Due idee di sinistra: Nova e la sfida di Conte a Schlein
Fisico teorico e ricercatore mi occupo di dati e IA. Provo a mettere ordine nelle cose che mi stanno a cuore e a condividerle.
Costretti a essere radicali: Nova 2026 fissa i paletti del M5S per il governo e lancia la sfida al PD
Nova 2026 è il percorso partecipato con cui il Movimento 5 Stelle ha aperto alla sua base ed alla società civile la costruzione della sua proposta per la coalizione progressista, partendo da una domanda: cosa deve fare il governo nei prossimi cinque anni per migliorare concretamente la vita delle persone. Secondo i numeri citati da Conte, 17mila cittadini, anche esterni al Movimento, hanno lavorato a 2mila tavoli in 105 località, accompagnati da 500-600 formatori. Le proposte sono poi arrivate all'assemblea di Milano e al voto degli iscritti: venti punti principali, 159 votazioni proposta per proposta e, nella consultazione conclusiva, 45.340 partecipanti. Il documento, “Alleanza per la Costituzione”, va al tavolo della coalizione con PD e AVS senza il simbolo del Movimento, come ha ricordato Conte.
Le due giornate finali di Milano hanno dato al percorso una cornice più ampia del solo Movimento. In programma c’erano economisti come Jeffrey Sachs, James Galbraith, Jayati Ghosh e Yanis Varoufakis, un Peace Forum con la relatrice ONU Francesca Albanese, i panel su ambiente, opere utili, IA, antimafia e i presidenti di Campania e Sardegna a rappresentare l’esperienza di governo regionale. La rassegna si è aperta con un dibattito intitolato “Verso Nord. Economia per il bene comune” e si è chiusa con un confronto tra Marco Travaglio e Mario Giordano. Sono voci critiche dell’austerità e dell’ortodossia economica, del diritto internazionale e della pace. La loro presenza contribuisce a definire la cornice culturale dentro cui il Movimento ha scelto di collocare Nova.
Il perimetro tracciato dal processo partecipativo
Il testo non è un programma di governo con “i conti in ordine” e non pretende di esserlo. Lo ha detto lo stesso Conte: è un progetto da cinque anni e per molte riforme serve tempo. Sono paletti, cioè impegni su cui l’alleanza è chiamata a esprimersi e che dovrebbero guidare l’azione di governo e definire il perimetro della coalizione. Il loro valore è politico prima che tecnico, e sta anche nel modo in cui sono nati: un confronto aperto a voci esterne, poi la ratifica di chi il Movimento lo vive tutti i giorni sul territorio. Dal palco di Nova, Conte ha posto una condizione: la visione, senza il coraggio, si perde nei compromessi quotidiani.
Colpisce l’ordine delle priorità. Si parte dalla sanità pubblica e dalle liste d’attesa, poi il salario minimo legale, la Procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, la riduzione dell’orario a parità di salario, le tutele per malattia e maternità di autonomi e piccoli imprenditori. Seguono i contributi figurativi per il lavoro di cura, il reddito di cura per i caregiver, una soglia di dignità per le pensioni di invalidità, un piano casa pubblico contro sfratti e immobili vuoti. Il Patto generazionale aggiunge la fine del lavoro gratuito, la garanzia sulla salute mentale, un capitale di partenza a 18 anni. È una proposta di sinistra che parte da chi sta ai margini o vive mille difficoltà: precari, disoccupati, invalidi, caregiver, i giovani, le partite IVA senza tutele.
La critica alla “Terza via” e la radicalità
Il discorso di Conte ha offerto la chiave teorica. Conte ha ricondotto la crisi del progressismo alla stagione della Terza via: Clinton, Blair e, più in generale, quella parte della sinistra occidentale che, nella sua lettura, avrebbe finito per governare i lavoratori in funzione del mercato. Non ha fatto nomi italiani e ha parlato di errori commessi anche “da questo lato del campo”, ma il bersaglio era riconoscibile. Ha indicato i poteri da cui oggi il mercato andrebbe governato: i grandi fondi finanziari, i giganti del web e dell'intelligenza artificiale, l’industria delle armi. Di qui la formula che ha usato nel suo discorso: siamo “costretti a essere radicali”.
Il programma traduce questa impostazione in strumenti: un contributo sugli extraprofitti di energia, banche, assicurazioni, industria bellica e grandi piattaforme digitali, un prelievo progressivo sulle grandi attività finanziarie, l’exit tax, una tassazione comune delle grandi fortune in Europa, una riforma progressiva delle successioni. In politica estera chiede il primato del diritto internazionale, il recupero dello spirito di Helsinki, un approccio multipolare e multilaterale, il no al riarmo europeo e al 5% Nato, una difesa comune europea ma con una riforma in senso democratico delle funzioni del Parlamento europeo, lo stop all’invio di armi e una svolta negoziale in Ucraina. Su questi punti la base si è espressa con nettezza: il 94,1% ha detto no al piano Rearm EU e il 91,8% all’aumento della spesa per la difesa.
Sulla Palestina il testo approvato e il discorso di Conte vanno nella stessa direzione. Il documento chiede il riconoscimento dello Stato di Palestina, la risoluzione dell’accordo di cooperazione militare con Israele, il superamento dello status di partner privilegiato dell’Unione europea e sanzioni economiche e finanziarie contro i responsabili del genocidio a Gaza e delle attività criminose in Cisgiordania. Dal palco Conte lo ha messo tra le prime cose che un governo progressista dovrà cancellare: no ad accordi militari e commerciali con Israele, “con tutto quel che comporta”; sanzioni a Netanyahu e a tutta la filiera; una battaglia in sede europea per togliere a Israele lo status di partner privilegiato; e, se non bastasse, promuovere davanti alla Corte Penale Internazionale i responsabili del genocidio, partecipando attivamente. Ha respinto in anticipo l’obiezione per cui Israele sarebbe comunque una democrazia: gli Stati si giudicano da come si comportano, e chi compie un genocidio non sarà mai amico dell’Italia. Sul tema la base è stata quasi unanime: il 98,3% dei votanti ha approvato il primato del diritto internazionale e il 97,9% una Conferenza internazionale volta al riconoscimento dello Stato di Palestina. A margine dell’evento, Francesca Albanese ha chiesto che il cambio di rotta sulla questione palestinese sia un punto non negoziabile per il “campo progressista”, con l’interruzione degli accordi militari e il rispetto della legge 185 del 1990. È quindi uno dei terreni sui quali le differenze tra le diverse componenti della coalizione rischiano di diventare più difficili da ricomporre.
La sfida al PD
Il confronto con il PD è più chiaro se si mettono uno accanto all’altro i due registri di Schlein. A Reggio Emilia, chiudendo la Festa dell’Unità, la segretaria ha dichiarato fallito il modello neoliberista, sostenendo che non basta ritoccarlo e che serve ripensare il modello di sviluppo. Nelle interviste di quest’estate il tono è diverso. A Milano Finanza ha detto che il governo non deve intervenire pesantemente sul risiko bancario e che deve decidere il mercato; sulla patrimoniale ha rinviato la discussione a settembre con gli alleati. Al Foglio ha riconosciuto al governo di aver tenuto i conti in ordine, ha detto che il PD non ha preclusioni ideologiche sul nucleare e ha rivendicato senza esitazioni il sostegno all’invio di armi all’Ucraina. Parlare a interlocutori diversi con toni diversi non è di per sé una contraddizione. Il punto è capire quali strumenti seguono le parole e quali compromessi programmatici ne derivano.
Sarebbe, tuttavia, scorretto farne una caricatura. Il PD ha già presentato con il M5S proposte comuni come il salario minimo e il congedo paritario; Schlein ha detto no al 5% della spesa militare e ha proposto di portare la spesa sanitaria al 7%; c’è persino una convergenza sulla mobilitazione del risparmio verso le PMI, che compare sia nel fondo per la crescita di Nova sia nell’intervista a Milano Finanza di Schlein. Le differenze emergono soprattutto nel modo in cui vengono definiti i confini della sintesi: sul fisco, dove Nova mette nero su bianco extraprofitti e prelievo sulle grandi ricchezze mentre il PD rimanda il confronto agli alleati; sulla politica estera, in particolare sulla prosecuzione dell'invio di armi all’Ucraina; e sul perimetro dell’alleanza, che Schlein vuole mantenere aperto e Conte lega invece ai paletti emersi da Nova.
Le due visioni: Conte e Schlein verso il 2027
Sono dunque due modi diversi di costruire una proposta di sinistra, che non differiscono soltanto per i toni. Quella di Schlein cerca una sintesi capace di tenere insieme giustizia sociale, crescita, competitività e un consenso più largo, lasciando al confronto nella coalizione la definizione di alcuni nodi divisivi. Quella di Conte, radicale per sua stessa definizione, parte invece dalla necessità di fissare alcuni vincoli politici prima della sintesi: la redistribuzione, la tassazione delle rendite, il rafforzamento dei servizi pubblici, il rifiuto del riarmo e una politica estera fondata sul primato del diritto internazionale ed il multilateralismo. Non è soltanto una diversa lista di proposte: è un diverso modo di decidere quali vincoli e quali priorità debbano orientare l'azione di governo.
Da qui discende anche la diversa idea di emancipazione che attraversa Nova. Non coincide con il sostegno, ma passa dalla partecipazione. La “felicità pubblica” di cui Conte ha parlato citando Hannah Arendt è la possibilità di avere parte al governo del Paese, e il rifiuto di “avere dei padroni” si traduce in strumenti concreti: leggi popolari, budget partecipativi, voto ai sedicenni e ai fuori sede.
Se ci saranno primarie, il nodo sarà anche questo: non soltanto chi debba guidare il campo progressista, ma quale idea di sinistra debba orientarne il programma.
Nova si chiude quindi con un mandato preciso: portare quei venti punti al tavolo della coalizione. La partita, da oggi, non è più soltanto quella di costruire il programma del Movimento, ma di capire quanti di quei punti entreranno nel programma comune e quali compromessi saranno considerati compatibili con l’idea di progresso che la coalizione vuole rappresentare. È qui che la sfida di Conte a Schlein diventa concreta: non una gara di toni, ma una discussione su quali vincoli, quali priorità e quali limiti debbano definire il prossimo governo progressista per attuare pienamente la nostra Costituzione.