Gli eventi ci hanno tolto gli incontri
Copywriter e studentessa di medicina a tempo perso. Appassionata di narrazione territoriale e salute mentale.
Quando stare in giro richiede un programma e un biglietto, la città smette di appartenere a chi ci vive
La città è un calendario che urla: aperitivo degustazione, pop-up di ceramiche, silent party sul tetto, mostra immersiva, talk “imperdibile”, mercatino vintage, tutto in un weekend.
Sembra che non ci sia mai stato così tanto da fare, eppure gli incontri autentici stanno sparendo.
La città non è più uno spazio ma un cartellone pubblicitario: ci vende happening a pagamento, su prenotazione, ovviamente estremamente Instagrammabili. L'estetica dell’evento ci influenza su come vestirci, chi invitare, di cosa parlare. Insomma, ci viene inculcato che partecipare a questi eventi sia “vivere la città”, ma in realtà è consumare la città.
Viviamo in un’era in cui lo spazio pubblico viene smantellato ogni giorno, pezzo per pezzo: panchine anti-barboni, piazze sorvegliate, locali trasformati in showroom, centri storici svuotati e riempiti di Airbnb. E questo non sembra essere importante perché gli incontri spontanei non rendono: una panchina occupata da due persone che parlano non genera scontrino, una piazza dove i ragazzi stanno senza consumare non paga l’affitto.
Al suo posto c’è l’evento, che dura poco, costa, sponsorizza, ma soprattutto ti dà l’illusione, attraverso le mille possibilità di generare contenuti online per dire “io c’ero”, di essere parte di una comunità. Ma 300 estranei con lo stesso braccialetto non fanno comunità, fanno target.
Intanto noi ci siamo abituati e quasi abbiamo paura del vuoto, della mancanza di un piano. Senza contare il fatto che in una società iperproduttiva ci sentiamo meglio a giustificare un'uscita con un programma piuttosto che correre il rischio di perdere il nostro tempo con un “ci vediamo e decidiamo”.
Il risultato è politico: una città di eventi è una città senza conflitto, senza attrito, dove tutti sono clienti e nessuno cittadino. Ma soprattutto è una città in cui non incontri mai chi è diverso da te, incontri solo chi ha comprato il tuo stesso biglietto. Una città in cui si fa networking, non amicizia.
La solitudine così diventa un problema individuale da risolvere con un altro evento, o ricorrendo a soluzioni facili in stile: “5 modi per fare amicizia a 30 anni”. La mancanza di socialità non dovrebbe essere un problema del singolo, ma una questione collettiva su chi ci ha rubato il tempo e i luoghi per stare insieme gratis.
Forse l’atto più sovversivo oggi è questo: disdire. Scegliere di restare a casa con i propri amici o con il proprio partner la stessa sera di un’inaugurazione “imperdibile”. Scegliere il tempo perso insieme invece del tempo ottimizzato. Perché se ogni incontro deve essere un evento, allora la libertà di incontrarsi è già morta.