Consumare il mondo: una vita da turisti della realtà
Esplora musica, luoghi, libri, idee. Animato da un generico quanto autentico socialismo
Nel libro di Francesco Marino la trappola dell'iperspettacolo e l'ansia di monetizzare lo sguardo
E se la realtà avesse smesso di essere qualcosa da attraversare e comprendere e fosse diventata una cosa da guardare, consumare e trasformare in contenuto? È da questa domanda che Francesco Marino costruisce Turisti della realtà, partendo dall’evoluzione dei social media per leggere una trasformazione più ampia del nostro rapporto con il mondo.
La tesi di fondo è che siamo diventati turisti della realtà perché abbiamo imparato a rapportarci al mondo secondo una logica simile a quella del turismo: osserviamo, selezioniamo, fotografiamo, condividiamo, alla costante ricerca dei place to be, delle esperienze più esclusive da fare e raccontare. Carburante per questo processo è stata, secondo l’autore, la trasformazione dei social network in social media, che non ci chiedono più soltanto di fruire dei contenuti, ma di produrli a nostra volta, spingendoci a diventare contemporaneamente spettatori e produttori dello spettacolo.
Marino osserva come alla base di questa trasformazione ci sia un impulso proprio della tecnologia: rendere l’ambiente più comprensibile, prevedibile e controllabile, con la promessa (mantenuta?) della tecnologia digitale di ridurre la complessità del mondo attraverso mappe, recensioni, immagini e algoritmi, alla ricerca dell’esperienza con meno frizioni possibili.
Il passaggio da un mondo analogico e pieno di frizioni a un mondo digitale di scrolling infinito, alimentato dai nostri stessi contenuti autoprodotti, comporta un cambiamento strutturale, che trasforma l’economia in economia dell’attenzione. Se ogni esperienza può diventare contenuto, ogni momento della nostra vita può diventare anche una risorsa economica, in quanto capace di catturare attenzione potenzialmente monetizzabile dalle piattaforme. Marino descrive così un sistema nel quale l’attenzione diventa una risorsa scarsa sulla quale costruire valore, mentre la produzione culturale viene adattata alle esigenze della visibilità. Alla base di quello che viene definito il turismo della realtà c’è quindi il capitalismo dell’attenzione nel quale like, commenti e condivisioni funzionano come forme di valore sociale.
Questa dinamica plasma un nuovo modello di società, detta società dell’iperspettacolo. Se nella società dello spettacolo di Debord gli individui erano soprattutto spettatori, nell’ecosistema digitale ciascuno è contemporaneamente pubblico, protagonista e produttore di contenuti. Il presente diventa un’attrazione, la quotidianità materiale da pubblicare e il tempo libero viene colonizzato dalla necessità di produrre o consumare stimoli. Marino parla di una “musealizzazione del presente”: trasformiamo continuamente il tempo in una successione di istanti da conservare, mostrare e riprodurre, tutti vissuti se non al presente al passato prossimo (del resto “dati” è participio passato come non manca di far notare l’Autore).
Il risultato più problematico riguarda però il modo in cui pensiamo e raccontiamo il mondo: il turismo della realtà tende infatti a ridurre gli eventi a una sequenza infinita di immagini, dati e momenti consumabili, facendo venire meno quella tensione narrativa che permette di collegare gli avvenimenti, attribuire loro un significato e immaginare ciò che ancora non è accaduto, arrivando a echeggiare le parole di Mark Fisher in Spettri della mia vita (che riprende a sua volta altri autori), sulla cancellazione del futuro nel contesto del capitalismo contemporaneo. Se tutto ci arriva sotto forma di contenuto e l’infrastruttura digitale decide il nostro “palinsesto”, diventiamo spettatori di un mondo continuamente ordinato, reso prevedibile e sempre uguale a sé stesso. Recuperare una relazione con il mondo significa allora recuperare anche la narrazione, la fiction e quella distanza interpretativa che permette di accettare ciò che non può essere spiegato subito. In questo senso la proposta finale del libro non consiste nell’abbandonare il digitale, ma nel sottrarsi alla sua pretesa di trasformare ogni istante in qualcosa di immediatamente disponibile, leggibile e monetizzabile.
Il libro è interessante perché la sua critica ai social non si riduce a una generica condanna della tecnologia: le piattaforme rispondono a un bisogno reale di orientamento e significato, ma lo fanno attraverso infrastrutture progettate per trattenere la nostra attenzione e trasformare ogni esperienza in contenuto. La via d’uscita passa per il recupero dell’“impegno attenzionale”, della capacità di scegliere dove dirigere lo sguardo e di riaprire quella distanza interpretativa che il flusso immediato e infinito dei social media tende a comprimere.
Particolarmente apprezzabile è soprattutto la capacità di Marino di rendere comprensibili concetti complessi attraverso esempi della vita quotidiana e della letteratura, collegando TikTok, David Foster Wallace, società dello spettacolo, economia dell’attenzione e autenticità. Sono brillanti soprattutto le pagine dedicate ai social e alla trasformazione dell’esperienza in contenuto, perché danno un nome a comportamenti che riconosciamo nella quotidianità. Il libro ci è sembrato però penalizzato dall’eccessiva frammentazione in mini-paragrafi e dalla tendenza a lanciare molti concettini interessanti che, pur dentro una cornice coerente, non vengono sempre esplorati fino in fondo. La critica, insomma, riguarda più la forma del libro che la ricchezza delle intuizioni, che rimangono numerose e spesso molto efficaci.
Turisti della realtà resta un libro brillante, scorrevole e interessante, capace di mettere a fuoco alcune trasformazioni profonde prodotte (indotte?) dalla società digitale. Una lettura consigliata, soprattutto per chi vuole interrogarsi su quanto del nostro modo di vivere la realtà sia ormai inseparabile dal modo in cui siamo stati spinti a rappresentarla.
VOTO FINALE: 8-