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Oltre l'estetica della rivolta: una riflessione su Torino

5 febbraio 2026

Torino, 2026: una riflessione sulla deriva autorappresentativa del conflitto e su una piazza senza strategia che diventa un regalo al potere

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Riceviamo e pubblichiamo il contributo dell'amico Boris Tremolizzo

Sono passati un po' di giorni dal corteo di Torino e credo che una qualche riflessione dovremmo pur farla, non solo sulle dinamiche di piazza ma anche su quello che siamo in questa fase storica e su dove vogliamo andare.

Lo so che quello che ci viene raccontato in televisione non corrisponde alla verità come so anche che la Meloni sta strumentalizzando quello che è successo per far passare leggi repressive che erano già in cantiere e non dovrebbero essere nemmeno associabili agli ultimi fatti. So questo e anche tutte le altre cose che ci raccontiamo, a volte a ragione a volte no.

È un film che si ripete da 20 anni almeno, con piazze estemporanee in cui si materializza una guerriglia che può essere predeterminata o provocata dalle forze dell'ordine ma che è, quasi sempre, totalmente slegata da una elaborazione strategica o tattica, che spesso risulta fine a se stessa. Un momento di sfogo seguito da giorni di polemiche, da una raffica di denunce, da processi, condanne e galera… Un momento passato il quale non c'è alcun avanzamento della condizione dei lavoratori e dei disoccupati nel nostro Paese, né tantomeno ci indica una prospettiva chiara, un breve sfogo che non indica nessuna direzione, che non si pone l'obiettivo di parlare al Paese né alla classe di riferimento.

Serve ad alcuni settori di movimento per autorappresentare se stessi, per affermarsi all'attenzione mediatica mettendo in campo un conflitto più estetico che reale. Perché sia chiaro che chi ci comanda si ammazza di risate nel vedere che ci facciamo massacrare dalla polizia. Il conflitto di classe è tutt'altra roba...Quello va costruito nella società, come ha provato a spiegarci Gramsci quasi un secolo fa.

E non è che io disapprovo in linea di principio, anzi! Chi vuole cambiare la società sa bene che l'uso della forza è uno strumento inevitabile del cambiamento semplicemente perché chi ci comanda non si fa scrupolo ad usarla e, se non ti attrezzi per rispondere, ne sarai vittima assieme a qualsiasi progetto di avanzamento. Del resto, quando è stato necessario, non mi sono mai tirato indietro...Ma serve un progetto!

Ripetere gli schemini degli anni 70 non ha alcun senso perché sono diverse le condizioni, sono diversi i rapporti di forza, è cambiato tutto. E poi negli anni 70 chi praticava la violenza politica la inseriva in una strategia esplicita. Hanno perso ma ci hanno provato.

Prima di sabato io sospettavo fortemente che sarebbe successo quello che è successo.
E sapevo pure che la Meloni avrebbe approfittato per far passare i suoi decreti.
Lo sapevamo tutti. In questo caso, non siamo nemmeno all'assenza di una strategia e di una tattica, siamo all'assenza anche di un semplice calcolo utilitaristico: questa cosa serve più a me o al mio nemico?

La prima cosa che ho imparato in politica è che ad ogni nostra azione corrisponde una reazione del nostro avversario che siamo obbligati a prevedere ed a contrastare vincendo. Altrimenti stiamo solo facendo un favore a chi diciamo di combattere.

A questo giro, era già tutto ampiamente prevedibile, scontato.
Qualche domanda sulla nostra intelligenza politica dovremmo cominciare a porcela.