Fenicotteri senz’acqua
Fiumi prosciugati, acqua deviata: dietro le proteste in Albania la questione delle risorse idriche
In Albania l'acqua è diventata il terreno su cui si misura un modello di sviluppo. Nei villaggi del canyon di Uraka, nel Nord, i residenti dicono di non averne quasi più per sé e per le proprie attività da quando due centrali idroelettriche, costruite da un'azienda italiana, hanno prosciugato il fiume; a Sud, lungo il Vjosa e il suo affluente Shushica, una deviazione iniziata nel 2023 porta l'acqua verso le strutture turistiche della costa. Sono due facce dello stesso quadro normativo, la legge sugli investimenti strategici del 2015, che il governo di Edi Rama considera uno strumento per attrarre investimenti e che attivisti e studiosi accusano di aggirare la tutela delle aree protette.
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di Lorenzo Ianiro
Piazza Skanderberg, centro di Tirana. In una manciata di minuti, sotto alla statua dell’eroe nazionale albanese si raduna una folla di persone accorse da ogni angolo del Paese. Molte indossano la bandiera nazionale come se fosse una lunga vestaglia.
Da oltre quattro mesi l’appuntamento si ripete tutte le sere all’ombra dei giganteschi grattacieli chiamate le “torri”, che sovrastano la piazza, creando una sorta di microcosmo in cui si condensa quello che sta accadendo in Albania in questo momento storico. «Vedete queste torri? Sono state costruite per la maggior parte per volontà di oligarchi ed esponenti della criminalità organizzata albanese», ci dice Artan Kacani, Professore di Pianificazione urbana all’Università Polis di Tirana e autore di diversi studi sui complessi intrecci economici dietro allo sviluppo urbano della capitale albanese, come “The Making of a Financeable City”.
«Il Governo di Edi Rama ha dato il via libera definitivo ai grandi investimenti nell’edilizia. La legge sugli investimenti strategici emanata nel 2015 è un esempio lampante di come per favorire questo settore si permetta di bypassare la regolamentazione sulle aree protette e la disciplina in materia di costruzioni, chiudendo un occhio sul controllo dei materiali impiegati, sulla manodopera sottopagata, sulla scadenza delle concessioni…», continua Artan, mentre abbassa il dito dalla facciata di un grattacielo alla folla che inizia a muoversi in corteo. «La legge è fatta per favorire i grandi capitali, prevalentemente albanesi ma non solo, come nel caso del progetto di Kushner (genero del Presidente statunitense Donald Trump e inviato speciale per la pace della Casa Bianca) che mira a costruire resort e strutture ricettive di lusso a Sazan e Zvernec nell’ambito di un più ampio progetto con cui gli Stati Uniti vogliono garantirsi il controllo del gas che arriva in Europa. Le proteste che sono esplose a partire da Vlora hanno spinto a compiere a molti investitori un passo indietro nell’ombra: hanno paura che se Rama crolla i loro investimenti crollino con lui, senza più la protezione legislativa che gli fornisce la legge sugli investimenti strategici. Altri avevano già iniziato a diversificare i loro affari dopo l’arresto dell’ex Sindaco di Tirana Erion Veliaj, astro nascente del Partito socialista e indagato dalla Procura speciale anticorruzione e anti criminalità organizzata (SPAK), puntando sul commercio, sul turismo di piattaforma e simili».
Mentre Artan ci racconta il corteo si sposta sotto al Palazzo del Primo Ministro, dove viene allestito un palchetto che sventola la bandiera dell’aquila bicefala proprio sotto al parlatorio. Al microfono si alternano le voci di attivisti e comuni cittadini, mentre un gruppo sfila in cerchio con le sagome dei fenicotteri rosa diventate iconiche.
Artan, che svolge il ruolo di coordinatore locale di Durazzo per Lëvizja Bashkë - Movimento Insieme (un raggruppamento politico di sinistra che ha partecipato alle elezioni parlamentari del 2025 da indipendente raggiungendo l’1,5% dei voti), mantiene un grande striscione all’imbocco della strada con le sue compagne e compagni di partito. Ancora più indietro ci sono i militanti di formazioni dell’estrema destra albanese.
«La parte ambientalista ha acceso le proteste. Ma il movimento che le sta portando avanti è molto composito, e la convivenza non è facile», prosegue Artan notando le nostre facce perplesse, «in queste settimane gli interventi in piazza li stanno gestendo i nazionalisti, e la loro strategia è escludere dal palco sia noi che i gruppi dell’estrema destra, perché dicono che questo tutela il movimento dalle strumentalizzazioni da parte del Governo e mantiene la partecipazione più ampia e popolare possibile. In ogni caso per noi è importante rimanere in piazza, per non lasciare il movimento in mano alle destre».
All’improvviso ci sentiamo chiamare: «Siete italiani?», ci giriamo, «Vogliamo raccontarvi una storia».
Tra sviluppo e sfruttamento
La strada sterrata che arriva alla centrale idroelettrica di “Seka” sembra planare nel ventre del canyon di Uraki. La formazione rocciosa, considerata uno dei monumenti naturali albanesi, è stata scavata nel tempo dal fiume Uraka che scorre nell’area dissetando piccoli villaggi montuosi come Lufaj e Gjocaj.
Da quasi 10 anni, un gruppo organizzato di residenti di queste comunità sta portando avanti una dura contestazione contro i progetti di impianti per la produzione di elettricità che sfruttano i corsi d’acqua della zona, contribuendo al grave prosciugamento delle risorse idriche di cui soffrono questi territori. Adam Xhokola è uno dei portavoce delle proteste, un ottantenne vispo che fa il pastore da sempre in queste terre in cui è nato e cresciuto: era stato lui a fermarci durante la manifestazione a Tirana.
«Questa zona è stata incorporata nel 2018 nell’area protetta dei laghi di Lura fondendosi nel parco nazionale di Lurë - Mali i Dejës. Poco dopo, nel 2018-2019, un’azienda italiana, la Seka Hydropower, ha ottenuto i permessi per costruire due nuove centrali idroelettriche, e nel 2022 la denominazione di area protetta è stata revocata, grazie alla legge sugli investimenti strategici per favorire la realizzazione delle costruzioni» ci racconta Adam. Aiutato dal nipote Luhar, accompagnandoci lungo il corteo, pci spiega «i fiumi sono stati prosciugati da queste centrali. Non abbiamo quasi più acqua per noi e per le nostre attività, e molte persone stanno andando via. In dieci anni abbiamo raccolto centinaia di firme tra i residenti, e ci siamo appellati alla legge che tutela i Parchi nazionali, che proibisce di costruire nelle aree protette, vincendo in terzo grado di giudizio in Tribunale (in quanto i permessi erano stati accordati mentre la zona ricadeva sotto la tutela della legislazione sulle aree protette).»
I lavori, tuttavia, non si sono fermati, e oggi la Seka Hydropower, posseduta al 100% dall’italiana Hydro-Project, come ricostruisce l’Osservatorio Balcani-Caucaso, può vantare gli impianti di “Seka” e di “Zais” nel suo carnet insieme agli altri. «È un precedente preoccupante, perché con le stesse dinamiche stanno espropriando intere zone di montagna per poterci costruire in futuro», conclude Adam, «stanno svendendo l’Albania, l’hanno fatto prima i democratici e ora i socialisti, ma non c’è una reale differenza tra i due. Per questo partecipiamo anche noi alle proteste, perché partono dalla questione ambientale ma non si fermano a quella: contestiamo un intero sistema di cattiva amministrazione, corruzione e svendita delle nostre risorse che sta facendo del male al Paese».
Il sole è sorto da poco mentre ci arrampichiamo per il lungo valico polveroso che collega i due versanti del Canyon di Uraka. A farci compagnia, oltre agli uccelli, è il crepitio di legna bruciata che viene dalle piccole fattorie sparse lungo il tragitto, i campanacci delle capre al pascolo, qualche rara marmitta che scala o discende il costone per andare a lavoro.
«L’economia locale è molto povera. C’è chi lavora nelle cave, ma principalmente viviamo delle rimesse degli emigrati. È pura sussistenza la nostra», ci aveva detto Julian, tornato nella sua città natale in Albania, a Rrubik, dopo anni di lavoro nel Nord Europa per occuparsi dell’Info Kulla, un punto-informazioni per i visitatori che vengono nel Nord del Paese ospitato in un vecchio edificio tradizionale convertito a museo sulla storia e sui costumi del posto. È icastico sulla questione dello sfruttamento delle risorse naturali dell’area: «Di impianti idroelettrici ne abbiamo a centinaia in Albania. Trattengono i torrenti, pompano acqua dal sottosuolo e ne riducono ulteriormente la disponibilità per chi vive in aree come queste, dove i fiumi sono spesso carsici o lontani dagli insediamenti montani, e dove soffriamo molto gli effetti del cambiamento climatico. Tutti questi impianti rendono questa condizione ancora più drammatica, ed è normale che i residenti scendono a protestare o decidono di emigrare, perché la vita qui è insostenibile», e conclude, «Il problema per me non è ogni singola azienda che costruisce, ma il Governo che la dà il permesso di farlo. Se avessimo avuto dei Governi che avevano a cuore l’Albania, oggi staremmo facendo un altro discorso: staremmo parlando, ad esempio, di una gestione più saggia e più equa delle risorse idriche, di cui l’Albania è ricchissima».
Lasciandoci alle spalle il Canyon, con le sue centrali idroelettriche incastonate nelle pareti di roccia e i tralicci dell’alta tensione incordati lungo lo strapiombo, non possiamo fare a meno di notare il paesaggio che cambia: lo sterrato che cede il passo a carreggiate asfaltate da poco, costeggiate dalle dune di basalto e dai mucchi di minerali estratti dalle cave tutto intorno. Il processo di urbanizzazione e di infrastrutturazione, vanto del modello di sviluppo albanese pubblicizzato ad esempio nel libro “The Albanian Files” alla cui prefazione ha contribuito lo stesso Edi Rama, passa anche da qui. Abbandonando i suoi sommersi e benedicendo i suoi salvati lungo il cammino.
In un’indagine pubblicata dall’ “Albanian Center for Quality Journalism” nel settembre 2025, l’Esperta ambientale Ornela Shoshi commenta l’ambiguità di questo modello: parlando del settore idroelettrico, dice che «l’energia è stata considerata un motore di sviluppo, strettamente legato all’attrazione di investimenti esteri, mentre la legislazione ambientale, sebbene avanzata sulla carta e spesso redatta principalmente per soddisfare le richieste dei partner internazionali, non è stata supportata da solidi meccanismi di monitoraggio, sufficienti capacità istituzionali e la stessa volontà politica».
Un modello di sviluppo, in altre parole, che spesso non solo trascura le comunità dei territori interessati dai grandi progetti in questione, ma le danneggia, le asseta e, in ultima istanza, spinge quegli stessi territori a spopolarsi, in nome dell’attrattività economica del Paese e del suo inserimento nei mercati regionali.
Seguiamo il corso del Vjosa fino al punto in cui il fiume si tuffa nel Mediterraneo: lì dove le conseguenze di questo modello sono più visibili, e lì dove le proteste contro chi vi si oppone hanno avuto inizio.
Inerzia e resistenze
Tony armeggia dietro al bancone della reception. Pochi secondi dopo si gira con una tazzina di caffè fumante. È uno dei fondatori dell’ “Eco-camping Valona”, un’area ricettiva improntata all’eco-turismo e realizzata in modo da avere il minimo impatto sul vicino ecosistema della riserva di Vjosë-Nartë: strutture in legno facilmente rimovibili che seguono l’orografia del terreno, bagni che adottano soluzioni ecologiche per lo smaltimento, una cucina e una brace comuni, rifornite da produttori locali.
«Ho costruito questo posto dopo aver lavorato in Svezia, perché voleva tornare nel mio Paese e crearmi un’opportunità di lavoro qui. Ci ho messo un mese solo per bonificare l’area dalla discarica che si era accumulata», ci racconta Tony, «Non è facile portare avanti esperienze di eco-campeggio in Albania. Nel contratto di concessione che ho firmato, ad esempio, c’è scritto che se quest’area dovesse ricadere nel cantiere di un progetto più ampio per la costruzione di hotel e grandi strutture ricettive, io devo andar via». Una minaccia del genere si è materializzata solo pochi mesi fa, quando Tony e le altre persone che vivono o frequentano l’area della riserva naturale hanno visto le ruspe e le escavatrici precludere l’accesso alla spiaggia di Dalan.
«Sono arrivate all’improvviso e hanno recintato l’area, asfaltato un pezzo di spiaggia e interdetto l’accesso, senza che la popolazione fosse minimamente informata. Solo dopo abbiamo scoperto che le ruspe erano state inviate da un consorzio di grandi aziende estere che volevano costruire resort di lusso sul litorale», aggiunge il gestore dell’eco-camping. Si riferisce al progetto pubblicizzato da Jared Kushner, che annunciava grandi trasformazioni per la costa di Zvernec e per la prospiciente isola di Sazan: un’area che comprende diverse zone protette, come la laguna di Vjosë-Nartë, il delta del Vjosa e l’area marina di Sazan-Karaburun.
«Le proteste, nate a partire dalla scoperta del progetto e poi esplose nella cosiddetta “Rivoluzione dei fenicotteri”, hanno momentaneamente fermato i lavori. La recinzione è stata tolta e l’accesso alla spiaggia ripristinato, ma il rischio rimane alto e diffuso: basta andare poco più a Sud di Vlore per vedere cosa stanno facendo alla costa, tutta cementificata e privatizzata. Io ci andavo sempre al mare con la famiglia da piccolo, oggi non ho proprio voglia di avvicinarmi. Non la sento più mia».
Decidiamo di risalire il corso del Vjosa diretti a Sud, verso il tratto di costa dove è più evidente l’impatto delle grandi opere edili che si preparano ad accogliere grandi flussi di turisti e di residenti temporanei attratti dal mare albanese. È proprio per irrorare queste strutture che il fiume Shushica, uno dei principali affluenti del Vjosa, è interessato da un’opera di deviazione, iniziata nel 2023: un’opera che, come ci aveva detto Artan a Tirana, «è pensata per integrare un sistema turistico estrattivo, e che danneggia l’ecosistema fluviale, ma anche la vita nelle zone rurali attraversate dal fiume, la pastorizia, l’agricoltura». E, in ultima istanze, un sistema che danneggia anche l’economia locale che nel corso dei decenni si è sviluppata lungo la costa, integrando forme di turismo meno impattanti dal punto di vista ambientale e sociale.
Ened Mato è uno dei pionieri dell’eco-turismo in Albania e uno storico attivista ambientale che da decenni documenta gli effetti del processo di sviluppo estrattivo che ha imboccato il suo Paese sugli ecosistemi fluviali, marini e montani.
Il suo eco-campeggio, “Jal camping”, è uno dei primissimi ad essere stati fondati in Albania, a Jal, lungo la costa Sud. Ironicamente, è anche tra quelli su cui la furia delle ruspe si è abbattuta con più violenza. Mentre parliamo con Ened, alle sue spalle intravediamo i ceppi di alcuni dei 200 ulivi che le escavatrici hanno abbattuto per sbancare la collina e far posto alle fondamenta dei nuovi resort e delle ville private che affacceranno sulla spiaggia di Jal: un paesaggio spettrale di scheletri di cemento che incombe sulla cittadina come un presagio.
«Lo sfruttamento dei fiumi, il loro intubamento e sotterramento, le deviazioni non sono una cosa nuova, così come i grandi progetti speculativi: sono almeno 20 anni che li documento. Oggi assistiamo alla fase finale di questo processo», ci dice Ened, «È il risultato di un’economia predatoria capitalista che sfrutta l’ambiente e gli esseri umani, e che in Albania serve anche gli interessi dei gruppi criminali che riciclano denaro con queste grandi opere. È un modello interiorizzato dalla politica, non solo dal Governo Rama, anche se con lui l’adesione è particolarmente esplicita. Ed è un modello che rischia di venire interiorizzato anche a livello sociale, ad esempio da chi sostiene che così si produce un ricircolo dell’economia: non capiscono che non fa girare l’economia, anzi la indebolisce».
Come sottolinea l’articolo dell’Albanian Center for Quality Journalism già citato, l’Albania è riuscita a proporsi sul piano europeo come un Paese all’avanguardia dal punto di vista della transizione verde e dell’ impiego di modelli energetici basati su fonti rinnovabili, idroelettrico in primis. Una conquista di immagine che ha contribuito alla strategia di Rama mirata a presentare il Paese come un porto affidabile in cui far attraccare investimenti e progetti strategici per il continente in cui si intersecano varie dimensioni centrali per le politiche europee e non solo: la dimensione energetica, quella della competitività economica ma anche altre, ad esempio la dimensione delle politiche migratorie.
Foto: Lorenzo Ianiro