vita, lasciando alle generazioni successive un mondo devastato dalle conseguenze ecologiche delle proprie guerre.

“Dal punto di vista di una superiore formazione socio-economica, la proprietà privata di singoli individui sul globo terrestre apparirà non meno assurda della proprietà privata di un uomo su un altro. Neppure un’intera società, una nazione, anzi tutte le società di una stessa epoca prese assieme, neppure esse sono proprietarie della terra. Ne hanno soltanto il possesso, l’usufrutto, e hanno il dovere, da boni patres familias, di trasmetterla migliorata alle generazioni successive”. (K. Marx - Il Capitale, Libro III)

[1] Riprendo qui, in forma sintetica, la nozione di fossil economy elaborata da Andreas Malm in Fossil Capital. Per Malm, si tratta di un’“economia di crescita autosostenuta” fondata sul consumo crescente di combustibili fossili. Il punto decisivo è che carbone, petrolio e gas non costituiscono una semplice fonte energetica esterna al capitalismo moderno, ma una delle sue condizioni storiche di sviluppo, di espansione spaziale e di potere.

[2] Basta guardare al Golfo. A Dubai l’acqua urbana dipende quasi interamente dalla desalinizzazione; a Riyadh una quota decisiva dell’approvvigionamento idrico arriva da grandi impianti costieri. Bombardare queste infrastrutture significherebbe trasformare l’acqua in un’arma e precipitare in tempi rapidissimi milioni di persone in una grave crisi idrica.