Donald Trash
Il leader onnipresente che abita il flusso social al punto da non distinguere tra dichiarazione politica e contenuto virale
di Oscar Monaco
Trump è un flusso, un social network incarnato: non comunica per chiarire, comunica per saturare. Non costruisce una linea, produce una sequenza continua di affermazioni che si sovrappongono, si contraddicono, si annullano e si rilanciano.
Dice di aver vinto, poi minaccia escalation, poi dice che forse non bisognava nemmeno intervenire, poi chiede agli alleati di partecipare, poi sostiene che non servono. Non è incoerenza, è il funzionamento del dispositivo.
Nel giro di ore può dichiarare che un nemico è stato “distrutto” e subito dopo porre nuove condizioni, nuovi ultimatum, nuovi obiettivi. La vittoria non è un fatto, è un post, il suo linguaggio non è strategico, è algoritmico.
Funziona come una timeline: stimolo, reazione, rilancio; affermazione, negazione, nuova affermazione. Non c’è contraddizione da risolvere, perché la contraddizione è il motore della visibilità: più il messaggio è instabile, più genera attenzione, più si impone come realtà percepita.
Trump non governa la comunicazione, la abita, è dentro la logica dei social fino al punto in cui non esiste più distinzione tra dichiarazione politica e contenuto virale. La verità perde completamente centralità, non serve più che ciò che viene detto sia coerente o verificabile, basta che occupi lo spazio, è adattamento.
In un mondo in cui la politica è sempre più mediata da piattaforme, velocità e attenzione frammentata, il leader non deve essere coerente, deve essere onnipresente.
Non deve convincere, deve occupare, perché non si tratta più di avere ragione, si tratta di restare al centro del flusso.