Dove va l'Italia?
Studente di Scienze Politiche. Anticapitalismo come stile di vita
Dallo Statalismo Autoritario a quello Securitario: così il Governo Meloni mette a rischio la democrazia
Quello a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane segna, senza ombra di dubbio, un importante spartiacque negli sviluppi politici dell’Italia. Con le elezioni alle porte, nel 2027, il Governo Meloni sembra ormai sempre più logorato da anni di malgoverno e repressione, sebbene a combatterlo vi sia un’opposizione intrinsecamente debole e frammentata (oltre che nemmeno di classe).
Le recenti proteste (in primis al Sud dove parte del bacino elettorale della destra — la piccola borghesia agricola — è insorta contro lo stesso governo, ma anche a Milano, Torino e Bologna) costituiscono la dimostrazione materiale di quanto la situazione sia vicina al collasso, soprattutto se osserviamo la risposta del Governo Meloni. Quest’ultimo — dando prova della sua natura strutturalmente reazionaria — non solo non ha aperto un dialogo con le soggettività che si sono sollevate, ma si è limitato (in perfetta continuità col passato) alla mera repressione. Del resto, il fallimento delle politiche di questi ultimi anni è a dir poco evidente; a maggior ragione visto lo squilibrio generalizzato che sta attraversando la piccola borghesia (il cosiddetto “ceto medio”), principale bacino elettorale della destra. Non a caso, oltre un terzo dei componenti di questa fascia (piccoli commercianti, artigiani, lavoratori autonomi, ecc.) sta vivendo un netto impoverimento, dovuto in primis alla crescita esponenziale del costo della vita, che ha progressivamente eroso i suoi margini di profitto.
Si tratta, del resto, del prosieguo di una tendenza in corso da diverso tempo, ma che negli ultimi anni (anche per via di fattori non necessariamente correlati alle azioni del Governo Meloni) ha subito una notevole accelerazione. Non potendo più agire come cinghia di trasmissione del consenso per le classi dominanti, a questa fascia non resta dunque che ribellarsi; talvolta insieme a tutte quelle soggettività già in lotta - dagli italiani di “seconda generazione” fino a studenti, giovani lavoratori e attivisti. E poiché il Governo Meloni non possiede affatto le risorse necessarie per placare il conflitto sociale, è costretto a ricorrere all’impiego repressivo dei propri apparati di sicurezza. Lo abbiamo visto in particolare nelle ultime settimane in città come Roma, Torino, Milano e Napoli, dove la repressione della Polizia ha dato vita a scene che in paesi comunemente democratici non ci sogneremmo mai di vedere.
Dietro quest’enorme impiego della forza coercitiva, tuttavia, vi è un processo in corso di ristrutturazione autoritaria dello Stato. Affinché sia possibile inquadrarlo, è necessario compiere un importante ragionamento, capace di fornirci gli strumenti necessari alla comprensione di queste dinamiche complesse.
Lo Statalismo Autoritario: una tendenza strutturale ormai più che consolidata
Nell’opera Lo Stato, il potere, il socialismo (1978), Nicos Poulantzas descrive in modo accurato il concetto di Statalismo Autoritario (“Authoritarian Statism”), la principale tendenza dello Stato capitalista nel XXI Secolo. Per Poulantzas, esso fattualmente consiste ne «[...] l’accentuazione netta del controllo statale su tutti i settori della vita socio-economica, combinata con il declino radicale delle istituzioni della democrazia rappresentativa e con la drastica limitazione di quelle libertà cosiddette “formali”, la cui realtà si scopre solo quando esse sono state soppresse.».
A differenza del Fascismo, lo Statalismo Autoritario non si configura per nulla come uno Stato d’Eccezione, ma come la “forma-normale” che l’intelaiatura politica e giuridica dello Stato assume per blindare forzatamente l’accumulazione capitalistica. Secondo l’allievo del celeberrimo Louis Althusser, le democrazie capitaliste (o liberali) dell’Occidente, a partire dalla fine degli Anni Settanta, hanno cominciato a sperimentare una metamorfosi strutturale — in senso regressivo e verticistico a favore dell’Apparato Esecutivo — delle proprie istituzioni, con una conseguente restrizione delle libertà politiche e civili.
Per Poulantzas, quindi, lo Statalismo Autoritario non è affatto una scelta di governo dettata da una determinata forza politica (come invece si potrebbe immaginare). Al contrario, si tratta di una tendenza organica e strutturale dettata dal cosiddetto tardo-capitalismo (lo stadio di capitalismo più avanzato), dovuto all’intreccio di tre fattori socio-economici. In primo luogo, la netta incapacità del mercato di autoregolarsi diviene fattore di crisi per il grande capitale finanziario e monopolistico; costringendo lo Stato a intervenire per riorganizzare le classi dominanti. Affinché ciò avvenga, esso deve abbandonare la posizione illusoria di “arbitro neutrale” e agire direttamente per sostenere i profitti aziendali. Eppure, è proprio la stessa internazionalizzazione del grande capitale — assolutamente tipica del moderno globalismo — a causare la progressiva perdita di potere da parte dello Stato capitalista. Non a caso, la nascita e il consolidamento di istituzioni ben superiori alla singola entità intra-statale (pensiamo alla Banca Centrale Europea o al Fondo Monetario Internazionale) obbliga lo Stato a cedere una buona parte dei propri poteri tradizionali. Quest’ultimo, infatti, vede imposti “vincoli esterni” spesso molto complessi, come per esempio la stabilità monetaria o il pareggio di bilancio (nel caso dell’Unione Europea). Di conseguenza, con la perdita parziale della propria sovranità (in primis economica), gli organi terzi agiscono come moltiplicatori delle tensioni sociali. Lo Stato, ormai privo della possibilità di fare ampie concessioni alle classi lavoratrici, è obbligato a rispettare le imposizioni dei parametri sovranazionali. Ciò, nella maggior parte dei casi, significa realizzare politiche impopolari e a danno delle stesse soggettività subalterne, nei periodi di crisi ma non solo. Pensiamo, nelle situazioni di forte emergenza economica (es. la Grecia), alla cosiddetta austerità, consistente in una profonda precarizzazione del lavoro, riduzione dei salari, ampi tagli alla spesa pubblica e privatizzazione dei servizi. Ciononostante, questa prassi ha finito per diventare la regola in particolare negli ultimi anni, e non è affatto un caso che si siano ampiamente realizzate due tendenze. La prima è che lo Stato subisce una “nazionalizzazione” delle direttive internazionali (divenendo quello che in seguito i teorici chiameranno Stato nazionale da competizione) ed è quasi totalmente privo diautonomia decisionale sulla propria politica socio-economica. Esso, quindi, diviene una cinghia di trasmissione tra i grandi mercati finanziari globali e il territorio nazionale, un esecutore materiale di decisioni esterne spesso negoziate da tecnici e burocrati ministeriali.
Allo stesso tempo, è per certi versi quasi inutile denotare (sebbene anche qui sia necessario non cadere in ragionamenti deterministici di rapporti causa-effetto) come la progressiva erosione della sovranità statale sia una cagione dell’esplosione della rabbia delle classi lavoratrici e non. Venendo meno il vecchio welfare state novecentesco, in pratica smantellato, la qualità di vita delle classi popolari e della piccola borghesia finisce per crollare. E poiché i cittadini non trovano più risposte nei canali tradizionali di partiti e sindacati (ulteriore questione su cui torneremo a breve), la frustrazione sociale si riversa in forme di dissenso radicale. Tuttavia, poiché lo Stato non è più libero di usare la vecchia via del compromesso economico per placare le masse è obbligato a usare la via “dura”; la quale prevede, inevitabilmente, un potenziamento degli Apparati Repressivi di Stato. Quest’ultimo, del resto, non può più fingersi un primus inter pares (o super partes) nella gestione delle relazioni tra le classi sociali: nel momento in cui si verifica una crisi di qualunque tipo (economica o sociale), la responsabilità ricade immediatamente e interamente sullo Stato stesso. Si assiste, dunque, a un paradossale processo di interiorizzazione delle contraddizioni nella società, che si riflettono ancor più negli apparati statali.
Come si realizza, concretamente, lo Statalismo Autoritario? Anche in questo caso, Poulantzas sembra aver compiuto una vera e propria profezia esatta di quanto tutt’oggi accade e sta continuando ad accadere. Innanzitutto, stiamo osservando (ancora una volta, a prescindere dal colore politico) una verticalizzazione del potere impressionante, che riflette come la legge generale abbia ormai perso il proprio primato: il parlamento si ritrova svuotato delle proprie funzioni e, anzi, agisce più in quanto organo di ratifica (se non un rallentatore burocratico) che come luogo di discussione. Per farla breve, il parlamento e le assemblee rappresentative vengono sistematicamente scavalcate da quello che è un modus operandi diretto ed eccezionale, fatto di decreti-legge, provvedimenti straordinari e ordinanze amministrative.
Troppo spesso si assiste a governi che agiscono secondo modalità arbitrarie e antidemocratiche, ma in maniera perfettamente lineare rispetto a quello che è il fine dello Stato del tardo-capitalismo: emanare leggi o decreti che, comunemente, troverebbero una forte opposizione popolare (o non). Di conseguenza, mentre i corpi intermedi (come i partiti di massa) evaporano e faticano a organizzare il consenso, il baricentro dello Stato si sposta verso i suoi apparati burocratici, tecnici e repressivi (es. ministeri chiave come Interno e Difesa, l’intelligence, le tecnocrazie ministeriali, ecc.). Alla luce di questo, essi assumono un’autonomia sempre più marcata; tanto da agire come veri e propri gruppi di pressione interni allo Stato, tali da riuscire a influenzare le politiche del Governo. Per esempio, chi decide l’introduzione di sistemi di tracciamento biometrico o l’acquisto di software predittivi come quelli di Palantir Technologies? Spesso sono proprio le stesse burocrazie ministeriali o i vertici delle forze di sicurezza (Polizia, Esercito, ecc.) attraverso contratti secretati o procedure d’appalto d’urgenza, de facto bypassando i controlli democratici. Insomma, gli apparati burocratici, in tal senso, cessano di essere un semplice “esecutore” neutrale delle direttive e divengono un blocco compatto che difende lo status quo capitalistico.
Cosa succede, invece, alle cosiddette forze di sicurezza? Queste ultime, al pari dell’alta burocrazia, si integrano direttamente nei processi decisionali del potere esecutivo: alti funzionari di polizia, prefetti e generali dell’esercito partecipano attivamente alla stesura delle leggi (come i Decreti Sicurezza) e alla pianificazione delle infrastrutture di controllo, al tempo stesso divenendo gli interlocutori principali del grande capitale della sorveglianza (Palantir, Leonardo, ecc.), come già detto, in modo quasi autonomo rispetto al Governo. Inoltre, la distinzione classica tra Esercito (rivolto alle minacce esterne) e Polizia (rivolto alle minacce interne) sfuma definitivamente. L’Esercito viene stabilmente impiegato nelle città con funzioni di ordine pubblico (pensiamo all’Operazione Strade Sicure), mentre la Polizia (soprattutto nella gestione del dissenso di piazza o nel controllo delle periferie) adotta logiche militaristiche. Lo stesso dissenso politico e sociale viene trattato alla stregua di una “minaccia alla sicurezza nazionale”, a prescindere da quanto esso possa effettivamente costituire una minaccia per l’ordine pubblico dello Stato capitalista.
Come si sviluppa, invece, il rapporto tra lo Stato e il grande capitale monopolistico? Una delle ulteriori tendenze dello Statalismo Autoritario consiste nella penetrazione del capitale all’interno dello Stato, finché questi non si fondono in un unico blocco di potere. Il grande capitale, infatti, specialmente nei settori a tecnologia avanzata, militare e infrastrutturale, necessita del sostegno totale dello Stato per sopravvivere. Quest’ultimo, dunque, finanzia grandi opere come la transizione digitale o industriale (si pensi alla gestione dei fondi pubblici come il PNRR) direzionando fiumi di denaro verso i grandi cartelli monopolistici o verso le partecipate di Stato che operano sul mercato globale, generando profitti multimiliardari per i privati.
Oltremodo, la fusione tra Stato e grande capitale si presenta anche in chiave antropologica e politica. Vi è, non a caso, una costante osmosi tra i vertici ministeriali, i vertici delle forze di sicurezza e i consigli di amministrazione delle multinazionali, tanto che i dirigenti di questi ultimi arrivano a occupare posizioni nel Governo come consulenti, tecnici o ministri.
E in Italia?
La transizione italiana verso lo Statalismo Autoritario, innanzitutto, non comincia nel 2022 con la nomina del Governo Meloni - questione che approfondiremo in seguito. Al contrario, il processo di ristrutturazione autoritaria dello Stato si può dire sia iniziato oltre trent’anni fa, quando si è presentata la necessità di rispondere ad una crisi sistemica di profitto e consenso. In particolare, il biennio 1992-1993 costituisce il momento in cui lo Statalismo Autoritario individua la sua consacrazione, principalmente a causa della spinta di due fattori: la firma del Trattato di Maastricht (1992) e la liquidazione dei partiti di massa. Nel primo caso, lo Stato ha de facto ceduto parte della propria sovranità socio-economica all’Unione Europea (accettando i vincoli di bilancio e monetari imposti dall’accordo). Di conseguenza, le scelte economiche strategiche (si pensi ai tagli alla spesa pubblica, alle privatizzazioni o allo smantellamento del welfare state) sono state progressivamente sottratte al controllo democratico-parlamentare, in quanto imposte direttamente dall’Unione Europea.
Nello stesso periodo, l’inchiesta Mani Pulite (o Tangentopoli) finisce per distruggere i partiti storici (DC e PSI soprattutto) che, pur nel loro ruolo di garanti dell’ordine capitalistico, fungevano da mediatori per le istanze delle classi lavoratrici. Al loro posto nascono partiti personali (come Forza Italia o la Lega Nord) prettamente elettoralistici, incapaci di organizzare stabilmente il consenso delle masse come nella Prima Repubblica. Lo Stato, dunque, comincia a relazionarsi con esse non più attraverso i corpi intermedi (che entrano in crisi), ma tramite la coercizione normativa e la tecnocrazia economica.
Negli anni successivi, la transizione allo Statalismo Autoritario si consolida molto rapidamente; sia attraverso governi tecnici (Amato, Ciampi e Dini) che politici (Berlusconi e Prodi). In questa fase, si concretizza la fusione tra lo Stato e il grande capitale monopolistico: le grandi partecipate di stato (ENI, IRI, Telecom, autostrade, ecc.) vengono vendute (totalmente o meno a seconda dei casi) ai grandi monopoli privati, riducendo lo Stato a mero garante dei profitti del grande capitale sulle spalle delle classi lavoratrici. Inoltre, con gli accordi di Palazzo Chigi del 1993 (Governo Ciampi), i sindacati confederali (CGIL, CISL e UIL) vengono completamente integrati nella struttura statale (Concertazione), divenendo cinghie di trasmissione delle politiche neoliberiste.
Per blindare queste politiche fortemente impopolari, l’architettura istituzionale dello Stato viene rapidamente modificata tramite riforme strutturali, sancendo la trasformazione del parlamento a semplice organo di ratifica. La decretazione d’urgenza (i decreti-legge) non è più uno strumento eccezionale, ma diventa la forma ordinaria di legislazione. Peraltro, a partire dall’introduzione del Mattarellum (1993), il Governo ottiene una concentrazione di potere inedita per la storia repubblicana, riducendo lo spazio per le minoranze politiche.
Negli anni successivi, lo Statalismo Autoritario assume tratti ben visibili, dovuti in primis alle resistenze generate dalle politiche neoliberiste a vantaggio del grande capitale monopolistico. Lo Stato, infatti, reagisce al dissenso di massa tramite la forza bruta extragiudiziale, dando prova di ciò in primis durante il G8 di Genova nel 2001: le torture della Scuola Diaz, le torture della Caserma Bolzaneto e le cariche violente della Polizia non sono stati affatto “incidenti” o “danni collaterali”, ma un esperimento di sospensione delle garanzie costituzionali per difendere il capitale. Insomma, per dirla come la direbbe Poulantzas, l’Apparato Repressivo di Stato si è “autonomizzato” dalla legge.
Tempo dopo, con l’esplosione della crisi dei mutui subprime (2008), lo Stato si ritrova a gestire l’aumento della povertà attraverso la repressione. Pensiamo, per esempio, ai Pacchetti Sicurezza del Ministro dell’Interno Maroni (2008-2009), che hanno introdotto il reato di clandestinità e l’uso dei sindaci come sceriffi, oppure il Decreto Minniti-Orlando (2017) che ha sancito l’entrata in vigore del “Daspo Urbano”, di fatto rendendo il disagio sociale un problema di ordine pubblico. In questi anni, inoltre, il parlamento continua a venire progressivamente svuotato delle proprie funzioni. L’impiego sistematico di decreti-legge, infatti, ha ridotto le aule parlamentari a uffici di ratifica di decisioni già prese dal potere esecutivo. Sotto la guida del centrodestra berlusconiano, addirittura, l’abuso della decretazione d’urgenza ha toccato la vetta storica di 80 decreti-legge emanati in soli 42 mesi (Governo Berlusconi IV) per imporre riforme fiscali polarizzanti o blindare gli interessi del grande capitale. Al tempo stesso, l’ipertrofia dell’esecutivo ha trovato una certa continuità anche nei governi di centrosinistra. Se il centrodestra ha infatti abusato dei decreti-legge per imporre accelerazioni securitarie, i governi progressisti (da Prodi a D’Alema, fino a Renzi e Gentiloni) ne hanno fatto totale impiego per istituzionalizzare il vincolo esterno — e dunque le politiche impopolari dell’austerità — prima ancora che il dissenso sociale potesse effettivamente organizzarsi.
Il culmine del declino parlamentare — coincidente con l’apice della fusione tra Stato e grande capitale monopolistico — viene raggiunto nel 2011 con la nomina del Governo Monti (di fatto imposto dalla Banca Centrale Europea), il quale ha emanato la tanto discussa riforma delle pensioni (Riforma Fornero) e l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione. In sostanza, il parlamento, sotto il ricatto dei mercati, si è ritrovato a ratificare leggi scritte dalle oligarchie finanziarie europee, con un processo identico ripetuto con il Governo Draghi (2021) per la gestione dei fondi PNRR.
Tra il 2020 e il 2022, inoltre, lo scoppio della Pandemia di Covid-19 ha offerto allo Stato la possibilità di abituare le classi subalterne a forme capillari di controllo biopolitico. In tale occasione, i governi Conte II e Draghi, attraverso i DPCM emanati direttamente dall’esecutivo, hanno di fatto limitato le libertà fondamentali (sebbene per via dell’emergenza sanitaria). Si è trattato, per certi versi, della forma più matura mai raggiunta dallo Statalismo Autoritario, prima del 2022.
La fase terminale dello Statalismo Autoritario: il Governo Meloni
L’entrata in carica del Governo Meloni nel 2022 ha sancito l’avvio di una nuova stagione socio-politica per il paese. Il peggioramento della salute democratica italiana, infatti, coincide con l’inizio di quella che possiamo definire la fase terminale dello Statalismo Autoritario; ossia il momento di massima intensità della ristrutturazione autoritaria dello Stato. La destra (FdI, Lega e FI) , in tal senso, ha agito come forza catalizzatrice, radicalizzando le strumentazioni autoritarie dello Stato fino a mettere a rischio ciò che ne rimane dei meccanismi democratici classici. Ci troviamo davanti, insomma, al bivio di una svolta autoritaria, dopo che negli ultimi anni abbiamo assistito ad una progressiva erosione della nostra democrazia capitalista.
A tal proposito, le elezioni politiche del 2027 saranno cruciali nel determinare due possibili scenari: l’inizio della trasformazione dello Statalismo Autoritario o il temporaneo (e rocambolesco) mantenimento dello status quo. La crisi sistemica del capitale, infatti, ha raggiunto livelli ormai quasi del tutto incompatibili con la normale consuetudine democratica; rendendo la ristrutturazione autoritaria dello Stato una necessità più che una scelta politica. Ciò significa, nei fatti, la definitiva consacrazione di un nuovo modello di relazione sociale tra classi e frazioni di classe, a cui possiamo fornire il nome di Statalismo Securitario.
Nel corso del Governo Meloni, abbiamo potuto distinguere tre elementi fondamentali nel corso di questa nuova ed ennesima ristrutturazione dello Stato. In primo luogo, se i governi precedenti (da Berlusconi a Renzi e così via) avevano creato i presupposti per colpire l’esclusione sociale, l’attuale esecutivo ha cominciato un’opera di criminalizzazione della resistenza materiale e organizzazione delle classi subalterne. Con legiferazioni come il DL Sicurezza del 2025, lo Stato non solo non si limita più “solo” a ripulire le strade per una “questione di decoro”, ma giunge a punire come reati penali i blocchi stradali, i picchetti operai e la resistenza passiva nelle carceri e nei CPR. Si può dire, in sostanza che si tratta di una codificazione legiferativa del conflitto di classe per mano dello Stato a vantaggio delle classi dominanti: pur di proteggere il ciclo di profitti di queste ultime, il dissenso politico-sociale delle classi lavoratrici viene progressivamente messo fuorilegge; anche a discapito della stessa democrazia capitalista.
Cosa significa, questo, nel concreto? Che lo Stato non è più capace di rispondere alle crisi sociali (giovanili, abitative, lavorative, ecc.) attraverso i meccanismi tradizionali di mediazione (es. il welfare state), ed è costretto a ricorrere sempre più spesso a un’ipertrofia legislativa declinata in chiave penale. Lo scopo, dunque, è quello di neutralizzare preventivamente la possibilità stessa della protesta sociale prima ancora che quest’ultima possa minacciare l’ordine costituito. Inutile dire che, sebbene questo modello possa garantire inizialmente risultati ottimali per il congelamento autoritario dello status quo, non fa che aprire una lunga serie di contraddizioni insanabili sul lungo termine. Lo Stato, infatti, svuotato dei propri corpi intermedi, si ritrova sempre più esposto nel ruolo di agente relativo delle classi dominanti. In altre parole, man mano che i meccanismi di cattura del consenso delle masse vengono meno, lo Stato finisce per svelare sempre più la sua natura. Tutto questo, d’altronde, è favorito dal processo di autonomizzazione degli apparati di sicurezza, i quali, agendo secondo logiche interne di autoconservazione ed efficienza poliziesca, si sganciano in maniera progressiva dal controllo parlamentare e costituzionale. Questa divaricazione trova particolare riscontro nella costellazione di provvedimenti inaugurati dal Governo Meloni, in primis nello stesso dispositivo normativo dei Pacchetti Sicurezza. Con questi ultimi, la militarizzazione del conflitto sociale ha raggiunto un nuovo livello: non potendo normare ogni singola forma di dissenso, il potere politico si è limitato a emanare direttive estremamente vaghe e sfumate (es. “il pericolo di disordine” o “la resistenza passiva). Ciò vuol dire, nella fattispecie, delegare alla Polizia (o comunque agli apparati di sicurezza) la decisione su chi sia il nemico e quando intervenire, fornendole di fatto libertà enormi sulla gestione della protesta. Inoltre, l’introduzione di tutele legali rafforzative per gli agenti in servizio (es. lo “Scudo Penale”) — nonché la resistenza politica sul creare contrappesi (come i codici identificativi sulle divise e sui caschi) — rischia di rendere questi corpi parzialmente immuni dinanzi alla legge, in quanto “garantì” in ultima istanza dell’ordine politico, sociale ed economico.
Un ulteriore fattore da tenere in considerazione è che gran parte di queste normative è stata realizzata attraverso la decretazione d’urgenza o maxi-emendamenti governativi, il tutto a discapito del dibattito pubblico democratico. Il meccanismo di legittimazione è semplice: si produce un nemico interno o esterno (migranti, comunisti, ecc.) e in questo modo si normalizzano misure eccezionali per limitare le libertà politiche e civili. Insomma, con la sicurezza che diviene un surrogato del welfare, l’apparato burocratico-repressivo acquisisce una certa preminenza politica e diviene il principale interlocutore del potere esecutivo per la neutralizzazione del dissenso.
La minaccia incombente dello Statalismo Securitario
Alla luce di quanto visto, cosa rischiamo di vedere nei prossimi anni se la destra dovesse confermarsi nuovamente potenza politica egemone? In primo luogo, l’incapacità (e impossibilità) di risolvere la crisi socio-economica del paese non farà altro che generare ulteriore malcontento nelle classi subalterne; alzando il livello dello scontro sul piano del conflitto sociale. Questo significa, nel nostro caso ipotetico, non solo maggiore repressione, ma in primis il prosieguo della ristrutturazione in senso securitario degli apparati di sicurezza. Il salto di qualità — nella transizione allo Statalismo Securitario — consisterebbe nella militarizzazione formale e dottrinale della sicurezza interna, determinando il definitivo superamento del modello di ordine pubblico sancito dalla riforma della Polizia di Stato del 1981.
Se fino ad ora abbiamo assistito a un’ipertrofia del codice penale per colpire l’organizzazione del dissenso ex post ed ex ante, una nuova parentesi reazionaria muterebbe drasticamente la struttura dello Stato. Quest’ultimo, infatti, si configurerebbe per disciplinare biologicamente la società civile in chiave poliziesca ed escludente (pur mantenendo la facciata democratica). Nello specifico, la prassi istituzionale verrebbe contrassegnata dall’introduzione di norme da stato d’eccezione permanente. Pensiamo, ad esempio, alla militarizzazione operativa del territorio; processo già ampiamente avviato in questi anni e che subirebbe un’accelerazione in caso di estensione all’Esercito delle funzioni di pubblica sicurezza e polizia giudiziaria (proposta già inserita nell’ultimo DL Sicurezza, ma rifiutata dalla Presidenza della Repubblica). In tal caso, assisteremmo al definitivo superamento della separazione tra Esercito (difesa esterna) e Polizia (difesa interna), incrementando la funzione repressiva svolta da entrambi i corpi di sicurezza. A questo proposito, la gestione delle piazze verrebbe ulteriormente militarizzata dotando gli agenti di strumenti d’impatto cinetico e contenimento animale (es. proiettili di gomma e unità cinofile d’assalto); configurando quella che sarebbe una vera e propria dottrina bellica applicata al dissenso politico e sociale. Non dimentichiamo, peraltro, che questo processo si accompagnerebbe alla blindatura giuridica assoluta dell’operato poliziesco. In sostanza, non solo verrebbero respinte le forme di controllo civile e democratico delle forze dell’ordine, ma si giungerebbe a introdurre presunzioni assolute di legalità per i reati commessi durante il servizio. In sintesi, la Polizia diverrebbe in via ultima un corpo autonomo e superiore rispetto alla legge.
Eppure, lo slittamento verso lo Statalismo Securitario accelererebbe al tempo stesso il collasso della maschera democratica, svelando la natura repressiva dello Stato: le cariche poliziesche contro i movimenti studenteschi, unite alla contestuale promozione di scudi normativi volti a blindare la discrezionalità operativa delle forze dell’ordine, certificano la rinuncia alla mediazione a favore del puro esercizio della forza. Una simile architettura iper-punitiva potrebbe innescare una crisi da sovraccarico degli apparati di sicurezza; dinamica che, infine, trova la sua espressione più drammatica nell’attuale emergenza del sistema carcerario nazionale.
Lo Statalismo Securitario, insomma, ha il potenziale per ritrovarsi intrappolato in un vicolo cieco, nel quale l’efficienza poliziesca della decretazione d’urgenza si rovescia nel fattore principale della sua stessa vulnerabilità di lungo periodo: privandosi degli ammortizzatori sociali del welfare e della legittimazione dei corpi intermedi, lo Stato non può far altro che estendere indefinitamente il raggio della propria azione coercitiva, esponendosi alla reazione di una società civile che la violenza poliziesca può temporaneamente atomizzare, ma mai del tutto pacificare.