Gender ma che vor dì?
Educatrice, attivista e rompiscatole professionista. Mi occupo di genere, infanzia ed educazione.
Differenze biologiche e ruoli sociali: come la cultura trasforma il corpo in destino e lo stereotipo in identità.

Ogni volta che in questo paese - e non solo! - si cerca di introdurre nelle scuole un qualsiasi tipo d’intervento formativo per arginare le diverse forme di violenza sessista/omofoba/transfobica a cui assistiamo purtroppo tutti i giorni, riciccia fuori lo spauracchio dell’ ideologia gender… ma gender che vor dì?
Facciamo un passo indietro.
A partire dagli anni ‘70 del Novecento numerose ricerche multidisciplinari si sono poste l’obiettivo d’indagare l’influenza che la “cultura” gioca nella costruzione della soggettività e quindi di ciascuna individualità umana. Quanto c’è di biologico – e quindi d’innato – nel nostro modo di sentire, percepirci e agire e quanto invece veniamo influenzati dall’educazione e dalle aspettative sociali che si producono in un determinato contesto storico-sociale?
All’interno di questa enorme questione, molte studiose hanno concentrato la loro riflessione sul portato che avrebbe il nascere femmina o maschio in una determinata società. Arriviamo così al termine Gender, che entra nell’ambito dell’antropologia e della sociologia grazie al saggio di Gayle S. Rubin del 1975 [1], per denominare "l’insieme dei processi, adattamenti, modalità di comportamento e di rapporti, con i quali ogni società trasforma la sessualità biologica in prodotti dell’attività umana e organizza la divisione dei compiti tra gli uomini e le donne, differenziandoli l’uno dall’altro"[2]. Non solo quindi "donne non si nasce ma si diventa" dalla famosa frase di Simone de Beauvoir, ma anche "uomini non si nasce ma si diventa" grazie a un processo di inculturazione che inizia già alla nostra nascita.
Questo condizionamento attuato attraverso la socializzazione influenza la costruzione del sé e la nostra esperienza con le altre persone grazie anche a una funzione cognitiva fondamentale: il “processo di categorizzazione”. Per percepire il mondo, infatti, la nostra mente utilizza una specie di “sistema di etichettatura” che permette un grandissimo risparmio di energie cognitive in quanto riduce al minimo la differenza tra enti inseriti in una medesima categoria – assimilazione intracategoriale – dall’altro ci fa percepire come il più possibile distinti quelli inseriti in categorie diverse – differenziazione intercategoriale. Il processo di “categorizzazione sociale” segue lo stesso schema: porta ad attribuire tratti ritenuti tipici di un determinato gruppo a ogni singolo individuo che ne farebbe parte con la creazione dello stereotipo e delle aspettative a esso connesse, allo stesso tempo ci fa percepire in maniera diversissima due persone ritenute far parte di due gruppi diversi. Così, per quanto riguarda i generi, si conferiscono caratteristiche speculari e opposte che riempiono di significati predeterminati i termini “maschio” - “femmina”.
Come è evidente dal discorso fin qui fatto, nessuno vuole negare le diversità biologiche evidenti tra un uomo e una donna, ma semplicemente riflettere su quegli attributi che culturalmente vengono ricavati da queste differenze.
Detto in parole povere: quando ci capiterà di pensare che un uomo sia da sposare perché piega decentemente una maglietta o sa cambiare un pannolino, o che una donna sia la figlia di MacGyver perché capace di mettere un chiodo al muro o cambiare una lampadina, ricordiamoci di come gli stereotipi di genere plasmano il nostro immaginario.
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[1] Rubin, G. S., The Traffic in Women: Notes on the “Political economy” of sex, in Raiter R. R. (a cura di), Towards an Anthropology of Women, Monthly Rewiew Press, 1975.
[2] Piccone Stella S., Saraceno C., Genere. La costruzione sociale del femminile e del maschile, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 7.