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Etica dell’inflazione

di
Luca Antonini
Luca Antonini

Nato e cresciuto nell'entroterra fiorentino, dopo le superiori studia Filosofia presso l’Università di Pisa, approfondendo temi di filosofia analitica e scrivendo una tesi in filosofia del linguaggio, logica e ontologia formale. Attualmente lavora come programmatore, continuando a coltivare l’interesse per la filosofia, soprattutto in relazione alla programmazione e all’intelligenza artificiale.

15 febbraio 2026

Il denaro come confine ontologico: a ogni aumento dei prezzi segue una deflazione dell’essere

Karl_Marx etica inflazione.jpg Nei _Manoscritti economico-filosofici_ del 1844, nello scritto intitolato “Denaro”, Karl Marx afferma:
«Ciò che mediante il _denaro_ è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello _sono io stesso_, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io _sono_ e _posso_, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità.»

(Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, 1983, p. 153)

Le classi sociali sono distinte dalle possibilità economiche, dal possesso di proprietà privata. In ultima analisi, sulla base delle parole appena citate da Marx, le classi sociali sono distinte dalla possibilità che i loro membri hanno di essere qualcosa invece di qualcos’altro. La distinzione non è esplicitamente normativa - nel senso in cui il membro di una classe sociale è esplicitamente soggetto a regole diverse rispetto ai membri delle altre classi sociali - ma è ontologica: meno posseggo, meno sono e meno posso essere.

Sia Marx sia Engels, in altri scritti, rendono chiaro che ciò che una persona è dipende dalle attività produttive a cui partecipa e alle relazioni sociali che su di esse si instaurano. Il linguista russo Valentin Vološinov, in _Marxismo e la filosofia del linguaggio_, applica questa idea al linguaggio, chiarificando che l’intera natura umana è fondata sulla dimensione sociale e sulle attività produttive. Il Wittgenstein delle _Ricerche Filosofiche_, similmente afferma che linguaggio e attività umane - quelle che lui chiamava “forme di vita” - sono strettamente collegati.
Qui arriviamo a una delle peggiori contraddizioni del capitalismo. Nella sua forma compiutamente nietzschiana, il capitalismo vuole che ogni persona sia identificata unicamente dal punto di vista individuale, affermando con forza un criterio puramente soggettivistico e individualistico di natura umana. Secondo questo criterio, ogni persona può essere quel che desidera: tutto ciò di cui ha bisogno è di una volontà forte. L’orizzonte delle possibilità è in capo a ogni singolo; la responsabilità è individuale. Al contempo, tuttavia, impone sulle masse - sulla collettività - un criterio di identificazione basato esattamente sul lavoro. Il denaro a disposizione, ovviamente, dipende dal lavoro che ognuno svolge. Questo è il senso che si evince dalle parole di Marx.

In questo quadro, la distinzione tra classi sociali è normativa solo in un senso implicito. Per non generare confusione, possiamo metterla in questo modo. Il denaro è normativo implicitamente rispetto alla dimensione culturale in cui viviamo, che cerca continuamente di nascondere le dinamiche di potere, promuovendo una forma di individualismo tale per cui tutti possono diventare ricchi e quindi aumentare le proprie possibilità. Per rendere esplicita questa normatività, c’è bisogno di uscire da questa dimensione culturale e abbracciare il marxismo.

Sebbene a volte ce ne dimentichiamo, le questioni economiche - come tutte le questioni affrontate dalle scienze sociali - vanno a braccetto con le questioni etiche e morali. Marx, infatti, muove la sua critica al denaro come misura della persona. Non si è persone perché si fa parte di una comunità, ma perché si possiede denaro e si è persone diverse a seconda della quantità di denaro a disposizione. Una volta resa esplicita questa regola, si svela almeno una parte della metafisica del capitalismo.
Per quanto possa sembrare fuori tema, ritengo che l’analisi semantica possa far luce su alcuni aspetti logici della questione. Il punto di partenza che dobbiamo adottare, almeno in questo frangente, è che del denaro non importa il supporto fisico ma il valore. Siccome è il denaro che definisce ciò che una persona può essere, la persona è come una proposizione in una semantica formale standard, sotto una prospettiva puramente estensionale: non importa ciò che significano la proposizione e l’enunciato di cui esprime il contenuto, ma soltanto il valore di verità. Il denaro è il valore di verità della persona: senza denaro, non c’è nemmeno la persona; senza valore di verità non c’è proposizione. Come in un sistema formale è possibile applicare le regole di sostituzione salva veritate, in questo caso è possibile applicare la regola di sostituzione della persona salva pecunia.

La differenza tra la semantica formale e la logica del capitalismo è che nel primo caso nessuno può veramente modificare il valore di una proposizione. Si assume, infatti, che la verità sia in qualche modo determinata dal rapporto tra linguaggio e mondo, non dalle dinamiche sociali (queste sono del tutto escluse dal sistema, a dire il vero). Nel caso del capitalismo, vediamo che la capacità di modificare il valore del denaro sta alla base del sistema stesso: per questo abbiamo bisogno della dimensione sociale, salvo voler cadere nella trappola dell’interpretazione che il capitalismo dà di se stesso: quell’interpretazione individualistica che perde volutamente di vista la dimensione intersoggettiva.

Quella che chiamiamo normalmente concorrenza - ciò che dovrebbe stare alla base della corretta interpretazione delle logiche di mercato - è in realtà la possibilità di modificare il valore del denaro. Decidere il valore di un prodotto è quantomeno in potenza la decisione su cosa una persona può o non può essere, secondo le parole di Marx. Considerando che l’oscillazione dei prezzi può essere minimale, non bisogna prendere questa affermazione in maniera così categorica da riconoscere in ogni possibile mutamento di prezzo una ragione ontologica per ciò che una persona può o non può essere. Dobbiamo invece riconoscere nella possibilità di modificare i prezzi la possibilità di modificare ciò che una persona è e può essere.
D’altronde, se il denaro definisce ciò che posso essere, allora esso è potere di potere e così la proprietà privata. “Potere di potere” significa definire uno spazio ontologico e semantico di tipo modale: le alternative sono ampliate o ristrette dalla povertà o dalla ricchezza; i controfattuali veri - e così le alternative di azione - sono di meno o di più a seconda della quantità di denaro a disposizione. Il denaro definisce differenti forme di vita.

Attraverso la proprietà privata, come un vassallo, il capitalista riceve da Leviatano il diritto a esercitare potere. Lo fa non tanto - o non solo - sugli altri capitalisti: lo fa soprattutto nei confronti di chi non ha la possibilità di decidere il valore del denaro. Certo, non è solamente un capitalista che ha questa capacità di decidere; almeno non in quanto singolo. Ce l’ha nella misura in cui riesce a imporsi sul mercato, o come singolo o come membro di una più ampia categoria capace di imporre il proprio prezzo.
È in quest’ottica che bisogna leggere l’inflazione: a ogni aumento dei prezzi segue una deflazione dell’essere. È in quest’ottica che bisogna leggere, ovviamente, anche la necessità di adeguarsi al mercato per chi cerca di introdurvisi con i mezzi a disposizione. Proprio il denaro diventa misura anche di questi mezzi. Ma c’è una differenza categoriale tra chi ha la possibilità di decidere i prezzi e di fare profitto e chi invece campa di ciò che viene concesso da chi ha questa possibilità: è una differenza ontologica e normativa.

Lo stesso potere si manifesta nella possibilità di dare e togliere lavoro. Riconoscere questo è il primo passo verso il riconoscimento del socialismo come radicalmente distinto da quella forma di anarchismo individualista che affligge la sinistra e si rivela nella difesa della libertà dell’individuo, invece che della collettività, troppo spesso prospettata anche da chi il comunismo italiano l’ha guidato e lo guida.