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Disarma Il Coraggio della Pace: ostracizzati Sachs e Canfora

26 settembre 2026

Lettera aperta al comitato organizzatore su un caso studio di ostracismo delle idee

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di David Colantoni

«Caro P., hai letto “La Teoria della Classe Armata” di David Colantoni (Ed. Macro, 2026)? È molto calzante con gli intenti pacifisti dell’iniziativa di cui mi scrivi. Colantoni sarebbe (molto meglio di me anche per le sue competenze) l’uomo da coinvolgere, da remoto (vive a Mosca da qualche anno). Un caro saluto, Luciano Canfora» — Luciano Canfora, insigne storico, filologo e Professore Emerito di Filologia Greca e Latina presso l'Università degli Studi di Bari (in risposta all’invito del comitato di Disarma)
«Questo è un libro di importanza vitale, capace di aiutarci a salvarci. Colantoni ci ha fornito intuizioni cruciali sulla degradazione e sull’estrema militarizzazione della società occidentale, divenuta ormai una macchina da guerra fuori controllo. La sfida che ci attende è sfruttare la sua analisi magistrale per riprendere il controllo delle nostre società e ristabilire la pace prima che sia troppo tardi.» — Dalla prefazione a Teoria della Classe Armata. L’età del potere militare di Jeffrey D. Sachs, economista e professore alla Columbia University
«Colantoni è uno studioso poliedrico, il cui sguardo spazia dalla semiologia alla storia classica, dalla sociologia all'economia. La sua Teoria della Classe Armata rischia davvero di diventare un caso filosofico internazionale di grande rilievo (…) sono convinto che David stia facendo compiere un passo in avanti davvero significativo alla ricerca» — Ugo Mattei, Torino, 15 maggio 2026, professore ordinario di Diritto Civile presso l'Università di Torino, già docente di Diritto Internazionale e Comparato alla University of California, Hastings College of the Law.
«Leggete questo libro. Discutetene. Combattetelo, se necessario. Ma non ignoratelo. Perché l'età del potere militare non sta arrivando. È già qui.» — Oliver Stone, New York, gennaio 2026

All’onorevole Piero Grassi, presidente della associazione Il Coraggio della Pace.

Ai pregiati membri del Comitato direttivo di Disarma – Il Coraggio Della Pace, soprattutto ai titolari delle decisioni programmatiche e alle pregiatissime figure che dovrebbero essere di garanzia; fra di esse senza meno il prof. Pino Arlacchi e il prof. Piero Bevilacqua.

Ma soprattutto, dato che si parla di guerra che avanza e di cosa è necessario fare per fermarla prima che sia troppo tardi, cosa che motiva la scrittura di questa stessa lettera, poiché, come altrove detto da Luciano Canfora, la pace non è un auspicio sentimentale, ma la misura stessa e il banco di prova della libertà e del potere di autodeterminazione dei popoli, la presente viene trasmessa per opportuna conoscenza all’opinione pubblica italiana e internazionale.

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La notizia della ostracizzazione da parte di Disarma – Il coraggio della pace alla sintetica esposizione di Teoria della Classe Armata nel convegno “Oltre le guerre – Il futuro nelle nostre mani”, proposta dal professor Luciano Canfora tramite la mail qui pubblicata in esergo, non mi è pervenuta per via ufficiale, ma attraverso la pubblicazione online del manifesto definitivo. È arrivata a un mese dalla lettera del 22 agosto che vi ho inviato dopo il vostro primo “vediamo” alla proposta di Canfora, alla quale è seguito soltanto il silenzio amministrativo. Tale ostracismo per estensione colpisce sia Canfora che Sachs che della Teoria ne sono i prestigiosi prefatori nonché i garanti accademici. Donde il titolo provocatorio di questa missiva.

Poche ore prima della pubblicazione online, un prestigioso collaboratore alla organizzazione di questa particolare edizione, da me interpellato sul lungo silenzio mi aveva scritto via WhatsApp:

«David l’organizzazione di questo evento è stata fatta da maggio scorso e sono state selezionate delle sessioni tematiche e poi degli altri momenti più collettivi (la libertà stampa e assemblea finale). Il problema tuo che è stato discusso è che non rientravi in nessuna delle due categorie. Dunque non ti si poteva mettere nelle sessioni né nei due panel di discussioni dedicati ad altro. Il problema dunque è che non c’era uno spazio adatto per una presentazione singola anche perché, essendo stato organizzato da N>>1 persone, se fai un’eccezione per tizio lo devi fare anche per caio e non si converge. Penso che il tuo libro sia valido ma che questa non fosse l’occasione per parlarne.»

Questo frammento apocrifo di dottrina organizzativa — a partire dalla incredibile confusione etico-logica tra la necessità di un apporto teorico strutturale (che ha di mira una crisi potenzialmente distruttiva della civiltà di matrice illuminista, nonché di milioni di vite umane, con la sua diagnosi di collasso sistemico dovuto all'ascesa di un predatore armato, la Classe Armata) e la semplice presentazione promozionale di un libro ("parlare della tua opera") — disvela la patologia di un intero sistema politico-culturale: un cortocircuito in cui la forma burocratica soffoca la verità concettuale, e la logica dell’apparato si erge a supremo giudice del pensiero.

Partiamo dal fatto che il manifesto di Disarma ha un titolo e una missione, di cui Disarma volente o nolente ne risponde pubblicamente. Questa edizione si chiama Oltre le guerre. Il futuro nelle nostre mani. Si tiene all’Unione Operaia di Colonnata, a Sesto Fiorentino dal primo al 4 ottobre. Annuncia come temi centrali l’urgenza di fermare i conflitti e i genocidi, il disarmo globale, la redistribuzione della ricchezza e la fine del sistema di guerra. Vi figurano un confronto in presenza tra Jeffrey Sachs e Giuseppe Conte; la seconda serata di #Sbavagliamoci, con l’istituzione del Legal Relief di Disarma a tutela di quanti vengono denunziati o querelati per le loro idee pacifiste; nonché panel che vedono la partecipazione di esponenti del mondo politico, culturale ed economico. Tutto ciò rende la formula "questa non era l’occasione" non già un semplice errore di calendario, bensì una palese contraddizione in atto. Di contraddizione in contraddizione, siamo giunti nel corso degli anni al disastro sistemico in cui stiamo sprofondando.

1. Il metodo: l’amministrazione del silenzio e l’opacità conformista

Il primo tratto sintomatico è la rimozione del confronto diretto. Di fronte a una proposta fondata sull’autorevolezza di alcuni grandi esponenti del pensiero critico contemporaneo — paradossalmente ospiti di punta dello stesso comitato — si è preferita la sordina dell’apparato. Come già accennato (repetita iuvant), ho dovuto apprendere la mia ostracizzazione dallo spazio pubblico dell’evento attraverso il fatto compiuto di un manifesto, subendo le ragioni di una delibera a porte chiuse filtrata per vie non ufficiali.

Una simile prassi rivela la distanza abissale tra la retorica emancipatoria sbandierata nel titolo della kermesse — la parola coraggio, e ora anche l’imperativo oltre le guerre — e l’effettivo esercizio di una chiusura di stampo corporativo. Si allestisce un evento di 4 giorni per “sbavagliarci”, mentre si somministra il silenzio a chi avrebbe potuto trattare l’argomento strutturale della guerra. Si costituisce un soccorso legale per le idee osteggiate e si ostracizza l’analisi che quelle idee renderebbero pensabili fino in fondo. Se sopportabile è il danno verso la voce tacitata, l’attentato verso le orecchie a cui a loro insaputa è stata sequestrata è inammissibile.

2. La reificazione burocratica e la decostruzione dell’alibi procedurale

Il comitato ha ragionato così: a maggio è stata fissata una tassonomia; tu non rientri in nessuna casella; un’eccezione per te obbligherebbe un’eccezione per tutti; dunque non si può. Quella catena ha l’aria della ragionevolezza organizzativa.

Anche sforzandosi di prendere in buona fede tali argomenti, si rilevano gravi malintesi rispetto alla teoria in questione e alla natura dell’evento.

Primo: scambiare la programmazione per l’oggetto. Un’opera che teorizza e dimostra una neo Classe Armata la quale soddisfa automaticamente i propri bisogni per il tramite di guerre infinite — validata congiuntamente da Canfora, Sachs e Stone, e riconosciuta da Ugo Mattei quale "potenziale caso filosofico internazionale" — non è affatto "fuori categoria" rispetto a un convegno intitolato Oltre le guerre che dichiara la propria aspirazione alla fine del sistema bellico. Al contrario, essa mostra la massima pertinenza rispetto al nucleo tematico dichiarato. Sostenere che non rientrasse in alcuna categoria costituisce un errore di classificazione: la pertinenza si giudica dai criteri dell’oggetto, non da quelli della messa in scena. La forma decide ciò che è consentito enunciare intorno alla guerra.

Sottolineiamo ora un punto cruciale: nessun programma politico che ambisca a elevarsi al di sopra della mera enunciazione di slogan può limitarsi a invocare il disarmo quale pia intenzione. Un autentico progetto di pace deve preliminarmente dimostrare la consapevolezza delle forze strutturali che a quel disarmo si opporrebbero ferocemente, indicando con precisione come contrastarle e vincerle. La Teoria della Classe Armata, come indicato da cattedratici di chiara fama, costituisce oggi una delle diagnosi più avanzate per qualsiasi decisore politico che intenda incidere sul reale in questo senso, giacché individua un punto critico, finora non noto, nel sistema dei rapporti di potere nella società contemporanea, vale a dire lo spostamento compiuto del potere decisionale geopolitico dai civili ai militari che nel frattempo sono divenuti una classe, seppur ancora solo in se, indicando che, seppur necessaria, non è più sufficiente una mera differenza di scelta di classe politica. È per questa ragione che Jeffrey Sachs ha concluso la sua lunga prefazione al libro con le parole riportate in epigrafe, laddove Francesco Sylos Labini, pur essendo scienziato e dunque uomo di logica, nella risposta fornita ha finito per privilegiare l'impostazione formale rispetto al merito analitico. Avere espulso siffatta analisi rischia di ridurre l’ambizione alla pace a mera coreografia.

Secondo: trattare alla stregua di un’eccezione ciò che rappresentava una mera sostituzione. Canfora non ha avanzato la pretesa di inaugurare uno spazio inedito; egli si è limitato a cedere minuti già assegnatigli. La non ragione addotta del “una eccezione per te / una eccezione per tutti” reggerebbe — al di là della rigorosa pertinenza della Teoria in esame, la quale già di per sé lo demolisce — qualora venisse aggiunto un relatore fuori scaletta a scapito della “convergenza”. Nel nostro caso, la convergenza era già stata stabilita: venti minuti concessi a Canfora all’interno del panel "L’Italia nel mondo multipolare". Quei minuti — dei quali avevo ridotto l’essenziale del mio intervento a sette — svaniscono unicamente allorché il legittimo titolare ne dispone in favore di un’analisi radicale. Non si tratta di un problema organizzativo, bensì del rifiuto di un trasferimento di competenza all’interno di uno spazio già dato. L’errore risiede nel deliberato equivoco tra deroga e successione.

Varrà forse la pena di evidenziare preventivamente la fallacia di un’apparente possibile obiezione: ovvero che "L’Italia nel mondo multipolare", il panel ove Canfora era stato invitato, non avrebbe costituito il contenitore idoneo per La teoria della Classe Armata. In tal caso ci troveremmo di fronte a un falso problema epistemologico. Quel titolo non designa un genere — la cronaca della politica estera italiana — bensì un campo: quale soggetto determini la collocazione dell’Italia in un ordine di potenze.

La teoria in questione non domanda un’ospitalità laterale in quel campo; essa lo rende intelligibile. Essa afferma che in una nazione occidentale integrata nella NATO, e dunque in Italia, il capitale non governa più la geopolitica, bensì è il potere militare di una classe armata transnazionale — affermatasi con la professionalizzazione degli eserciti e oggi capace di orientare la spesa, le alleanze e la guerra — a dettare l’agenda. Senza tale soggetto, "L’Italia nel mondo multipolare" rimane una mera didascalia. Con quel soggetto, il panel cessa di essere una vetrina e torna a essere un’analisi. E senza quel soggetto, anche il titolo generale della kermesse — Oltre le guerre — si riduce a uno slogan: si auspica di uscire dalle guerre senza essere consapevoli della neo classe che della guerra vive.

Inoltre nel primo capitolo del mio libro, che a maggio 2026 consegnai brevi manu in omaggio a Francesco Sylos Labini e a Pino Arlacchi a Roma, entrambi collaboratori nella organizzazione di questa edizione di Disarma, un passaggio recita che:

«Come ebbe a scrivere Lasswell teorizzando il concetto di Stato Caserma nel suo celebre saggio omonimo del 1941, anche la teoria della Classe Armata, oltre che una ricognizione fattuale dell’orizzonte sociologico presente, “rappresenta soprattutto un ‘costrutto evolutivo’ concernente il corso futuro della politica mondiale”».

La teoria avrebbe dunque trovato perfetta pertinenza anche nel panel «Oltre la guerra. Il futuro è nelle nostre mani?».

Terzo: invertire la gerarchia delle ragioni. Il comitato ha invitato Canfora in qualità di autorità. La medesima autorità, nel rispondere all’invito, ha indicato chi dovesse intervenire. Dopodiché, nel momento in cui il titolare dello spazio assegna i propri minuti a tale indicazione, l’autorità viene subordinata al calendario di maggio. Canfora viene utilizzato per lustro e disattivato in quanto giudizio. Un simile atteggiamento denota incoerenza: o Canfora costituisce una ragione sufficiente per figurare in quel panel, e allora la sua indicazione possiede un peso; oppure non lo è, e a quel punto non si comprende per quale ragione egli vi fosse stato inserito. L’autorità non può essere spesa alla stregua di un ornamento per poi essere respinta quale criterio di discernimento.

Il medesimo principio si è applicato — e qui la frattura si fa eclatante — a Jeffrey Sachs. Sachs non è un nome evocato da lontano: egli è presente a Colonnata, chiamato a sancire che il futuro è "nelle nostre mani" in un confronto con la figura politicamente più rilevante in Italia rispetto al fine dichiarato di Disarma. Ed è proprio colui che ha già sottoscritto, sul testo escluso, il giudizio che campeggia in epigrafe: un libro necessario a salvarci. Il prefatore viene ospitato mentre il testo viene espulso. Sachs è desiderato in quanto corpo prestigioso e non in quanto paradigma. L’autorità fa il suo ingresso nella kermesse; il giudizio che quell’autorità ha già espresso rimane confinato fuori dalla porta. Nell’ambito di un convegno intitolato Oltre le guerre, decretare che questa non fosse l’occasione per la Teoria della Classe Armata di cui i propri ospiti hanno già detto quanto abbiamo illustrato nelle epigrafi, non è un dissidio organizzativo: è la smentita clamorosa dei propri ospiti e della propria missione pubblica ma fatta all’oscuro della pubblica opinione e degli ospiti stessi.

3. Il paradosso epistemologico, la rarità globale del testo e la funzione di gatekeeper

In un’epoca di escalation nucleare alle porte, confinare la discussione sulla guerra dentro i confini proprietari di una scaletta blindata equivale a riprodurre la logica dei recinti feudali (enclosures). Ma la guerra e la sua prevenzione, come già detto citando Canfora, non sono un bene disponibile per il consumo di un comitato organizzatore: costituiscono l’urgenza pubblica per antonomasia. Trincerarsi dietro l’automatismo del regolamento di fronte a un aereo che precipita, per usare una metafora — tacitando qualcuno che urla di avere delle soluzioni, e farlo mentre si proclama che il futuro è «nelle nostre mani» — rivela la natura di un dispositivo che baratta la salvezza collettiva con la quiete della propria simmetria organizzativa.

Nel merito, urge ribadire il concetto: La Teoria della Classe Armata non rappresenta una pubblicazione occasionale o qualsiasi, bensì un’opera, frutto di uno studio decennale monumentale, la cui centralità risulta certificata da un evento pressoché unico nel panorama intellettuale contemporaneo: la validazione simultanea e congiunta di un medesimo volume da parte di autorità globali del calibro di Luciano Canfora, Jeffrey Sachs e Oliver Stone, cui si affianca il riconoscimento di Ugo Mattei quale "potenziale caso filosofico internazionale".

Liquidare un simile impianto con la formula «questa non era l’occasione per parlarne» — (e ci chiediamo quando se non ora) e farlo in un evento che annuncia di affrontare la guerra — svela la patologia reificante di una cultura ridotta a merce da esposizione. Si riduce l’architettura di una teoria a mero «libro», declassando un dispositivo concettuale di indagine strutturale a semplice oggetto edito. Si compie inoltre una neutralizzazione preventiva: si riconosce astrattamente il valore formale del testo ma se ne enuncia l’inadeguatezza contingente interdicendo alla pubblica opinione dell’evento, all’oscuro della cosa, l’agibilità politica della teoria che esso esprime.

A questo punto, l’attitudine del comitato pare assumere gli inconfondibili tratti definitivi del gatekeeper, terrorizzato all’idea che un’analisi strutturale indipendente possa incrinare la comfort zone della kermesse. Chi esercita il potere di decidere chi abbia diritto di parola in un momento di emergenza planetaria non sta esercitando una scelta organizzativa neutrale, bensì una violenza epistemologica attuata per il tramite della codificazione amministrativa della procedura.

Al netto degli acrobatismi burocratici e delle contraddizioni formali affiorate a pretesto di tale ostracismo, siamo tenuti a esercitare la teoria del sospetto (hermeneutics of suspicion — Paul Ricoeur 1965), ipotizzando che la molla profonda, magari anche inconscia, di questo apparato — non delle singole persone da esso interpellate — possa risiedere nella funzionalizzazione a logiche di posizionamento politico contingente: si pensi alla centralità conferita a Giuseppe Conte, attorno al quale ciascuno cerca di ritagliarsi il proprio spazio al sole.

Va affermato con chiarezza: non vi è qui alcuna intenzione di “buttare il bambino con l’acqua sporca”. Al contrario, si impone il riconoscimento che lo svolgimento di questa kermesse possiede nodi di cruciale e necessaria importanza. Il rafforzamento politico di Giuseppe Conte — il quale costituisce oggi l’unico riferimento politico attorno al quale un movimento pacifista possa concretamente condensarsi, avendo egli intelligentemente scelto di caratterizzarsi su questo asse unitariamente alla consistenza del suo partito — rappresenta un dato politico vitale, così come lo è la presenza di altissime figure quali Francesca Albanese e Moni Ovadia, l’alto profilo del confronto tra Sachs e Conte nonché tutti gli altri panel e ospiti di assoluta caratura, profondità e valore.

Resta però, come già accennato, il punto decisivo: se non si dice non soltanto che cosa si vuole fare, ma come si crede di poterlo fare, le promesse restano tradite a priori. È la differenza abissale che passa tra il desiderio o l'auspicio di volare — facoltà comune e dicibile da tutti gli uomini — e il saperlo fare, che resta invece cosa riservata soltanto a coloro che ne hanno appreso la scienza, nonché ne hanno prodotto i mezzi. Stiamo parlando della differenza abissale tra la retorica della promessa e la scienza della realizzazione. Ed è qui che privarsi di una teoria che afferma di saper indicare l’esatta ubicazione del problema sul circuito del potere sociale, condanna a priori a questo a priori.

Proprio in siffatto scenario, figure di respiro internazionale come Jeffrey Sachs volano giustamente alto, muovendosi con spirito limpido sul piano di un’analisi globale, rimanendo perfettamente estranee e inconsapevoli delle trame interne alle dinamiche delle organizzazioni che numerose le coinvolgono. La medesima magnanimità ha mosso Luciano Canfora il quale, pienamente fidando negli scopi dichiarati dell’iniziativa, ha proposto il sottoscritto quale proprio sostituto con lo spirito candido della grande maieutica socratica, rinunciando al proprio spazio pur di fare in modo che questa Teoria della Classe Armata — la cui pubblicazione egli stesso mi aveva sollecitato a intraprendere lo scorso anno — interferisse costruttivamente con quello che evidentemente presumeva essere un autentico laboratorio politico. Il suo dire in questo evento era che io dicessi, e per me un affidamento da compiere. Gli è stato impedito. Il laboratorio, pur di massimo valore, non si è compiuto fino in fondo come tale, e invece si è alla fine chiuso su sé stesso: infine lo stesso Canfora è assente dall’evento.

In mezzo a tutto ciò che abbiamo nondimeno sottolineato come positivo e rilevante, permane dunque, rubando un concetto all'ingegneria strutturale, un punto singolo di errore — una sorta di aporetica originaria interna alla struttura: l'ostracismo subito dalla Teoria della Classe Armata, e per estensione dei suoi illustri prefatori e garanti. La strenua resistenza a contemplarla nel discorso rappresentava evidentemente un’irriducibile criticità per il comitato, altrimenti inspiegabile. Ciò probabilmente a cagione del fatto che essa non si presenta come l’opinione di un singolo o come un mero prodotto intellettuale da esibire, bensì come un’analisi strutturale che, per sua natura, non può essere neutralizzata o ridotta al rango di contributo ancillare, giacché pretende lo spazio di una discussione pubblica e veritativa.

Come avevo già preventivato nel paragrafo 7.10 (Attendibile refrattarietà teorica bipartisan della pubblica opinione alla teoria della Classe Armata), ciò discende dal suo lacerare un orizzonte ermeneutico condiviso che funge da frontiera tra nemici. Da parte dei marxisti ortodossi, da un lato, per i quali la guerra costituisce sempre e solo un epifenomeno — uno strumento funzionale al capitale monopolistico per superare le crisi di realizzazione e la caduta tendenziale del saggio di profitto — l’ammissione dell’emersione di una Classe Armata e della sua egemonia decisionale geopolitica, tale da dominare il capitale borghese medesimo (ridotto a disarmato, frammentato e subalterno) fa saltare l’intero schema dogmatico otto-novecentesco. Dall’altro lato, per i sostenitori di ciò che nel testo definisco stratocapitalismo — quell'architettura in cui il capitale si accoppia indissolubilmente al keynesismo militare, una direzione che sta diventando quasi metafisica di Stato universale a Occidente —, la spesa per gli armamenti viene concepita quale “valvola di sfogo neutrale” (buon deficit spending per stimolare la domanda aggregata); di conseguenza, accettare che tale meccanismo si sia tramutato in un ciclo predatorio asimmetrico e parassitario guidato da un attore alieno che genera caos geopolitico per la propria riproduzione, la Classe Armata, costituisce un’eresia inaccettabile che distrugge l’illusione di poter “gestire” l’economia di guerra.

Dalla prospettiva della sociologia degli apparati, si comprende come una struttura organizzata orientata alla sintesi consensuale tenda a disinnescare ciò che eccede i suoi parametri di compatibilità funzionale. Di fronte a un’architettura concettuale che interroga il sistema alla sua radice, la preservazione della coerenza interna della kermesse — usando il termine kermesse alla luce di ciò che è occorso, s’intende — ha prevalso sull’imperativo conoscitivo, attivando quel riflesso aporeticamente autodistruttivo di falsa autoconservazione che ha tradotto la complessità analitica in una questione di mero sbarramento procedurale. È esattamente quella reificazione (Verdinglichung) da cui ammonivano sia Lukács nel '23 in Storia e coscienza di classe che poi Horkeimer nel '47 nel suo Eclissi della Ragione.

Osserviamo tuttavia come un simile timore quasi panico si riveli del tutto ingiustificato: l’evento suggerito da Canfora della esposizione sintetica della Teoria della Classe Armata non pretendeva certo di scuotere le fondamenta della kermesse, bensì avrebbe dovuto semplicemente conferire a questa teoria cittadinanza tra le altre voci, segnalandola all’attenzione di un’opinione pubblica — e soprattutto di potenziali decisori politici — perfettamente capace di accoglierla e di approfondirne autonomamente i termini, fornendo così strumenti vitali per tradurre in atto, come elemento differenziale dirimente, quelle promesse di disarmo e di pace altrimenti producibili da chiunque abbia voglia di promettere a costo zero qualsiasi cosa.

Dunque il prefatore viene ospitato mentre il testo viene espulso; la sua firma viene mantenuta sul programma mentre il suo paradigma operativo viene disattivato. In tale contesto, dispiace l’assenza, in merito alla vicenda de La teoria della Classe Armata, di quella radicale magnanimità in alcune personalità di fama mondiale coinvolte nell'iniziativa — la quale per contro ha invece connotato Canfora, Stone e Sachs, nonché Mattei, che l’hanno sostenuta con immensa generosità ma soprattutto profonda responsabilità politico-ermeneutica.

Tutto ciò, trattandosi della disvelazione di processi cruciali in momenti d’emergenza — alla stregua di una verifica sull’efficienza delle uscite di sicurezza e degli impianti antincendio nel grande edificio sociale — non può in alcun modo rimanere confinato nel perimetro del silenzio organizzativo. Questa vicenda, in quanto nitida radiografia del malfunzionamento delle dinamiche d’apparato dei corpi intermedi e degli attori di varia rilevanza sociale, costituisce per l’eclatante ampiezza della contraddizione in essere un vero e proprio caso studio, e deve necessariamente essere sottoposta al rigore della divulgazione pubblica. Non si tratta di una vertenza personale, bensì dell’adempimento di un ineludibile dovere di allertare il corpo sociale: documentare come gli attori sociali intermedi, all’insaputa del corpo sociale, anziché favorire l’accesso delle idee critiche al discorso pubblico, persino in momenti di assoluta emergenza storica, finiscano sovente per esercitare un potere d’interdizione e di filtraggio, che non può che essere funzionale alle logiche del potere, privandoci di strumenti di uscita da crisi potenzialmente fatali senza che nessuno ne sappia nulla.

La diagnosi di questo fallimento etico e teorico, declinato in qualcosa che, nei confronti del grave e episodio di ostracismo della Teoria della Classe Armata, assomiglia molto a infantilismo politico, praticante autolesionistici ostracismi senza alcun senso, verrà nondimeno consegnata attraverso questa lettera pubblica senza sconti al giudizio critico dell’opinione pubblica e, qualora vi sia un domani, alla storia.

Ritengo fermamente necessario affermare con ciò che la verità di un’analisi strutturale non possa essere misurata sulla base della sua conformità ai calendari amministrativi, bensì solo e unicamente sulla sua implacabile aderenza alla realtà del mondo.

Un cordiale saluto,

David Colantoni

P.S. Ringrazio Capibara per aver accolto e pubblicato questa lettera aperta, della cui intera stesura mi assumo la totale responsabilità, sollevandone formalmente la redazione da ogni onere.