Dal 9/11 a Trump: la lunga crisi dell'egemonia americana
L'America di Trump è figlia di Bush e Obama. La sconfitta in Iraq ha logorato l'egemonia USA, preparando l'America First
di Nicola Tanno e Giusi Greta di Cristina
Destino ha voluto che due anniversari pesanti della storia statunitense siano caduti sotto l’amministrazione di Donald Trump, quella che studiosi come John Mearsheimer hanno descritto come la più dannosa per l'ordine internazionale costruito dagli Stati Uniti, colpevole di averne minato le fondamenta e di aver isolato il paese dagli alleati. Se per il 250º anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza molti hanno sottolineato la rottura tra l'amministrazione Trump e le politiche di integrazione degli ultimi cinquant'anni, in occasione dell'11 settembre l'attenzione si è concentrata sui cambiamenti in politica estera. Trump, dicono in molti e non senza ragione, sta smantellando l'ordine costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, rinunciando al ruolo di potenza egemone e protettrice per sostituirvi una politica di forza bruta, spinta dal solo obiettivo di arricchire le élite del paese. Tuttavia la questione genera perplessità: siamo certi che la strategia di politica internazionale sia così di rottura rispetto a quelle che vennero poste in atto dopo l’11 settembre 2001? Ed è così vero che i democratici hanno assunto politiche radicalmente diverse da quelle repubblicane? Ad entrambe le domande la risposta potrebbe essere sorprendente. Per trovarla, però, dobbiamo prima fare un passo indietro e guardare a ciò che è successo in Iraq, perché è lì che si sono spezzate le certezze del "nuovo secolo americano" e si sono aperte le crepe attraverso cui è filtrata l'America di Trump.
L'America senza nemici
Come punto di partenza per capire le politiche odierne statunitensi possiamo partire dai “ruggenti anni ‘90” (Stiglitz docet), quando la vincente America della Guerra Fredda si ritrovò di colpo senza un nemico chiaro. La caduta dell'URSS aveva lasciato gli Stati Uniti come l'unica superpotenza mondiale, ma senza una dottrina che giustificasse e guidasse il loro ruolo globale. In mancanza di essa emergevano preoccupazioni come quelle dello stratega Zbigniew Brzezinski, il quale sosteneva che il crollo dell'URSS non aveva portato a un mondo ordinato, ma a un "vuoto geopolitico" in Eurasia e a un'instabilità che minacciava di sfuggire di mano. La dottrina clintoniana di politica estera fu dunque quella dell’enlargement, ovvero di un proclamato allargamento degli spazi di democrazia e prosperità e diritti umani attraverso multilateralismo e apertura dei mercati. Tuttavia questa strategia conteneva contraddizioni evidenti. Come spiegò Antonio Gambino nel 2000, a dispetto della vocazione multilaterale gli USA, come dimostrò la crisi kosovara, agivano adesso in totale autonomia. Inoltre, il ruolo di “poliziotto del mondo” che con incertezza stava svolgendo dall’Iraq alla Somalia fino ai Balcani poteva essere compiuto solo a un prezzo elevato che gli statunitensi non erano disposti a pagare. Come scrisse in seguito Giovanni Arrighi:
“[l]a belle époque americana degli anni Novanta si basava su un circolo virtuoso [che] si basava sull’effetto sinergico di due condizioni: la capacità degli Stati Uniti di presentarsi come la nazione che svolgeva i ruoli di approdo finale del commercio mondiale e di indispensable potenza politico-militare da un lato, e, dall’altro, la disponibilità del resto del mondo a rifornire di capitali gli Stati Uniti perché continuassero a svolgere su scala sempre più allargata quelle due funzioni”.
Il collasso del blocco sovietico, le “vittorie” così spettacolarizzate nella Prima guerra del Golfo e nella guerra in Jugoslavia, l’emergere prepotente della “bolla” della new economy consolidavano l’immagine del dominio statunitense. Tuttavia le cose potevano cambiare rapidamente: l’esplosione della “bolla” nell’anno 2000 mise di colpo in dubbio in discussione l’afflusso di capitali privati e nel frattempo mentre alcuni alleati iniziarono ad avere dubbi sul continuo acquisto di debito per finanziare le missioni statunitensi.
Fu in quel contesto, dunque, che un gruppo di intellettuali di destra riuniti nel think-thank Progetto per un Nuovo Secolo America (PNAC) disegnarono una nuova strategia che sarebbe stata messa in atto durante il mandato di George W. Bush (2000-2008).
L’11 settembre e il Nuovo Secolo Americano
Gli intellettuali del PNAC addebitavano a Bill Clinton di aver dimenticato le lezioni del successo di Ronald Reagan. L’accusa era di aver abbandonato una politica estera forte e assertiva per un approccio che percepivano come tiepido, reattivo e privo di una visione strategica coerente. Vedevano in questo un pericoloso ritorno all'isolazionismo, una rinuncia al ruolo globale che gli Stati Uniti avrebbero dovuto interpretare con leadership e determinazione. La linea giusta era quella di un dominio globale incontrollato, un primato militare assoluto e il diritto di colpire preventivamente i regimi ostili.
Giunti al potere i neoconservatori (come vennero chiamati i sostenitori delle tesi del PNAC) avevano due obiettivi: porre fine alla “sindrome del Vetnam” da un lato e gettare le basi per un “nuovo secolo americano”. L’11 settembre in questo senso fu l’occasione che aspettavano. Gli attentati alle Torre Gemelle e al Pentagono non furono interpretati dall’amministrazione di George W. Bush come un episodio di terrorismo, ma come un vero e proprio atto di guerra, al quale doveva corrispondere una risposta rinnovata nella definizione della strategia di sicurezza nazionale e, più in generale nell’ordine internazionale post-Guerra Fredda. Già nel discorso rivolto alla nazione la sera stessa degli attentati e nel discorso pronunciato davanti al Congresso il 20 settembre, infatti, Bush definì quanto accaduto come un “atto di guerra”, collocando la risposta statunitense all’interno di un conflitto destinato a protrarsi ben oltre l’identificazione e la neutralizzazione dei responsabili immediati. Con tali parole si ridefiniva la natura stessa della minaccia: il nemico non era più necessariamente uno Stato dotato di territorio, esercito e infrastrutture identificabili, ma poteva essere una rete transnazionale capace di operare clandestinamente e di colpire senza preavviso – uno scenario che legittimava un'espansione senza limiti dell’intervento americano. Ciò nonostante, quest’ascesa di un’organizzazione terrorista come la principale minaccia alla nazione non frenò l’America nel rivolgere tutte le proprie attenzioni belliche verso due Stati sovrani. Come spiegò, infatti, l'ex consulente antiterrorismo Richard Clarke, neanche un giorno dopo gli attacchi di Al-Qaeda il Segretario alla Difesa Rumsfeld sosteneva che se non c’erano buoni motivi per bombardare l’Afghanistan “si doveva prendere in considerazione di bombardare invece l’Iraq”. Era attraverso guerre contro questi due Stati che Rumsfeld, Dick Cheney e Paul Wolfowitz sognavano di superare la già citata “sindrome del Vietnam”.
Essa non era certamente stata curata dalle performance degli anni ’90: Saddam era ancora al potere, dalla Somalia i marines erano tornati in modo umiliante e solo attraverso i bombardamenti dall’alto sulla Serbia gli USA avevano potuto affermare la loro forza. Costruire un “nuovo secolo americano” significava, di conseguenza, affermare una leadership militare, politica e economica senza rivali né limiti. In questo senso l’Iraq più dell’Afghanistan stava a significare la “fase uno” di questa nuova fase di potere illimitato. Se il Kosovo rappresentava infatti la dimostrazione che le azioni degli USA non necessitavano del beneplacito dell’ONU, l’Iraq voleva essere la prova che non era imprescindibile neppure il sostegno di tutto l’Occidente. Dalla teoria dei neoconservatori alla pratica, queste riflessioni presero forma in una nuova strategia di sicurezza, quella del settembre 2002.
Internazionalismo, unilateralismo e attacchi preventivi
La National Security Strategy (NSS), pubblicata dall’amministrazione Bush nel settembre 2002, rappresenta la formalizzazione strategica della trasformazione prodotta dall’11 settembre, ma anche una più ampia elaborazione della posizione degli Stati Uniti nel sistema internazionale emerso dalla fine della Guerra fredda. Il documento prende le mosse da una constatazione di fondo: gli Stati Uniti dispongono di una posizione di “forza militare senza pari” e di una straordinaria influenza economica e politica. Questa superiorità, tuttavia, non venne presentata come un semplice strumento di potere nazionale, bensì come una responsabilità globale: Washington si attribuì il compito di utilizzare la propria forza per costruire un “equilibrio di potere che favori[sse] la libertà” e per promuovere un ordine internazionale fondato su libertà politica ed economica, democrazia e rispetto della dignità umana. La NSS definì questa impostazione come un “internazionalismo tipicamente americano”, nel quale interessi nazionali e valori universali vennero presentati come sostanzialmente convergenti.
È precisamente all’interno di questa concezione della leadership americana che venne elaborata la dottrina della guerra preventiva. La NSS del 2002 sosteneva che il tradizionale concetto di minaccia imminente, costruito sul modello di un esercito nemico visibilmente mobilitato, non fosse più adeguato alla natura delle nuove minacce rappresentate da organizzazioni terroristiche e “stati canaglia”, soprattutto quando questi possono entrare in possesso di armi di distruzione di massa. La conseguenza era un ampliamento significativo della possibilità di ricorrere alla forza: gli Stati Uniti rivendicano il diritto di intervenire preventivamente quando ritengano che l’inazione comporti un rischio maggiore dell’azione. La formula utilizzata dal documento è inequivocabile: “Gli Stati Uniti, se necessario, agiranno in via preventiva”. In questo passaggio la NSS non abbandonava formalmente la deterrenza, ma ne ridimensionava la centralità a favore della capacità di anticipare e neutralizzare la minaccia prima che essa si materializzasse.
La portata di questa impostazione divenne ancora più evidente nel rapporto tra Stati Uniti e comunità internazionale. La NSS non proponeva infatti un isolamento degli Stati Uniti né un rifiuto delle istituzioni multilaterali: al contrario, il documento affermava esplicitamente che “nessuna nazione può costruire da sola un mondo più sicuro e migliore” e riconosce alle alleanze e alle istituzioni internazionali la capacità di moltiplicare la forza degli Stati che condividono i principi della libertà. La strategia prevedeva inoltre la costruzione di "coalizioni, quanto più ampie possibile" e sottolineava che gli Stati Uniti avevano bisogno della cooperazione dei propri alleati europei. Il punto di rottura con una concezione più tradizionale del multilateralismo risiede dunque altrove: la cooperazione internazionale veniva riconosciuta come uno strumento della leadership americana, ma non come una condizione necessaria della sua azione. La NSS affermava infatti che gli USA intendevano rispettare “i valori, il giudizio e gli interessi” degli alleati, ma aggiungeva immediatamente che sarebbero stati “pronti ad agire separatamente quando i nostri interessi e le nostre responsabilità specifiche lo [avessero richiesto]”. Ne derivava una concezione del multilateralismo profondamente gerarchica: gli Stati Uniti non rinunciavano alle istituzioni internazionali né alla costruzione di coalizioni, ma mantenevano per sé la facoltà di determinare quando la cooperazione sarebbe stata sufficiente e quando, invece, la propria valutazione della minaccia avrebbe reso necessario agire autonomamente.
Se la logica delle “coalizioni dei volenterosi” tendeva a privilegiare coalizioni costruite intorno a specifiche minacce rispetto a istituzioni permanenti capaci di definire preventivamente le condizioni dell'azione collettiva, la missione paventata dalla NSS tendeva a precedere e a determinare la coalizione, anziché essere definita dalla coalizione stessa. La NSS del 2002 non segnava quindi la semplice “fine del multilateralismo”, ma la sua subordinazione alla primazia strategica degli Stati Uniti. Il multilateralismo rimaneva legittimo e, in molti casi, auspicabile; ciò che cambiava era il rapporto gerarchico tra cooperazione internazionale e sovranità decisionale americana.
Washington si presentava contemporaneamente come garante dell'ordine internazionale e come soggetto autorizzato a stabilire, quando necessario, i limiti entro i quali tale ordine poteva essere difeso. È questa combinazione di primato materiale, missione ideologica e libertà d'azione a costituire uno degli elementi più caratteristici della strategia di sicurezza nazionale elaborata dopo l'11 settembre, che nei primi mesi successivi godette di un ampio consenso internazionale. Tuttavia, nei mesi successivi il credito politico, militare ed economico venne intaccato e a questa erosione si aggiunsero i risultati militari sul campo. Dopo la guerra afghana, che trovò sostegno tra gli alleati, la questione irachena generò una vera frattura transatlantica: mentre Washington sosteneva la necessità di intervenire contro Saddam Hussein, Francia, Germania e ampi settori dell’opinione pubblica europea contestavano l’uso preventivo della forza e chiedevano che l’azione fosse subordinata al consenso delle Nazioni Uniti. Inoltre, contro un nemico più debole dei vietcong, e dopo decenni di professionalizzazione, l’America si impantanò di nuovo, questa volta in un conflitto a bassa intensità da cui non è mai uscita pienamente e – al di là della razzia del petrolio iracheno – gli americani non sono mai riusciti a normalizzare del tutto il paese. Neanche la NSS del 2002, insomma, guarì l’America dalla “sindrome del Vietnam”.
A distanza di anni si può dire infatti che nel lungo periodo la sconfitta in Iraq è stata immensa, con conseguenze che oggi sono visibili a tutti: “Lungi dall’inaugurare un nuovo secolo americano”, scrisse in modo profetico Arrighi nel 2007, essa “ha invece messo a repentaglio la credibilità della potenza militare americana, ha ulteriormente deteriorato la centralità degli Stati Uniti e della loro valuta nel sistema economico mondiale e ha rafforzato la tendenza della Cina a proporsi come alternativa al ruolo di paese-guida degli Stati Uniti sia nell’Oriente asiatico sia su scala mondiale. Non si sarebbe potuto immaginare un fallimento più rapido e completo del progetto imperiale neoconservatore”. Tuttavia il prezzo più salato l’hanno pagato gli alleati visto che, nonostante le rimostranze mostrate nel 2002-03, il nuovo ordine mondiale basato sulla forza (sotto la maschera dell’antiterrorismo) è stato principalmente pagato da europei e giapponesi e, usando le parole di Charles Tilly, il sistema di protezione è diventato una sorta di racket “nella misura in cui le minacce che pretende di eliminare sono inesistenti o sono il frutto dell’azione stessa del governo”.
Nel 2008, con l'arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca, solo in parte i democratici provarono a invertire la tendenza impressa dai neoconservatori.
I democratici nel post-11 settembre
Barack Obama segnò certamente una discontinuità sul piano retorico e diplomatico rispetto alla NSS del 2002: abbandonò il linguaggio della “guerra globale al terrore”, attribuì maggiore centralità alle istituzioni internazionali e alla cooperazione con gli alleati e presentò la leadership americana come fondata più sul potere dell’esempio che sull’imposizione della forza. Tuttavia, gli Stati Uniti continuarono a considerarsi responsabili della sicurezza internazionale e conservarono un’ampia concezione del diritto all’autodifesa, mentre la lotta al terrorismo rimase una componente centrale della politica di sicurezza.
La continuità fu particolarmente evidente sul piano operativo. L’amministrazione Obama ridusse la presenza militare convenzionale statunitense in Iraq e privilegiò un approccio di "light footprint", ma fece un uso esteso di droni, operazioni speciali e azioni mirate contro organizzazioni terroristiche in Pakistan, Yemen, Somalia e altrove. La guerra al terrorismo veniva dunque riformulata, più che abbandonata: cambiavano il linguaggio, gli strumenti e il grado di visibilità dell’intervento americano, ma rimaneva l’idea che gli Stati Uniti potessero agire preventivamente contro minacce ritenute incompatibili con la propria sicurezza.
Ne emerge una continuità significativa tra le due amministrazioni: Obama tentò di riportare l'esercizio della potenza americana entro una cornice maggiormente multilaterale e giuridicamente legittimata, ma non mise in discussione la pretesa degli Stati Uniti di mantenere una posizione di leadership globale né eliminò gli strumenti di intervento sviluppati dopo l'11 settembre. La trasformazione riguardò quindi soprattutto il modo di esercitare l'egemonia americana, più che la rinuncia alla sua funzione globale.
Il primo mandato di Donald Trump segnò una prima rottura con l’impostazione internazionalista delle amministrazioni precedenti. La NSS del 2017 definiva esplicitamente l’”America First” come fondamento della leadership americana e interpretava il sistema internazionale attraverso la competizione tra grandi potenze, individuando soprattutto Cina e Russia come rivali strategici. Al tempo stesso, tuttavia, Trump non rinunciava all’idea di leadership globale: la strategia del 2017 parlava ancora di “American influence” e di un equilibrio di potere favorevole agli USA, attribuendo alle alleanze il compito di rafforzare la potenza americana.
L’amministrazione Biden cercò quindi di ricondurre la politica estera statunitense entro una cornice più tradizionalmente multilaterale, senza però mettere in discussione il primato americano. La NSS del 2022 individuava nella Cina il principale concorrente capace di modificare l’ordine internazionale e nella Russia una minaccia immediata, proponendo di affrontare tale competizione attraverso il rafforzamento delle alleanze e delle istituzioni internazionali. Anche in questo caso, dunque, la discontinuità con Trump riguardava soprattutto il modo di esercitare la leadership, più che la volontà di conservarla.
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2025 porta però questa evoluzione a un livello ulteriore. La NSS pubblicata nel dicembre 2025 assume l’“America First” non soltanto come principio di politica estera, ma come criterio esplicito di selezione delle priorità strategiche: gli Stati Uniti non intendono più attribuire la stessa importanza a ogni regione e a ogni crisi, ma concentrare le risorse sugli interessi ritenuti vitali. La differenza rispetto alla NSS del 2002 è particolarmente evidente: mentre Bush collegava la sicurezza americana alla costruzione di un ordine internazionale favorevole alla libertà, Trump insiste sulla necessità di rafforzare direttamente la potenza, la prosperità e la preminenza degli Stati Uniti.
È in questo quadro che assume particolare rilievo quello che la stessa NSS definisce il “Trump Corollary” alla Dottrina Monroe. La strategia dichiara che Washington intende”reassert and enforce” la Dottrina Monroe nell’emisfero occidentale, impedendo a potenze esterne di acquisire una presenza militare o il controllo di infrastrutture e risorse strategiche nella regione. La cosiddetta Dottrina Donroe — formula giornalistica che sintetizza questo nuovo corollario — rappresenta così qualcosa di più di una semplice riproposizione della tradizionale influenza statunitense sull’America Latina: è la territorializzazione dell’“America First” attraverso una definizione esplicita di una sfera di interesse privilegiata e da difendere attivamente.
Dal globalismo della sicurezza alla selettività dell’interesse nazionale
Il confronto tra la NSS del 2002 e quella del 2025 mostra una trasformazione significativa della concezione della leadership americana. La NSS di Bush nasceva dall'idea che la sicurezza degli Stati Uniti coincidesse, in larga misura, con la trasformazione dell'ordine internazionale: la lotta al terrorismo, la diffusione della democrazia e la difesa dei mercati aperti venivano presentate come obiettivi contemporaneamente americani e universali. La superiorità statunitense doveva quindi essere utilizzata per plasmare il sistema internazionale.
La NSS del 2025 conserva invece l'obiettivo della preminenza americana, ma restringe molto più esplicitamente la definizione degli interessi da difendere. Il documento afferma che gli Stati Uniti non possono attribuire la stessa importanza a ogni regione e a ogni crisi e individua nell'emisfero occidentale la principale area strategica, collegando sicurezza nazionale, controllo delle frontiere, migrazione, traffici criminali e contenimento dell'influenza di potenze esterne, lasciando ben intendere che non si tratta di un semplice ritorno al passato, ma della riaffermazione di una sfera prioritaria di interesse americano.
La differenza, dunque, non è semplicemente tra un Bush “interventista” e un Trump “isolazionista”: entrambi rifiutano l'idea di un arretramento della potenza americana. Cambia piuttosto il modo in cui tale potenza viene concepita e utilizzata. Bush attribuiva agli Stati Uniti una responsabilità globale e universalistica; Trump 2025 rivendica invece una politica più selettiva, fondata sulla priorità degli interessi nazionali e sulla concentrazione della potenza nelle aree considerate strategicamente decisive. La stessa letteratura recente ha sottolineato come il documento del 2025 rappresenti un passaggio verso una concezione più esplicita delle spheres of influence.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso: la NSS del 2025 promette di ridurre gli impegni globali americani, ma contemporaneamente riafferma una pretesa molto forte di primato regionale e di capacità di intervento. Non è quindi la rinuncia alla leadership americana, bensì una sua possibile riconfigurazione: dalla leadership globale dell'ordine liberale alla preminenza selettiva fondata sull'interesse nazionale. È soprattutto guardando all'America Latina che il significato della nuova strategia americana diventa concreto. Il “corollario Trump” alla Dottrina Monroe non sembra infatti tradursi soltanto in una diversa definizione delle priorità geopolitiche, ma in una più diretta volontà di riportare l'emisfero occidentale sotto una preminente influenza statunitense, utilizzando insieme strumenti diplomatici, economici e militari.
Dunque, per concludere, quali sono i rapporti tra la NSS del 2002 e quella del 2025? Sono così diverse tra loro o prevalgono i punti di continuità? Bush aveva utilizzato la superiorità americana per trasformare l'ordine internazionale attraverso una missione globale, fondata sulla guerra al terrorismo, sulla diffusione della democrazia e sulla preemption. Le conseguenze di tale approccio hanno generato la sconfitta in Iraq e Afghanistan, con conseguenze militari, politiche e economiche che hanno condotto, secondo alcuni, a un declino del potere dell’ “impero” americano.
Anche dinanzi a ciò Trump sembra invece muoversi verso una concezione più apertamente territoriale – abbandonando l’afflatto internazionalista – e basata su sfere di influenza: assicurarsi il controllo dello spazio geopolitico considerato vitale, impedire l'accesso dei concorrenti alle risorse e ai luoghi strategici e condizionare gli orientamenti politici dei governi dell'emisfero. In questo senso, più che di un semplice ritorno all'unilateralismo del 2002, si potrebbe parlare di una “riconquista” dell'emisfero occidentale: una parola che non appartiene al linguaggio ufficiale della NSS, ma che descrive efficacemente la combinazione di controllo territoriale, accesso alle risorse, pressione economica e intervento politico che caratterizza la seconda amministrazione Trump.