Fuga dal capitalismo: la democrazia oltre il mercato
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Una recensione del libro di Clara E. Mattei che analizza austerità, disuguaglianza e la necessità di ripoliticizzare l'economia
Ci sono libri che spiegano l’economia come se fosse una scienza apolitica e incontestabile e libri che riportano la politica al centro dell’economia. Fuga dal capitalismo. Un libro che apre gli occhi, finalmente di Clara E. Mattei appartiene decisamente alla seconda categoria. L’obiettivo dell’autrice è esplicito: ripoliticizzare l’economia, mostrando che quelle che ci vengono presentate come necessità tecniche sono spesso il risultato di precise scelte, rapporti di forza e interessi.
L’autrice attacca il pensiero economico mainstream, considerato volutamente (e fintamente) spoliticizzato al fine di favorire gli interessi più forti del sistema economico, da una pluralità di assi. La tesi più forte del libro riguarda forse la disuguaglianza: siamo abituati a pensare alla povertà e alla concentrazione della ricchezza come conseguenze indesiderate di un mercato che, nel suo funzionamento ordinario, produrrebbe efficienza e benessere. Mattei propone di cambiare completamente prospettiva. Se la struttura del mercato è orientata all’accumulazione di capitale, allora la disuguaglianza non rappresenta necessariamente una deviazione dal suo funzionamento, ma ne è il più ordinario dei risultati. Quelli che l’economia dominante definisce «fallimenti del mercato» diventano così, nella lettura dell’autrice, «successi del mercato»: il sistema continua a fare ciò per cui è strutturato, ossia concentrare ricchezza dal basso verso l’alto, anche quando i suoi risultati sono incompatibili con i bisogni della maggioranza.
Secondo elemento a finire sotto la lente critica dell’autrice è quello della disoccupazione. Mattei, rifacendosi a una tradizione che annovera fra gli altri il Kalecki degli Aspetti politici del pieno impiego, osserva come la disoccupazione, lungi dall’essere una conseguenza sgradita del funzionamento dell’economia di mercato, ne è una colonna portante. Un certo livello di disoccupazione contribuisce a mantenere il rapporto di forza tra capitale e lavoro: chi è occupato sa di poter essere sostituito, mentre chi è fuori dal mercato costituisce una riserva di forza lavoro disponibile. La minaccia della perdita dell’impiego riduce così il potere contrattuale dei lavoratori e rende più difficile mettere in discussione salari e condizioni di lavoro. Mattei mostra come questo stato di fatto non solo non venga rispettato dagli economisti mainstream, ma anzi sia una parte integrante della loro interpretazione della realtà. Possiamo infatti intravedere un’accettazione esplicita e addirittura un’apologia della disoccupazione nella teorizzazione del NAIRU, il tasso di disoccupazione che non “accelera l’inflazione”, da parte degli economisti neoclassici, e nella loro ossessione per la cosiddetta (spesso non riscontrata) spirale prezzi-salari, che, nella loro interpretazione, a causa della continua rincorsa fra aumenti salariali e aumenti di prezzo da parte delle imprese, manderebbe fuori controllo l’economia una volta raggiunta un’occupazione prossima al pieno impiego.
Sulle ali di queste considerazioni, arriviamo a una delle tesi centrali del libro, ossia l’interpretazione che Mattei fornisce dell’austerità come cardine del mantenimento del capitalismo moderno: essa, secondo l’autrice, agisce direttamente sui rapporti di forza fra lavoratori e imprese, e va interpretata sotto questa ottica. Quando la domanda viene compressa, la disoccupazione aumenta e i salari vengono sottoposti a pressione, il risultato può essere il ripristino di condizioni più favorevoli alla redditività del capitale. L’austerità diventa quindi, nella lettura dell’autrice, uno strumento capace di disciplinare il lavoro e consolidare un determinato equilibrio economico. È una delle tesi più radicali del libro, perché invita a chiedersi se alcune politiche definite necessarie per «l’economia» non siano in realtà necessarie soprattutto alla riproduzione di determinati rapporti economici, senza badare ai bisogni della popolazione, ma anzi sistematicamente disattendendoli a vantaggio di un’élite ristrettissima.
Ma il punto in cui Fuga dal capitalismo diventa più interessante è quando Mattei sposta la discussione dalla redistribuzione alla produzione. Tassare i redditi più elevati, rafforzare il welfare o aumentare la spesa pubblica può cambiare la distribuzione della ricchezza, ma non risponde alla domanda fondamentale: chi controlla i processi attraverso cui quella ricchezza viene prodotta? Per l’autrice, la trasformazione deve quindi riguardare anche gli assetti proprietari e decisionali. Le esperienze di proprietà collettiva dei lavoratori, autogestione e investimento pubblico mostrano che produzione e investimento non dipendono necessariamente dal capitale privato.
È una distinzione importante: non si tratta soltanto di distribuire diversamente i risultati dell’economia, ma di intervenire sulle strutture che li producono. La direzione indicata da Mattei è quella di un sistema nel quale proprietà collettiva e pubblica assumano un ruolo centrale e nel quale le decisioni economiche siano progressivamente sottratte alla subordinazione esclusiva alla redditività privata. La domanda diventa allora molto concreta: chi decide cosa produrre e come produrlo? E per soddisfare quali bisogni?
Il libro si chiude con una riflessione sul significato della libertà e su come reinterpretarlo in senso socialista: Mattei recupera il pensiero di Zino Zini per contestare una concezione della libertà politica ridotta alla possibilità formale di eleggere i propri rappresentanti. Nella democrazia capitalista, osserva Zini, il cittadino è teoricamente sovrano ma rimane per gran parte del tempo subordinato a rapporti economici sui quali non esercita un controllo effettivo. Se la produzione resta organizzata attraverso rapporti profondamente diseguali, anche la libertà politica rischia di rimanere parziale e astratta.
La «vera libertà» che Mattei contrappone a questa concezione è dunque la libertà economica: emanciparsi dallo sfruttamento, partecipare alle decisioni che organizzano la propria vita materiale, poter mettere il valore umano davanti all’interesse economico privato. Il voto, in questa prospettiva, non perde importanza; semplicemente non può essere considerato sufficiente se le decisioni fondamentali sull’economia restano fuori dalla sfera della partecipazione democratica.
Fuga dal capitalismo è un libro apertamente socialista e non cerca di nascondere la propria posizione. Quello che abbiamo apprezzato, in lei come in altri autori (per dirne un altro di recente pubblicazione, possiamo citare Brancaccio col suo Libercomunismo), è la sua spinta a guardare sotto la superficie di parole come mercato, austerità, disoccupazione, efficienza e libertà, andando oltre la patina di “insindacabilità” che il mainstream economico cerca di conferire a specifiche interpretazioni di questi concetti, e tornando a interrogarsi sui rapporti di potere che contengono. Il risultato è un libro che non si limita a chiedere come correggere le disuguaglianze prodotte dal capitalismo, ma pone una domanda più scomoda: se quelle disuguaglianze sono legate alla struttura stessa del sistema, quanto può bastare redistribuire ciò che il sistema produce senza mettere in discussione chi possiede, chi decide e, soprattutto, chi ha il potere di cambiare le regole?