Fermare l’Impero
Veneto, nobile decaduto e in lotta col mondo, ma soprattutto col panturanismo del Germani.
Il regno del disordine: la strategia USA oltre il mito
“Eh ma se ci sarà reazione scoppierà la terza guerra mondiale”.
Non sono sicuro che scoppierebbe ora, ma ho la certezza che ci sarà tra meno di vent’anni se si realizzerà il progetto USA di restare ancora il dominus spingendo nell’angolo le potenze emergenti.
Quello che vedo oggi portato avanti dagli USA è lo spirito normanno degli anglosassoni: la continua pressione, il fermarsi momentaneamente per preparare una nuova via per attaccare dopo un primo blocco e sempre avanti. Venezuela, Iran, Cuba e prima la Siria ecc. Il controllo del petrolio è il nuovo fronte, ma non solo quello: strettoie e punti strategici sono altrettanto bramati. Se le controparti pensano che Taiwan o l’Ucraina siano l'unica linea da reggere hanno sbagliato i conti: il Pentagono sa che lì non passerà, quindi li impoverirà via petrolio e poi tra anni si prenderà tutto. Così hanno fatto i normanni in Inghilterra, Galles, Scozia, Francia, USA, Australia, ecc. Possiamo vedere la linea di continuità da Guglielmo il bastardo a Trump.
Il mito dell’Impero che muore da solo
Il carezzevole desiderio che buona parte dei multipolaristi ha elevato a dogma secondo cui gli USA siano alla fine della loro giornata terrena a causa delle tensioni interne e della caduta della centralità del dollaro è nulla più che un pio desiderio, perché come abbiamo visto e vedremo sempre più, Washington metterà in atto azioni di salvataggio sempre più spericolate per conservare il peso del paese e della sua moneta rispetto al resto del mondo. Se non potrà più crescere economicamente, potrà però far decrescere gli altri. Se non sarà più in grado di governare il mondo, potrà però diventare il Signore delle Mosche e imporre il regno del disordine compromettendo l'ascesa dei concorrenti - circondandoli di buchi neri di crisi e approfittando allo stesso tempo della sua posizione di invidiabile isolamento, restando un cardine mondiale indiscusso. E questo pur non potendo più sostenere la sovraesposizione economica e militare attuale.
Anche al suo interno la crisi è ampiamente sopravvalutata rispetto alle sue conseguenze. Le divisioni di oggi non sono un inedito, le fratture sono una cifra costante: le lotte tra federalisti e democratici, tra élite whig e democratizzazione jacksoniana, tra schiavisti e abolizionisti (o meglio tra liberoscambisti e protezionisti), tra isolazionisti e interventisti ecc.
Malgrado la violenza e la pericolosità che possono raggiungere questi contrasti, mai lo stato sarà messo in pericolo. Questo perché la nazione americana non è una nazione su base etnica, come le società europee formatesi nell’ottocento dal romanticismo, ma una nazione ideale o ideologica, ove ogni singolo, a torto o a ragione, ha interiorizzato il principio secondo cui la sua libertà e possibilità di successo personale sono intrinsecamente legate all'esistenza degli USA, alla materializzazione metafisica del sogno statunitense che garantisce che una società totalmente liquida conviva con una realtà esteriorizzata iper stabile. Anche se la metà degli statunitensi morisse in una guerra intestina, la metà che resterà verrà comunque a fare la pelle a te.
La situazione attuale
La strategia dell'anaconda, il lockdown petrolifero con conseguente contrazione del PIL mondiale e l'imposizione del disordine sono le direttrici del piano statunitense odierno dopo la fine della stagione prettamente militare di inizio Duemila. Le controparti possono interrompere in qualunque momento le manovre agendo in qualche modo: economicamente, con supporto ai proxy ecc., quindi non è una sentenza, ma teniamo conto che gli USA torneranno sempre alla carica, magari cambiando direttrice. Come abbiamo visto possono giocare la carta militare come per le guerre di inizio millennio o l’Iran oggi, la via politica diretta creando élite serve o indiretta come per le primavere arabe ed infine la strada economica con embarghi, assedi ecc., perché sebbene siano estremamente fallaci hanno la virtù della costanza. Alla sconfitta segue l'assestamento, la riorganizzazione, il cambio di strategia e il nuovo assalto - nello stesso campo di battaglia o in un altro. La sconfitta in Siria del ‘15 è diventata trionfo nel ‘24, il Venezuela che aveva avuto un ruolo nel far fallire la guerra egemonica di W. Bush oggi è piegato.
Non posso assecondare chi oggi davanti a queste sconfitte e alla virulenza del plutocrate statunitense cade vittima di un down psicologico, soffrendo la reazione dell'Impero in modo umorale, affogando in un bagno di disperazione e così non vedendo le luci nel buio, ma io ho sempre detto che questa "guerra" si vince facendo qualcosa. In via preventiva sgombriamo il campo: tra fare nulla e scatenare l'Armageddon esiste una estesa gradazione di reazioni che possono essere messe a terra: inviare aiuti economici e militari, non respingere da associazioni economiche i propri partner, offrire sostegno diplomatico, usare la leva dei contro embarghi e la guerra commerciale, attaccare la stabilità del dollaro, più avanti rotture di blocchi, azioni contro i proxy del nemico, contestazione del controllo di certe aree strategiche, ecc. Quindi prima di arrivare alle bombe atomiche la strada è decisamente lunga. Alcuni passi sono stati fatti ultimamente, anche se probabilmente non con la velocità che l'Impero riesce ad imprimere alla sua azione e a cui si vorrebbe rispondere.
Ci si potrebbe anche chiedere, nel caso peggiore, che possa succedere rispetto ad una maggiore assertività: se è più probabile che si vada allo scontro atomico perché ci si affonda una nave a vicenda in un luogo non essenziale per nessuno dei contendenti o piuttosto perché russi e cinesi finiranno nell'angolo con le spalle al muro. Magari con gli statunitensi che dopo essersi presi l'Asia centrale per interposto corridoio turco (un errore consentirlo nel 2023 forse un pegno eccessivo pagato a Erdogan per la tranquillità in Ucraina, in attesa che Gabriele si decida a licenziare il mio approfondimento sulla questione armena) cominceranno a dare problemi in Siberia o con i cinesi con l'acqua alla gola per le azioni americane su clienti e fornitori?
La strategia va adattata al nemico che si ha di fronte, non all’idea che noi abbiamo di lui, ma ancora una volta gli USA sono letti solo in chiave di mito o anti-mito: in un percolare tra “tanto cadranno da soli in futuro” e un “sono il centro imprescindibile dell'universo”.
Capisco la questione geopolitica e che le ossa del Venezuela non valessero uno scontro tra potenze, come si sente dire spesso, ma il vero problema è che per un certo tempo è sembrato che Cina e Russia non abbiano capito la vera posta in gioco in questo momento. Gli statunitensi ci avevano già provato con Bush figlio a controllare le risorse per strangolare cinesi e russi, uno con il controllo della disponibilità e l'altro gestendo i prezzi degli idrocarburi. Tanto che Brzezinski nella "Grande scacchiera" lo ha espresso chiaramente: la Cina non sarà mai una potenza mondiale, perché deve importare derrate e materie prime e gli statunitensi hanno ben interiorizzato il principio, anzi oggi hanno aggiunto ulteriori punti tra cui anche il controllo delle esportazioni, come ho esposto nella mia tesi sul lockdown petrolifero volto a contrarre l'economia mondiale.
Spero siano solo impressioni pre-politiche e che nei circoli che contano le idee siano più articolate, ma se come si sente dire spesso la Cina aspetta gli USA sull'uscio di casa per agire, sfoderando i nuovi poderosi sistemi d’arma, la lettura della strategia americana è completamente fraintesa. Washington vuole condizionare la crescita cinese controllando import ed export mondiale di materie prime e fonti energetiche e infine contrarre i mercati di smercio, non sguazzare davanti casa - quello è folklore. Se le cose stessero così i cinesi perderebbero anche senza bisogno di una nuova guerra dell'oppio, tornando in una posizione di sub potenza condizionata.
Non sostengo gli approcci sentimentali alla geopolitica, non penso che amare più di altri Venezuela, Cina, Russia ecc. sia necessario, vanno considerati solo come strumenti utili. Questo non vuol dire non tenere conto delle loro esigenze e finalità interne solo per realizzare il mondo ideale dei sogni, quindi la giustificazione della realpolitik tenetela in caldo per altri frangenti. Come si tratta bene il proprio flessibile così sarebbe bene aspirare a che i "nostri" strumenti geopolitici fossero efficaci e di successo. L'immobilismo contro l'Impero non funziona, l'appeasement coi turchi che ha come risultato farsi insidiare il Caucaso e in potenza l'Asia Centrale non è una situazione ottimale. Perdere gli avamposti vicino agli USA non è solo uno smacco d'immagine, ma la perdita di potenziali carte geostrategiche. Quando gli statunitensi metteranno i loro futuri ipersonici o meglio gli intercettori o qualunque altra cosa noiosa a Taiwan o sul confine russo il nostro amato duo che farà? Potrà ripetere il 1962 cubano? Ovviamente no. Esistono armi a distanza negli arsenali russi e cinesi per ribattere, ma sarà comunque un calo della deterrenza, i secondi battono i minuti e a Washington potranno accarezzare il sogno proibito del primo colpo.
Questo è il momento di agire, non di cincischiare. Quando l'impero, che è in effettiva crisi, si sarà riassestato - e intanto tra turbamenti dei mercati e dei commerci avrà indebolito il competitor più promettente - sarà difficile tenergli testa. Il nuovo 1861/65 non va sprecato.
È lesa maestà sottoporre a critica Cina e Russia?
Ritengo che ogni azione umana possa essere valutata senza che questo colpisca il valore del soggetto che ne è attore. Non considerare i cascami dell'esperienza storica sul comportamento contemporaneo, confondendoli aprioristicamente con una saggia condotta politico-militare è piuttosto naif. L’appeasement denghiano, nato in una situazione e realtà ben diverse dall'oggi e la svolta economicista, che sia chiaro era imprescindibile per trarre un miliardo di uomini dalla fame, quanto pesano sulla politica estera cinese ancorando lo schema politico attuale ad una situazione precedente? Possiamo poi cullarci nel mito della Cina eterna che alcuni alimentano in buona fede: quasi infallibile, diversa, confuciana? Forse dimentichi del ritiro cinese post ‘500 che li ha visti rinchiudersi nell'eburnea torre dell'autosufficienza che poi si è concluso miserabilmente nel secolo dell'umiliazione.
La stessa Russia (URSS) scottata dalla sovraesposizione geopolitica e militare di Breznev - flotta oceanica, proiezione sui mari, Afghanistan - non può subire ancora un atteggiamento conservativo di ritrosia? Nessuno pretende passi più lunghi della gamba, non ho paura di dire che una guerra in Ucraina nel ‘14 sarebbe stata un salto nel buio privi della preparazione economica e militare che ha consentito nel 2022 di reggere le azioni indirette occidentali, tra cui le sanzioni e l'isolamento. Oppure un investimento sul lato militare che non tenga conto dei principi politici volti a garantire stabilità politica ed economica interna, perdite non eccessive.
Evitiamo di reagire a specchio davanti allo schema dicotomico tanto caro ai liberali, dell’Occidente perfetto contro il resto composto da selvaggi. Trovo scorretto controbattere allo schematismo suprematista occidentale con una idealizzazione di modelli esterni, scontando un ipercorrettismo morale post-coloniale, che appunto non tiene conto di modelli ed esperienze storiche precedenti, alcune delle quali appena accennate, modelli che possano anche essere interpretati come corretti, anche in questa fase, ma è appunto questo che occorre analizzare e contestare nel caso, non è questo un giudizio etno-morale su classi politiche e popoli. Tanto più che Russia e Cina annoverano esse stesse personalità eminenti e analisti geopolitici più reattivi rispetto alla politica generale.
Se oggi possiamo criticare Von Moltke per il suo piano di guerra, che in realtà rispettava i principi tanto riusciti nel 1871, o Stalin per essersi liberato di Tuchačevskij, effettivamente un concorrente politicamente ingombrante, ma esponendo il paese alle ben note criticità sofferte nel ‘41 (ma ci sono decine di altri esempi qui in occidente in cui scelte teoricamente corrette hanno avuto cattive conseguenze), non vedo perché non accendere una spia su un fatto storico che è ancora in itinere e non solo da valutare ex post, come i precedenti, e che proprio per questo può essere ancora sovvertito.