← Torna agli articoli
Articolo

Cosa può insegnare un cesto di verdure cinese alla democrazia italiana

di
Elisa Perindani
Elisa Perindani

Elisa Perindani è una studentessa interessata ai temi dell’economia politica, del lavoro e delle trasformazioni sociali contemporanee. Cura la rubrica Frammenti di Economia, uno spazio di lettura critica e divulgazione.

31 dicembre 2025

Sin dagli anni 80, in Cina si è posto con forza il problema della stabilità alimentare della popolazione. Con una popolazione da 1,4 miliardi di persone e una scarsità relativa di terreni agricoli disponibili, il problema di assicurare approvvigionamenti alimentari stabili era una questione di primaria importanza per il PCC. Proprio per questo a partire dalla fine degli anni 80 sono state adottate alcune politiche pubbliche chiave che hanno avuto un impatto importantissimo sulla quantità e disponibilità alimentare in tutto il paese. Al cuore di queste politiche è il programma cosiddetto “Vegetable Basket" (traduzione in inglese dal cinese), che rappresenta una delle conquiste più audaci e rivoluzionarie nella lotta contro la fame urbana, che ha trasformato la sicurezza alimentare da sogno politico a realtà quotidiana.

Nato nel 1988 su impulso del Ministero dell'Agricoltura e del Consiglio di Stato, questo programma affrontava le croniche carenze di verdure, carne e pesce che tormentavano il paese, che disponeva di solo il 9% della terra arabile mondiale per sfamare un sesto della popolazione globale. Non si trattava di un semplice piano economico, ma di un impegno politico totale: il "Sistema di Responsabilità del Sindaco per il Vegetable Basket", formalizzato negli anni '90, legava il destino dei sindaci alla disponibilità e al prezzo stabile di questi alimenti, rendendoli metriche decisive per carriere e valutazioni ufficiali. La stabilità del prezzo dei broccoli diventava importante quasi quanto la crescita del Pil per i funzionari del Partito come elemento delle loro prospettive di carriera.

Questo sistema è riuscito a decollare grazie alla sinergia tra volontà centralizzata e genio locale. Ad esempio, a Shouguang, nel Shandong, il segretario di partito Wang Leiyi inventò nel 1989 le serre "invernali calde", strutture low-tech di terra e plastica che catturavano il calore solare per coltivare cetrioli in pieno inverno, rompendo il monopolio dei cavoli e rape stagionali, che fino ad allora erano le poche cose a crescere nei rigidi inverni della Cina settentrionale. Le autorità locali, pressate dal Governo centrale a ottenere risultati in campo alimentare, iniziarono a promuovere in tutto il paese innovazioni come queste, facendole salire di scala, promuovendo la circolazione delle conoscenze e aumentando la produttività agricola in tutto il paese.

In una seconda fase del programma, il Governo centrale ha deciso di promuovere un’ulteriore politica conosciuta come il “Canale Verde”. Il suo cuore è molto semplice: ogni camion trasportante prodotti freschi agroalimentari, facenti parte di una lista ben specifica, sulle autostrade cinesi è esente dal pagamento di qualsiasi pedaggio. Con questa singola misura si è costruito una catena in grado di approvvigionare province lontane fra loro e di abbattere una delle componenti più importanti di costo del trasporto dei prodotti. Risultato? Prezzi stracciati: in Cina, le carote costano 0,41 dollari al chilo (Fonte: elaborazione dati del sito PandaYoo) nel 2025 contro 1,32 negli USA nel 2025 (fonte Walmart), i pomodori 0,82 nel 2025 contro 2,16, grazie a una rete di mercati all'ingrosso e mercati rionali che integra piccoli produttori senza monopoli dominanti. (I prezzi ovviamente sono aggiustati per il tasso di cambio corrente).

Oggi, la terza fase dell’evoluzione della sicurezza alimentare cinese è iniziata, questa volta tramite l’integrazione digitale: piattaforme come Pinduoduo collegano contadini direttamente ai consumatori via acquisti di gruppo, eliminando intermediari e ottimizzando l'ultimo miglio, con guadagni sia per i produttori che per i consumatori. Eppure, nonostante i risultati raggiunti esistono ancora profonde criticità. In primis, la concentrazione delle attività della supply chain in mano all’intermediazione digitale da parte di piattaforme private colossali come Pinduoduo rischia di rafforzare ancora più il potere di mercato nelle mani di questi colossi, che politicamente potrebbe portare a conflitti con il potere centrale (vedasi il caso di Ant Group per dire). In secondo luogo, l'abbondanza low-cost poggia su input intensivi: la produzione orticola cinese assorbe il 7,8% dei fertilizzanti chimici mondiali su solo l'1,7% delle superfici, causando acidificazione del suolo, accumulo di metalli pesanti e un 78% delle emissioni di gas a effetto serra da azoto in eccesso. Le serre, eroine della produzione invernale, generano il 55-84% in più di gas serra rispetto ai campi aperti, minando la sostenibilità ambientale nel lungo periodo.

Il Vegetable Basket è riuscito a vincere sulla quantità, tessendo un sistema ibrido che fonde stato, mercato e innovazione dal basso in un'efficiente macchina alimentare. Ma la sfida futura è vincere sulla qualità la sicurezza e la sostenibilità dell’intera filiera. Questa epopea cinese, tra trionfi logistici e ombre ecologiche, resta un monito globale: l'abbondanza va conquistata, ma preservata con visione lungimirante.

La lezione che possiamo trarne? Sono due: la prima è che le migliori politiche nascono sempre dalla combinazione fra una spinta dall’alto e una dal basso, prendendo l’innovatività che può sorgere dalla seconda dimensione e facendola salire di scala con la prima. La seconda, è ’ più o meno sempre la solita, e ossia che in un sistema dove lo Stato riesce a dirigere politicamente il mercato e a strutturarlo in modo razionale, i risultati, anche con mille contraddizioni, alla fine arrivano. Una volta la democrazia italiana era in grado di operare secondo queste linee guida: dovremmo tornare a farlo.

Articolo liberamente adattato da https://pandayoo.com/post/chinas-vegetable-basket-program-how-a-nation-achieved-food- abundance/