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Il furto al contrario

di
Filippo Dicchi
Filippo Dicchi

Cerca l'utopia socialista nelle crepe del capitalismo digitale. Aspetta la rivoluzione controllando se gli androidi hanno iniziato a sognare.

31 agosto 2026

Se comprare non significa più possedere, copiare diventa un gesto di conservazione

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C'è un momento, durante la raccolta, in cui una giornata di fermo macchina costa più di un mese di stipendio. Immaginate un agricoltore del Midwest, un trattore da qualche centinaio di migliaia di dollari, un sensore che smette di funzionare. L'uomo è un meccanico competente, come lo sono quasi tutti quelli che vivono di terra; il pezzo di ricambio è originale, ce l'ha in mano, l'ha pagato. Lo monta e la macchina non riparte. Perché il componente, per essere riconosciuto, deve essere "accoppiato" alla centralina da un software diagnostico che il produttore concede soltanto ai propri tecnici autorizzati. La riparazione fisica è finita in venti minuti. L'autorizzazione arriverà quando arriverà, e il grano intanto sta nel campo.

Da anni gli agricoltori americani risolvono la faccenda comprando firmware crackato su forum semiclandestini, spesso di provenienza dell'Europa dell'Est: una filiera che il giornalista Jason Koebler ha documentato a partire dal 2017 e che nel frattempo si è fatta industria minore. Nel gennaio 2023 John Deere ha firmato con la American Farm Bureau Federation un memorandum d'intesa sulla riparabilità, volontario e non vincolante, che gli agricoltori hanno giudicato quasi subito insufficiente perché non consegna le chiavi del software. Nel gennaio 2025 la Federal Trade Commission, assieme agli Attorneys General di Illinois e Minnesota, ha citato in giudizio l'azienda per pratiche monopolistiche nel mercato delle riparazioni.

Chiamiamo pirateria il gesto di quell'agricoltore. Vorrei sostenere che è il contrario: che è l'esercizio di un diritto, e che a essere in corso è un furto di segno opposto, molto più grande e perfettamente legale.

Comprare non è possedere

Il principio giuridico che rendeva possibile la proprietà si chiama, nel diritto statunitense, first sale doctrine e nel nostro esaurimento del diritto: fissato dalla Corte Suprema americana nel 1908 con Bobbs-Merrill v. Straus, dice che dopo la prima vendita autorizzata il controllo del titolare finisce. Il libro che hai comprato è tuo: puoi prestarlo, rivenderlo, annotarlo, tenerlo in cantina per trent'anni. È una regola così ovvia che nessuno la pensava fragile.

Poi gli oggetti hanno cominciato a contenere software, e il software non si vende: si licenzia. La Corte di giustizia dell'Unione europea, nel 2012, con la sentenza UsedSoft contro Oracle, aveva stabilito che una licenza software scaricata si può rivendere come un bene usato. Sette anni dopo, nel caso Tom Kabinet, la stessa Corte ha deciso che agli e-book quel principio non si applica, perché la fornitura di un libro digitale non è distribuzione ma comunicazione al pubblico. Due sentenze, due mondi. La biblioteca di carta è patrimonio, quella digitale è un abbonamento che nessuno ha chiamato così.

Aaron Perzanowski e Jason Schultz hanno dato a questo slittamento il nome più esatto in The End of Ownership: la fine della proprietà. Non è teoria. Nel luglio 2009 Amazon cancellò a distanza dai Kindle dei propri clienti le copie di 1984, e la coincidenza fu talmente perfetta che sembrò una sceneggiatura. Nel 2016 Google spense i server dell'hub domotico Revolv, trasformando in soprammobile un apparecchio da trecento dollari acquistato pochi mesi prima. Alla fine del 2019 Sonos offrì uno sconto a chi accettasse di mettere i vecchi diffusori in una "modalità riciclo" che li rendeva definitivamente inservibili, cioè non rivendibili né donabili. Nel 2022 BMW propose in alcuni mercati l'attivazione a pagamento mensile dei sedili riscaldati già installati nell'auto: l'hardware era lì, dentro il bene comprato, e restava spento per contratto.

Lawrence Lessig lo aveva scritto quando la rete era ancora giovane: code is law, il codice è legge. L'architettura tecnica di un dispositivo non è neutra, è normativa: decide cosa puoi fare con una precisione e una silenziosità che nessun tribunale possiede. La differenza è che una legge la si discute in parlamento, mentre il firmware lo scrive un ufficio legale insieme a un ufficio marketing, e non prevede appello.

La seconda recinzione

A questa forma di potere serviva una copertura penale, e l'ha ottenuta. La sezione 1201 del Digital Millennium Copyright Act americano, del 1998, e in Europa l'articolo 6 della direttiva 2001/29, non puniscono la violazione del diritto d'autore: puniscono l'aggiramento delle misure tecniche di protezione, indipendentemente da ciò che vuoi farne. Cory Doctorow ha coniato per questo l'espressione più fulminante che abbiamo: felony contempt of business model, oltraggio criminale a un modello di business. Il reato non è copiare, è disobbedire a un'architettura commerciale.

Il fatto che il diritto positivo stia lentamente ammettendo l'assurdo è la prova migliore della tesi. Il Librarian of Congress, nei cicli triennali di deroghe al DMCA, ha riconosciuto che eludere una protezione per diagnosticare e riparare un veicolo, compresi quelli agricoli, non deve essere illecito. Nel 2024 l'Oregon è diventato il primo Stato americano a vietare esplicitamente il parts pairing, cioè la pratica che ferma il trattore dell'esempio iniziale; il Colorado, dopo aver legiferato nel 2022 sulle sedie a rotelle elettriche, ha esteso nel 2023 il diritto di riparazione ai macchinari agricoli; il Minnesota, la California e New York hanno approvato leggi analoghe, quella di New York svuotata a tal punto durante l'iter da essere diventata un manuale su come si cattura una norma. In Europa la direttiva 2024/1799 obbliga i produttori a riparare certi beni anche fuori garanzia e vieta gli ostacoli contrattuali, hardware e software alla riparazione indipendente.

Il quadro concettuale per leggere tutto questo l'ha fornito il giurista James Boyle nel 2003, parlando di secondo movimento di recinzione. Il primo, quello studiato da Marx nelle pagine sull'accumulazione originaria, recintò le terre comuni inglesi e produsse contemporaneamente il proprietario e il salariato. Il secondo recinta l'intangibile: il sapere, la cultura, il codice, e oggi anche il diritto di aprire con un cacciavite un oggetto che è stato pagato per intero. Non è una metafora elegante. È lo stesso gesto, sullo stesso tipo di bene comune, con la stessa asimmetria di forza. Ed è utile ricordarsi, mentre si accusa di furto un agricoltore con un cacciavite, quale sia la frase con cui Proudhon aveva definito nel 1840 la proprietà.

Le opere che spariscono

C'è però un secondo fronte, e riguarda non gli oggetti ma la memoria. Nell'agosto del 2022 Warner Bros. Discovery cancellò Batgirl, un film praticamente finito, costato circa novanta milioni di dollari: non perché fosse brutto, ma perché farlo sparire produceva un vantaggio contabile superiore a quello di distribuirlo. L'anno successivo la stessa logica sfiorò Coyote vs. Acme, salvato dall'indignazione pubblica. Nello stesso biennio decine di titoli originali sono stati rimossi dai cataloghi di HBO Max, Disney+ e Netflix per tagliare royalty e svalutare asset. Nel giugno 2024 Paramount ha spento l'archivio online di MTV News: decenni di giornalismo musicale, interviste, cronache, scomparsi in una notte perché mantenere un server costa e nessun bilancio contempla la voce "documenti".

Il caso più impressionante è quello dei videogiochi. Uno studio del 2023 della Video Game History Foundation, condotto con la Software Preservation Network, ha calcolato che l'87 per cento dei titoli pubblicati negli Stati Uniti prima del 2010 non è commercialmente disponibile in alcuna forma: un tasso di estinzione peggiore di quello del cinema muto. Il 31 marzo 2024 Ubisoft ha spento i server di The Crew, rendendo integralmente ingiocabile un gioco che milioni di persone avevano comprato, non affittato. Da lì è nata l'iniziativa dei cittadini europei Stop Killing Games, che nell'estate 2025 ha superato il milione di firme.

Sull'altro lato, chi prova a conservare in modo ordinato viene fermato. L'Internet Archive praticava il controlled digital lending: possiedo una copia fisica, ne presto una digitale alla volta. Nel marzo 2023 il tribunale di New York ha stabilito che non è fair use, e nel settembre 2024 la Corte d'appello del Secondo Circuito ha confermato. La biblioteca, in quanto istituzione, ha perso. Nel frattempo la custodia privata si è rivelata per quello che è: nel 2008 un incendio negli studi Universal distrusse un caveau di nastri originali, e la reale portata del disastro emerse soltanto undici anni dopo grazie a un'inchiesta di Jody Rosen sul New York Times Magazine.

Il risultato è un paradosso che merita di essere guardato in faccia. Numerosi episodi di Doctor Who degli anni Sessanta, cancellati dalla BBC per liberare spazio negli archivi, esistono oggi soltanto grazie a registrazioni audio che alcuni ragazzi fecero di nascosto davanti al televisore: cioè grazie a copie non autorizzate. Una parte consistente della letteratura scientifica mondiale è consultabile, per chi non ha una biblioteca universitaria alle spalle, solo attraverso archivi illegali. La pirateria, in questi casi, non sottrae niente a nessuno: è l'unica cosa che resta.

L'obiezione che fa male

Sarei disonesto se mi fermassi qui, perché contro tutto questo esistono tre obiezioni, e la terza è seria.

La prima è quella dei creatori: musicisti, scrittrici, piccoli studi di sviluppo vivono del diritto d'autore, e chi difende la copia rischia di difendere chi non paga. Ma la tesi non nega il compenso: nega il controllo perpetuo dopo la vendita e la cancellazione unilaterale. Un'opera fuori commercio, orfana o distrutta per convenienza fiscale non toglie pane a nessuno, perché nessuno la sta vendendo.

La seconda è quella dei produttori: sicurezza, emissioni, responsabilità civile. Una batteria montata male prende fuoco, un trattore ri-programmato può violare le norme ambientali. Sono preoccupazioni legittime che la Federal Trade Commission, nel rapporto Nixing the Fix del 2021, ha però giudicato in larga parte non sostenute dai fatti; e in ogni caso la sicurezza giustifica standard e certificazioni, non un monopolio sul cacciavite.

La terza obiezione è la più scomoda, perché non viene dai piccoli ma dai giganti, ed è che questo ragionamento si presta a essere indossato da chi non ne ha alcun diritto. Nel 2025 due tribunali californiani hanno deciso cause sull'addestramento dei modelli linguistici su libri prelevati da librerie ombra: in un caso contro Meta i ricorrenti hanno perso, ma per come avevano argomentato, con il giudice che segnalava esplicitamente la possibilità di esiti opposti; in un altro, contro Anthropic, il giudice ha distinto con nettezza l'addestramento su libri legittimamente acquistati, ritenuto lecito, dallo scaricare e conservare una biblioteca piratata, che non lo è, e la vicenda si è chiusa con un accordo transattivo descritto come il più grande della storia del copyright americano.

È una distinzione che conviene raccogliere invece di subire, perché è esattamente la linea che tiene in piedi tutto il discorso. Non conta se il gesto tecnico è lo stesso, copiare bit senza permesso. Conta la direzione in cui si muove il potere. Da un lato c'è chi accede, ripara, conserva, cioè chi tiene aperto un bene comune: l'agricoltore, la biblioteca, il fan che salva una serie, il ricercatore senza istituzione. Dall'altro c'è chi preleva un patrimonio collettivo per recintarlo di nuovo, stavolta dentro un modello proprietario da miliardi. Il primo apre una recinzione. Il secondo ne costruisce una più alta. Chiamarli con lo stesso nome è il servizio migliore che si possa rendere al secondo.

Aaron Swartz, che scaricò milioni di articoli scientifici e fu incriminato per questo rischiando decenni di carcere, e che si uccise a ventisei anni nel gennaio 2013 mentre il processo andava avanti, aveva rovesciato la questione una volta per tutte:

"Non c'è giustizia nel rispettare leggi ingiuste. È tempo di venire alla luce e, nella grande tradizione della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto privato della cultura pubblica" (A. Swartz, Guerilla Open Access Manifesto, 2008).

Il furto privato della cultura pubblica. È la formula esatta, e ribalta i ruoli senza bisogno di argomentare. Perché alla fine la domanda è una sola, e ha una risposta imbarazzante. Chi è il pirata: l'agricoltore che sblocca il proprio trattore per portare a casa il raccolto, il bibliotecario che presta una copia alla volta di un libro che possiede, il ragazzo che registra di nascosto una puntata che l'emittente cancellerà; oppure chi distrugge un film finito perché il fisco premia la distruzione, spegne trent'anni di giornalismo per risparmiare sull'hosting, vende come acquisto ciò che può revocare la notte stessa. Uno dei due gruppi conserva. L'altro possiede il diritto di far sparire le cose, e lo esercita.

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Riferimenti bibliografici

Aaron Swartz, Guerilla Open Access Manifesto (2008)
James Boyle, The Second Enclosure Movement and the Construction of the Public Domain, in "Law and Contemporary Problems" 66 (2003), e The Public Domain: Enclosing the Commons of the Mind (2008)
Lawrence Lessig, Code and Other Laws of Cyberspace (1999; ed. riveduta Code: Version 2.0, 2006), Free Culture (2004), Remix (2008)
Aaron Perzanowski e Jason Schultz, The End of Ownership: Personal Property in the Digital Economy (2016); Aaron Perzanowski, The Right to Repair (2022)
Cory Doctorow, The Internet Con: How to Seize the Means of Computation (2023), e i saggi su enshittification, interoperabilità avversariale e felony contempt of business model
Yochai Benkler, The Wealth of Networks (2006)
Elinor Ostrom, Governing the Commons (1990); Charlotte Hess e Elinor Ostrom (a cura di), Understanding Knowledge as a Commons (2007)
Pierre-Joseph Proudhon, Che cos'è la proprietà? (1840)
Karl Marx, Il Capitale, Libro I, sezione VIII, sull'accumulazione originaria e le recinzioni (1867)
Karl Polanyi, La grande trasformazione (1944)
Yanis Varoufakis, Tecnofeudalesimo (2023);
Jathan Sadowski, Too Smart (2020);
Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza (2019)
Fonti giornalistiche e rapporti:
Jason Koebler, inchieste sul firmware dei trattori, Motherboard e 404 Media (dal 2017)
Federal Trade Commission, Nixing the Fix: An FTC Report to Congress on Repair Restrictions (2021)
Video Game History Foundation e Software Preservation Network, studio sulla disponibilità commerciale dei videogiochi classici (2023)
Jody Rosen, The Day the Music Burned, "The New York Times Magazine", 11 giugno 2019
Sentenze e atti normativi:
Bobbs-Merrill Co. v. Straus, US Supreme Court (1908); Kirtsaeng v. John Wiley & Sons, US Supreme Court (2013)
UsedSoft GmbH v. Oracle International Corp., CGUE, causa C-128/11 (2012); Nederlands Uitgeversverbond e Groep Algemene Uitgevers v. Tom Kabinet, CGUE, causa C-263/18 (2019)
Hachette Book Group v. Internet Archive, District Court SDNY (2023) e Court of Appeals for the Second Circuit (2024)
Kadrey v. Meta Platforms e Bartz v. Anthropic, District Court for the Northern District of California (2025)
Digital Millennium Copyright Act, sezione 1201 (1998) e cicli triennali di esenzione del Librarian of Congress; Direttiva 2001/29/CE, articolo 6
Direttiva (UE) 2024/1799 sulle norme comuni per la promozione della riparazione dei beni; leggi statali statunitensi sul diritto alla riparazione (New York 2022, Colorado 2022 e 2023, Minnesota 2023, California SB 244 2023, Oregon SB 1596 2024)