Cuba, il vecchio e il mare
Studioso di relazioni internazionali con focus su integrazione eurasiatica e mondo russo, laureato in Mediazione linguistica e culturale con tesi sul conflitto nell' Ucraina orientale quando era ancora quello del 2014/15. Attivista e cercatore da sempre.
Ciò che accettiamo di veder fare agli altri si sta già preparando e realizzando, con una diversa intensità, anche per noi
Un ulteriore capitolo della campagna di “guerra ibrida” (come se la guerra di per sé non lo fosse sempre stata) è attualmente in corso e sotto i riflettori, al momento, c’è la componente giudiziaria. Stiamo, ovviamente, parlando di Cuba. Il pretesto del “caso” montato contro Raul Castro, novantacinquenne, si prende addirittura la briga di scomodare un’operazione della CIA degli anni 90.
Molti si soffermano sul fatto che siamo davanti alla fabbricazione di un pretesto. Per quanto questa componente sia presente, questa lettura rischia di essere superficiale. Sul piatto c’è un altro tipo di minaccia, rivolta al mondo intero, e il cui messaggio suona così: la giurisdizione degli Stati Uniti non ha limiti, non importa in quale stato vi trovate né quanti anni avete. Nel momento in cui siete un fastidio per i piani dell’Impero, potrete essere dichiarati ricercati dall’America, catturati senza limiti di giurisdizione o protezione alcuna (sempre che il vostro governo non sia abbastanza compiacente da sporcarsi le mani al posto nostro, s’intende), tradotti in catene negli Stati Uniti e sottoposti a un processo farsa dopo essere stati lasciati marinare quanto basta nelle nostre rinomate galere. Per inciso, nel frattempo i vostri conti bancari potrebbero essere bloccati e aiutarvi potrebbe far finire nei guai quanti vi vogliono bene (vedi Jacques Baud e compagnia). Chiaro il concetto? Quindi fate i bravi e non rompete le palle mentre dettiamo le nuove regole del gioco alla parte del mondo che ci spetta, ovvero quella in cui tutto l’apparato dello Stato, dalle istituzioni civili alle forze armate, non è in grado o non ha il desiderio di opporsi a noi.
Tutto il mondo cosiddetto anti-imperialista si affanna a parlare in difesa della Rivoluzione Cubana, della sovranità della Isla, dell’arroganza dell’Impero e di quanto sia malvagio Trump. O Rubio, o Hegseth. Mentre lo zio Sam fa tintinnare le sciabole aero-navali nella conca dei Caraibi, non è più rimandabile il rendersi conto di una sgradevole realtà, a prescindere dalle opinioni politiche.
L’umanità ha a che fare con un’epoca in cui la nuova normalità avanza veloce.
Lo sterminio della popolazione inerme a Gaza è già un precedente e un modello da esportare. Negare a una popolazione civile i servizi di base, il commercio, l’acqua, l’energia, le cure mediche anche per malattie mortali, il diritto alla protezione dello Stato o ad un giusto processo, sono oggi pratiche accettate dalle opinioni pubbliche occidentali e non sono una ragione valida né per rifiutarsi di obbedire al proprio governo né per spegnere televisioni o social, che vivono solo per riempire le opinioni pubbliche di propaganda-spazzatura. Se così non fosse, anche il più babbeo farebbe presto a capire come sarebbe messa ad esempio l’Italia, o la propria stessa vita, se per quattro mesi interi non entrasse più nel paese una goccia di petrolio a causa di un blocco imposto con le armi da un paese straniero.
Qual è l’ironia di tutto questo? Le docili popolazioni di cui facciamo tutti parte sono convinte che il conformismo le salverà, evitando di far arrabbiare un potere che, se disturbato, potrebbe tirare fuori gli artigli. La realtà è che gli artigli sono proprio quegli stessi conformismo e docilità.
L’economia occidentale è comandata dalle oligarchie al vertice del mondo sio-anglosassone e si basa sullo sfruttamento sia dell’uomo che delle risorse su scala globale, è quindi corretto dire che gli Stati Uniti hanno lo scopo, ma anche bisogno, di dominare il mondo. Anche la loro politica estera di continuità è interpretabile con questo criterio. Lo sviluppo degli “altri” mette in pericolo questo obiettivo, ma lo sviluppo necessita di pace e conduce a una maggiore prosperità ed indipendenza. Così, impedire agli altri di avere pace, sviluppo, prosperità ed indipendenza è per l’Impero un obiettivo strategico.
Avallando con la nostra accondiscendenza la politica estera degli Stati Uniti, contribuiamo alla realizzazione proprio di ciò che temiamo e cerchiamo di evitare attraverso di essa. Il dispositivo globale che contribuiamo ad alimentare è la base di ciò che, a velocità sempre maggiore, conduce noi stessi verso sfruttamento, guerra, povertà e scarsità - verso una società nella quale al principio di una legge uguale per tutti (mai pienamente realizzato, a scanso equivoci), è sostituito un potere arbitrario, anche nei tribunali.
Non è quindi corretto dire che “Cuba non deve essere lasciata sola” di fronte all’aggressione.
Tollerando ciò che viene fatto a Cuba, minacciandola, affamandola e aggredendola, non facciamo che lasciare soli noi stessi.
Ciò che accettiamo di veder fare agli altri, si sta già preparando e realizzando, con una diversa velocità ed intensità, anche per noi.