Il fascino indelebile della Comune
Alla ricerca di un motivo per esistere
Sulle rovine dell’Impero e sotto l'assedio prussiano, Parigi si ribella e fonda il primo governo popolare
_La memoria è un campo di battaglia. Non è infatti possibile ricordare qualsiasi cosa, ed esiste una furente lotta politica per apporre un evento storico o un altro nella lista di ciò che merita di essere ricordato all’interno di una società. Ricorderemo Charlie Kirk come un martire della libertà d’espressione o George Floyd e e Abderrahim Fakir come vittime della violenza dello Stato? La Resistenza continuerà ad essere un evento fondativo della nostra Repubblica o a breve renderemo onore agli aguzzini di Salò?
Non si tratta solo di ricordare, ma anche di dare un senso agli eventi: Via Rasella fu un atto giusto o sbagliato? Il Novecento è il secolo della sollevazione delle masse popolari e della decolonizzazione o quello dei totalitarismi? E a volte non basta neanche interpretare gli eventi storici, perché dal nulla sbucano storie inventate – per esempio quelle di stampo fascista smontate con efficacia dal collettivo Nicoletta Bourbaki.
Con questo articolo, Capibara inaugura la sua rubrica di memoria storica, con l’obiettivo di ricordare eventi noti e meno noti, tanto italiani come internazionali, sia di vittorie esaltanti che di sconfitte cocenti. L’idea alla base è semplice: ricordare le grandi battaglie del passato, rivendicarle, imparare da esse. Farlo noi, per evitare che sia il capitale a decidere ciò che valga la pena ricordare._
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Il contesto storico
Nell’estate del 1870 la Francia del secondo impero napoleonico, al culmine della propria espansione economica e militare, si apprestava a dare inizio ad una nuova campagna militare, di cui pochi dal lato francese parevano in grado di prevedere l’esito. Già a luglio dello stesso anno le armate dell'empereur battevano in ritirata verso il territorio nazionale, schiacciate dalla superiore logistica e tattica della Prussia e dei suoi alleati tedeschi. Fra il 31 agosto e il 2 settembre 1870 la tragedia si consumò: l’esercito francese fu accerchiato e capitolò a Sedan con Napoleone II al comando, prigioniero del nemico. La guerra sarebbe durata fino al maggio dell’anno successivo ma di fatto l’esito era già scritto: la Francia aveva perso e la Prussia si avviava ad ultimare il processo di unificazione tedesco, che l’avrebbe reso la potenza più aggressiva e bellicosa della seconda metà dell’Ottocento europeo.
Lo sgretolamento dell’impero
A Parigi però qualcosa si mosse; scioccato dalla sconfitta di quello che fino a quel momento veniva celebrato come il più grande esercito europeo, il popolo della capitale si mosse per abbattere il governo imperiale. Quella che Napoleone III aveva concepito come una guerra per cementare il fronte interno e ridare lustro alla dinastia regnante ne stava decretando la fine. Il 4 settembre il popolo invase l’Hotel de Ville, la sede del municipio cittadino, e proclamò la repubblica con lo scopo primario di continuare la guerra contro la Prussia.
Come in ogni grande stravolgimento politico, la repubblica che stava emergendo però serviva scopi diversi per i vari ceti che la componevano. Da un lato i monarchici e i moderati volevano chiudere il prima possibile la pace con il nemico germanico e spingevano perché fosse proprio la repubblica a siglare l’accordo, così da poterle addossare la responsabilità per una pace vergognosa e restaurare la monarchia in seguito. Dall’altro lato operai ed artigiani, il nerbo del popolo parigino politicamente attivo, volevano dare alla nuova situazione politica una connotazione rivoluzionaria, promuovendo nuove forme di autogoverno ed organizzazione dal basso. Nacque così un comitato di vigilanza per ognuno dei venti arrondissement di Parigi, con lo scopo di controllare l’operato del governo repubblicano. Assieme ai club, che sorgevano prevalentemente nei quartieri operai, queste organizzazioni rispecchiavano chiaramente una necessità della popolazione della capitale: la volontà di partecipare attivamente e direttamente alle decisioni politiche massime del governo.
Nonostante la cattura di Napoleone III, la guerra però proseguiva e nel settembre del 1870 l’esercito prussiano circondò la capitale. L’assedio durò fino al gennaio del 1871, quando il governo repubblicano accettò la resa della capitale, contribuendo ad instillare nella popolazione parigina la sensazione che la patria fosse stata tradita. A ciò si aggiunse una parata militare prussiana nel pieno del centro città, cosa che non fece altro che esacerbare gli animi già esasperati dei parigini.
A febbraio del 1871 l’Assemblea legislativa della nuova repubblica si stava però insediando ben lontano dal fronte di guerra, a Bordeaux, certificando una distanza sempre più netta fra il popolo rivoluzionario di Parigi e la Francia profonda: cattolica, monarchica e conservatrice. L’Assemblea scelse come primo presidente Adolphe Thiers, noto monarchico, ben determinato a chiudere in fretta la guerra con la Prussia per ristabilire l’ordine borghese a Parigi; quello stesso mese i preliminari di pace furono firmati e ratificati dall’Assemblea.
La nascita della Comune
Il governo individuò come primo passo per la messa in sicurezza della capitale lo smobilitamento della Guardia Nazionale, il possibile braccio armato della rivoluzione, composta da riservisti e monopolizzata da operai e artigiani. Nei piani dei più audaci questa avrebbe dovuto addirittura sostituire l’esercito permanente come milizia popolare.
Il 18 marzo 1871 si decise quindi di requisire l'artiglieria della Guardia, piazzata a Montmartre e Luxembourg; fu la miccia che fece definitivamente esplodere la rivoluzione. Il popolo parigino lanciò l’allarme e circondò i soldati che stavano trascinando via i cannoni; come risultato il generale al comando, Claude Lecomte, ordinò più volte di sparare sulla folla, ma fu arrestato dal suo stesso esercito e fucilato nel pomeriggio.
Il Comitato centrale dei rioni, insediato all’Hotel de Ville, indisse per il 26 marzo le elezioni del Consiglio comunale, riconoscendosi come entità autonoma dal resto del governo nazionale. Nella testa dei rivoluzionari la neonata repubblica francese avrebbe dovuto infatti essere una federazione di città, con piena autonomia e diritti prestabiliti. Il 28 marzo vennero resi noti i nomi eletti del Consiglio comunale: era nata la Comune di Parigi.
I provvedimenti della Comune
Fra gli eletti figuravano in maggioranza artigiani ed operai, a cui si univano professionisti giornalisti ed impiegati; la maggior parte della borghesia o aveva già lasciato la capitale o si astenne dal coinvolgimento politico. I decreti della nuova autorità cittadina ricoprivano una doppia funzionalità; da un lato, riconoscevano la necessità di affrontare la dilagante povertà nella quale versava la città, dall’alto ambivano a determinare dei cambiamenti durevoli nella struttura stessa della politica decisionale, promuovendo auto-governo e rappresentanza popolare. In questo solco furono prorogate di tre mesi le richieste di sfratto e fu sospesa la vendita degli oggetti impegnati nei Monti di pietà. Allo stesso modo vennero sospesi i sequestri e dilazionati di tre anni il rimborso dei debiti e delle cambiali scadute. Infine si dispose che le abitazioni vacanti venissero requisite a favore dei senzatetto.
Per trasferire invece il potere nelle mani del popolo, occorrevano riforme strutturali, che modificassero da una parte la struttura economica e dall’altro le modalità con le quali la politica stessa veniva amministrata. Vennero infatti istituite nove commissioni collegiali che avrebbero dovuto sostituire i ministeri esistenti e si proseguì con l’abolizione dell’esercito permanente, che fu sostituito dalla Guardia Nazionale. Fu istituito il vincolo di mandato, mentre fu stabilito che magistrati e le altre cariche pubbliche sarebbero stati nominati a seguito di concorso e di elezioni trasparenti. Il cambiamento politico passava anche da una riorganizzazione dell’istruzione, al fine di determinare un duraturo mutamento sociale e politico. Per questa ragione, furono raddoppiati gli stipendi dei maestri e a questi furono parificate le retribuzioni delle maestre. A ciò si aggiunse la determinazione di attuare un'autentica separazione fra Chiesa e Stato, al fine di promuovere un’istruzione obbligatoria, gratuita e impostata su basi scientifiche.
La fine della Comune
Il governo nazionale francese, che in quei mesi si era trasferito a Versailles, non intendeva però tollerare la presenza di una città-stato di ispirazione socialista nel centro del paese e stava preparando un esercito in grado di scacciare l’esperienza della Comune nel sangue. Ad aprile il governo schierava attorno a Parigi 100.000 uomini e 700 pezzi d’artiglieria di fronte alla quale la Comune opponeva solo 341 cannoni e 50.000 uomini e cominciò ad avanzare lentamente nella città.
Il 21 maggio ebbe inizio quella che sarebbe passata alla storia come la settimana di sangue; combattimenti violenti si registrano per tutta la città, dove il popolo eresse barricate per tentare di fermare l’esercito regolare. Parigi bruciava, avvolta da un odore acre di fumo e petrolio; così la stampa e il governo centrale iniziarono ad insinuare che fosse lo stesso popolo a dare fuoco alla città. Si diffuse così il mito delle pétroleuses, donne accusate di usare petrolio per appiccare incendi; questa leggenda, smentita in seguito da svariate fonti, costò la vita a centinaia di donne. Il 28 maggio cadde l’ultimo ridotto a difesa della Comune, decretando la fine della resistenza armata. La repressione continuò anche nei giorni successivi, portando il numero totale delle vittime ad un numero compreso fra 17.000 vittime (cifre ufficiali del governo) a 35.000 (secondo alcune fonti).
Nonostante la sua fine cruenta, la Comune incarnò contemporaneamente idea astratta e cambiamento concreto. Dimostrò che il proletariato urbano poteva sia rispondere ai bisogni concreti della popolazione sia concepire un cambiamento di lungo respiro nella struttura stessa della società. Questo esperimento, per quanto breve, continuerà ad ispirare generazioni di rivoluzionari, oltre che testimoniare che la costruzione di un'alternativa alla società capitalistica è sempre possibile.