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Sui delusi da Chomsky

17 febbraio 2026

Chomsky intellettuale borghese: perché radicalismo di sinistra e marxismo non sono la stessa cosa

Noam_Chomsky.jpg Riceviamo e pubblichiamo il contributo dell'amico Oscar Monaco

Noam Chomsky è un intellettuale borghese.
Non è un giudizio morale. È un’analisi.

Eminente linguista, critico lucidissimo dell’imperialismo statunitense, autore di opere che hanno formato generazioni. Ho letto molti suoi libri, saggi, interviste. Proprio per questo la definizione va presa sul serio: Chomsky è un intellettuale borghese, cioè un mediatore simbolico interno alla classe dominante, nella sua versione più radicale, laica e progressista della borghesia nordamericana. Questo non lo rende inutile, né tantomeno “nemico”. Ma ne chiarisce il perimetro. Il suo è un radicalismo che agisce dentro l’ordine sociale, non contro di esso; che smaschera le ipocrisie dell’impero senza mettere in discussione le fondamenta materiali che lo sorreggono.

In questo quadro, la sua frequentazione, dichiarata e motivata come tentativo di “redenzione”, con Jeffrey Epstein non dovrebbe sorprendere. Non perché dica qualcosa sulle intenzioni di Chomsky, ma perché segna una linea di classe: la convinzione che il dialogo morale possa attraversare tutto, che la degenerazione individuale sia separabile dalle strutture che la producono e la proteggono.

Qui sta la differenza decisiva. Tra radicalismo di sinistra e marxismo. Il primo critica, denuncia, ammonisce. Il secondo analizza i rapporti materiali, i meccanismi di potere, le classi e non concede redenzioni simboliche a chi incarna, fino in fondo, l’impunità sistemica. Non perché “cattivo”, ma perché strutturale.

Chomsky resta una voce fondamentale. Ma confonderla con una prospettiva marxista significa non vedere ciò che la rende possibile e, allo stesso tempo, ciò che inevitabilmente la limita.