Cuba non è il Venezuela
Dalle pianure dell’Angola alla trincea del popolo
di Orazio di Mauro
La storia militare di Cuba non è scritta nei manuali di “arte militare” di guerra convenzionale delle più accreditate accademie militari del mondo occidentale. Ma la vera storia di Cuba in armi ci parla di una capacità di resistenza e attacco che pochi in occidente conoscono, anche tra chi sostiene Cuba in accordo con l’ideologia comunista. Pochi fra gli occidentali sanno che negli anni Settanta e Ottanta l’isola era una potenza politico militare capace di proiettare la propria forza oltre l'Atlantico. Cuba ha operato efficacemente in Africa, America Latina e Medio Oriente. Durante la Guerra Fredda, Cuba ha svolto un ruolo estremamente attivo sulla scena internazionale, inviando truppe, consiglieri militari e personale medico in vari Paesi, principalmente in Africa e, in misura minore, in Medio Oriente e America Latina.
Questa politica era guidata dalla visione di Fidel Castro di sostenere i movimenti di liberazione nazionale e i regimi socialisti. Ne tracciamo la presenza nei vari scenari d'intervento. In Africa, che fu l'area di maggiore impegno. In Africa, l'impegno militare cubano fu il più massiccio e prolungato. In Angola (1975-1991) si svolse l'intervento più significativo. Tutto cominciò con l’Operazione Carlota. Cuba inviò decine di migliaia di soldati per sostenere il MPLA nella guerra civile contro l'UNITA (appoggiata da Sudafrica e USA). Dopo 16 anni di guerra la conclusione si ebbe con la decisiva nella battaglia di Cuito Cuanavale. Nel momento più intenso della battaglia le forze cubane ammontavano a 50.000 uomini, 40 mig 23 e 200 carri T 55 e T 62. La contraerea cubana era composta dai più moderni, per allora, sistemi antiaerei sovietici. La battaglia di Cuito Cuanavale fu una battaglia di arresto, meritevole di figurare nei programmi delle accademie militari occidentali, ma essa è ignorata [1]. Anche l’intervento in Etiopia del 1977-1978 comportò per Cuba l’inviò di circa 15.000 soldati per supportare il regime di Menghistu Haile Mariam durante la Guerra dell'Ogaden contro l'invasione somala. La vittoria cubana rese forte il regime comunista etiopico di Menghistu e distrusse quello socialista si Siad Barre. Nel momento in cui i due regimi, quello di Menghistu e quello di Siad Barre, entrarono in contrasto per l’Ogaden erano tutti e due paesi sostenuti dall’Unione Sovietica. Breznev indeciso su quale paese appoggiare chiese a Castro con chi doveva schierarsi e Castro lo convinse che il vero comunista era Menghistu e Siad Barre e un socialista borghese. Ciò segnò la fine di Siad Barre e dello stato somalo. Altri interventi di minore portata in Africa erano stati quello nella Repubblica del Congo, negli anni '60, dove i soldati cubani furono inviati per proteggere il governo di Alphonse Massamba-Débat per addestrare le milizie locali e nella Guinea-Bissau (1966-1974). Consiglieri militari e truppe cubane assistettero il PAIGC nella guerra d'indipendenza contro il Portogallo.
Indubbiamente l’intervento cubano in Medio Oriente come consistenza numerica fu minore, ma strategicamente rilevante. In Siria 1973-1975, dopo la Guerra dello Yom Kippur, Cuba inviò una brigata corazzata (circa 800 uomini) per presidiare le alture del Golan in supporto alle forze siriane. Il motivo era che la guerra aveva decimato i capicarro siriani e mancavano gli speciaisti che sapevano condurre i mezzi corazzati, Israele minacciava di avanzare sfruttando questa debolezza. Nello Yemen del Sud: negli anni '70 e '80, istruttori cubani furono inviati per addestrare le forze armate dell'unico Stato dichiaratamente marxista nel mondo arabo.
In America Latina e Caraibi Cuba si concentrò maggiormente sull'addestramento e la logistica piuttosto che sull'invio di grandi corpi di spedizione, con due eccezioni rilevanti. Grenada (1979-1983): personale militare cubano (principalmente genieri armati e addestratori) era presente sull'isola per costruire un aeroporto strategico. Furono coinvolti in scontri diretti con le truppe americane durante l'invasione statunitense del 1983, che malgrado i marines avessero un vantaggio di 50 a uno ne vennero a capo con difficoltà. Infine il Nicaragua. Siamo negli anni ’80. Dopo la rivoluzione sandinista del 1979, Cuba inviò migliaia di consiglieri militari e di sicurezza per aiutare il governo di Daniel Ortega a combattere i "Contras".
Si stima che tra il 1960 e il 1990, oltre 400.000 cubani (tra militari e civili) abbiano prestato servizio in missioni internazionali, un numero enorme in proporzione alla popolazione dell'isola. oggi quella stessa energia si è ripiegata all'interno, essendo ancora in grado di trasformare ogni centimetro di terra in una potenziale trappola per chiunque osi violarne la sovranità. Dire che "Cuba non cederà" non è un semplice slogan ideologico, ma la conclusione tecnica di un’analisi sulla sua dottrina militare asimmetrica.
La salvezza di Cuba può essere conseguita con la "Guerra di tutto il Popolo". Oggi Cuba non dispone più della tecnologia di punta per una battaglia aerea o navale in campo aperto, la fine dell’Unione Sovietica e il tremendo Bloqueo l’hanno resa impossibile. ha sviluppato quella che viene chiamata la "Guerra de Todo el Pueblo". Questa dottrina parte da un presupposto realistico, l'impossibilità di vincere uno scontro frontale contro la macchina bellica statunitense.
Per resistere efficacemente all’attacco americano il concetto di decentralizzazione significa che Il comando non risiede solo a L’Avana. Ogni provincia e comune ha strutture autonome capaci di operare in isolamento. Da sempre i membri del partito comunista cubano parlano della presenza di depositi d’armi segreti da usare in caso di invasione dell’isola. Allo stesso modo esistono a Cuba “Fortificazioni Invisibili”. Decenni di embargo hanno portato alla costruzione di una rete di tunnel e rifugi che rendono i bombardamenti dall'alto meno efficaci di quanto la storia recente abbia mostrato in altri teatri di guerra. Oltre ai all’esercito regolare cubano, che come abbiamo visto, ha una lunga storia di esperienza di guerra, Cuba conta sulle Milizie composte da “Truppe Territoriali””. Un milione di cittadini che conoscono ogni vicolo, ogni grotta e ogni sentiero della Sierra Maestra.
È innegabile che Cuba stia soffrendo. Il bloqueo e le crisi economiche hanno logorato l'hardware delle forze armate. Ma è proprio qui che risiede il paradosso: un popolo abituato a sopravvivere con il minimo, a riparare l'imparabile e a resistere a privazioni estreme, è un popolo che possiede una tempra psicologica che nessun esercito di occupazione può addestrare. La Resilienza tra le Macerie è la Forza del bisogno che Cuba ha. In un eventuale scontro oggi, l'attaccante potrebbe anche conquistare le coste in pochi giorni, ma si troverebbe di fronte a una "nazione-fortezza" dove ogni casa è una trincea. Il costo politico e umano di un'occupazione di terra sarebbe, per gli Stati Uniti, un prezzo che nessuna amministrazione moderna sarebbe disposta a pagare. La forza di un popolo non si misura dal numero di testate nucleari, ma dalla capacità di ogni cittadino di diventare un soldato nel momento in cui la terra natia viene calpestata. Leggere Von Clausewitz in merito servirebbe per meglio orizzontarsi in una guerra american-cubana, agli strateghi di Washington, troppo imbevuti dai concetti di Sun tzu. Lenin lo sapeva bene.
In definitiva, Cuba oggi non è la potenza d'assalto che fu in Angola, ma è una realtà difensiva molto più complessa e indigesta di allora. La sua capacità di mettere su un esercito non si limita ai battaglioni regolari, ma alla mobilitazione di una coscienza collettiva forgiata in sessant'anni di assedio. Cuba non cederà perché ha trasformato la sua debolezza materiale in una invulnerabilità tattica: l'impossibilità di essere governata da un invasore straniero. Come a Cuito Cuanavale, quando i cubani legarono umanamente oltre che militarmente con i guerriglieri namibiani, vedremo la determinazione cubana, che rimane l'incognita che spiazza i calcoli delle superpotenze. L'isola resta, oggi come ieri, un baluardo che preferisce spezzarsi piuttosto che piegarsi.
Sembra un paradosso, ma il maggiore storico esperto accademico della battaglia di Guido Cenavale e dell’impegno cubano in Angola, è l’italiano Pietro Glijeses che insegna al John Hopkins University negli Stati Uniti e che ha pubblicato due ponderosi volumi che descrivono l’impegno cubano in Angola e in Namibia. Egli ha ricevuto la medaglia del governo cubano. Le sue le sue opere sono citate dai tutti gli altri studiosi occidentali, che non possono ignorarle, ma cercano sempre di renderle meno importanti e invece esse lo sono e non poco. Egli è l’unico studioso straniero ad aver avuto accesso agli archivi del governo cubano dell'era Castro.
[1] Piero Gleijes, Conflicting Missions: Havana, Washington and Africa, 1959–1976. Chapel Hill, NC: University of North Carolina Press. 2002; Piero Gleijeses, Visions of Freedom: Havana, Washington, Pretoria, and the Struggle for Southern Africa, 1976–1991. Chapel Hill, NC: University of North Carolina Press. 2013.