Il gioco del debito
Fisico teorico e ricercatore in Intelligenza Artificiale. Mi occupo di energia e sistemi complessi e scrivo di politica, transizione ecologica e tecnologie, intrecciando analisi scientifica e riflessione politica.
Perché un debito impagabile continua a governare le nostre scelte
«Solo una crisi — reale o percepita — produce un cambiamento reale. […] finché ciò che è politicamente impossibile diventi politicamente inevitabile.»— Milton Friedman, citato da Naomi Klein in The Shock Doctrine.
«Voi siete tutti cavalli in un ippodromo!»«Non sono un cavallo. Sono una persona. Per questo motivo... voglio sapere chi siete.» «Non me l'aspettavo. Non pensavo che saresti arrivato fin qui.» «Bastardi che credono che le persone siano cavalli da corsa e che sono convinti di esserne i proprietari. Noi non siamo cavalli, siamo esseri umani. Gli esseri umani sono...» — Squid Game, stagione 3, dialogo tra Front Man e Giocatore 456.
«Ci si ricordi dei famosi processi alle streghe: allora anche i giudici più sagaci e benevoli non dubitavano del fatto che sussistesse lì una colpa; le “streghe” stesse non ne dubitavano – e tuttavia la colpa non c’era»— Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, III dissertazione.— Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, III dissertazione.
Il paradosso del debito
C'è un momento, in Squid Game, che segna un punto di non ritorno. È quello in cui i protagonisti smettono di pensare al debito come a un problema da risolvere e iniziano a viverlo come una condizione permanente. Da quel momento, cessano di cercare una via d'uscita: si concentrano unicamente sulla loro ultima opportunità di riscatto. Ed è proprio allora che il gioco può cominciare, perché chi è convinto di non avere più nulla da perdere è disposto a rischiare tutto.
Marco Bersani, nel suo Dacci oggi il nostro debito quotidiano. Strategie dell'impoverimento di massa, descrive un meccanismo sorprendentemente simile, ben prima che la serie coreana lo rendesse familiare a centinaia di milioni di spettatori. Il paradosso che lui porta è questo: un debito di 5.000 euro può toglierti il sonno, perché è ancora abbastanza piccolo da sembrare affrontabile. Continui a fare calcoli, a cercare soluzioni, a sperare di uscirne. Un debito di 500.000 euro, invece, può produrre l'effetto opposto: quando capisci che non riuscirai mai a ripagarlo, l'ansia lascia spazio alla rassegnazione. Il debito non è più un incidente da superare, ma il nuovo orizzonte entro cui sei costretto a vivere.
A partire da questo paradosso, Bersani invita a fare un salto di livello. Il debito pubblico italiano — così come quello globale, che oggi supera di tre volte il PIL mondiale — non è un debito destinato a essere estinto integralmente in un momento preciso della storia. Cioè viviamo nella condizione di un debito impagabile, ma continuiamo a comportarci come se lo fosse. Gran parte del dibattito politico continua a essere costruito come se quell'obiettivo fosse concretamente raggiungibile: ogni legge di bilancio, ogni "riforma necessaria", ogni sacrificio imposto ai lavoratori o ai servizi pubblici viene presentato come un passo indispensabile sulla strada del suo risanamento. È proprio questo il paradosso su cui Bersani invita a riflettere: se nessuno si aspetta davvero che quel debito venga un giorno azzerato, quale funzione svolge il richiamo permanente alla sua riduzione?
Il gioco non ha bisogno di te vivo, ha bisogno di te che resti seduto
In Squid Game nessuno sceglie di partecipare nonostante i propri debiti. Al contrario, i concorrenti entrano nel gioco proprio perché i loro debiti sono ormai diventati insostenibili. Non esiste più un piano realistico per ripagarli, né una via d'uscita credibile: il gioco appare come l'unica alternativa rimasta.
Se si mette da parte la finzione narrativa, la sua struttura ricorda da vicino il meccanismo descritto da Bersani nel suo libro. Chi detiene il potere resta nell'ombra, le regole vengono presentate come inevitabili e imparziali, pur riflettendo rapporti di forza ben precisi, e perfino la libertà di "andarsene quando si vuole" si rivela in gran parte illusoria. Perché fuori dal gioco non c'è il ritorno alla libertà, ma lo stesso debito da cui si era cercato di fuggire.
Sostituite "il gioco" con "i mercati finanziari" e il quadro cambia molto poco. Anche i mercati vengono raccontati come un'entità impersonale: si agitano, si rassicurano, "reagiscono". Ma dietro questa rappresentazione si perdono quasi sempre di vista gli attori concreti — fondi d'investimento, banche, grandi investitori, agenzie di rating — che ne orientano i comportamenti.
Lo stesso vale per molte delle regole che governano la finanza pubblica. Prendiamo la soglia del 60% del rapporto debito/PIL, introdotta dal Trattato di Maastricht come parametro di riferimento. Quel numero è spesso presentato come il confine oggettivo tra un Paese "virtuoso" e uno "non virtuoso". Eppure non deriva da una legge economica universalmente valida né da una soglia scientificamente dimostrata: è una convenzione politica, diventata nel tempo una regola percepita come naturale e indiscutibile. Proprio come nel gioco di Squid Game, le regole finiscono per apparire inevitabili, anche quando sono il risultato di scelte umane.
Ed è questo il punto: il gioco non ha bisogno che tutti vincano, né che tutti perdano. Ha bisogno che continuino a partecipare, perché è la permanenza nel gioco, più ancora del suo esito, a garantire il funzionamento del sistema.
In Squid Game il debito è individuale e la posta in gioco è la vita dei singoli concorrenti. Nel caso del debito pubblico, invece, il debito è collettivo e ciò che viene progressivamente messo in gioco non è la sopravvivenza fisica di una persona, ma la qualità della vita di un'intera società: servizi pubblici, investimenti, salari, pensioni, scuola, sanità, infrastrutture. Se il debito viene presentato come un'emergenza permanente, ogni arretramento dei diritti può essere raccontato come un sacrificio inevitabile anziché come una scelta politica. In questa prospettiva possono essere lette anche molte privatizzazioni giustificate negli anni come necessarie per ridurre il debito pubblico: dalla vendita di partecipazioni statali fino alla concessione di infrastrutture strategiche. Al di là del giudizio sui singoli casi, il punto è che la riduzione del debito viene spesso presentata come un vincolo tecnico che restringe il campo delle decisioni politiche.
Il debito come colpa
C'è un dettaglio linguistico che Bersani cita e che vale la pena tenere al centro di questo ragionamento: in tedesco, la lingua che ha plasmato più di ogni altra l'ortodossia del rigore di bilancio europeo, "debito" e "colpa" sono la stessa identica parola — Schuld. Questa coincidenza linguistica riflette una concezione morale del debito che ha influenzato il dibattito europeo da cui vengono i criteri di Maastricht: essere indebitati ed essere colpevoli non sono due condizioni distinte, ma un’unica condizione, inscritta nel linguaggio prima ancora che nella politica.
Ecco perché il debito enorme non produce solo un calcolo rassegnato — tanto non si può pagare, quindi ci si adegua — ma qualcosa di più profondo: la vergogna.
E la vergogna è un dispositivo di controllo molto più efficace della paura, perché non ha bisogno di minacciare nessuno. Basta che il debitore si senta già in torto, pronto ad accettare qualunque sacrificio come giusta espiazione invece che come imposizione subita.
Anche qui, Squid Game mette in scena il meccanismo con precisione chirurgica: i concorrenti non sono soltanto disperati per i loro debiti, se ne vergognano. Li nascondono alle famiglie. Li vivono come un fallimento personale, non come il prodotto di un sistema economico che a un certo punto ha smesso di redistribuire quello che produceva. È la stessa vergogna che, trasposta su scala nazionale, ci è stata raccontata come favola: "abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità". Peccato che i dati raccontino un'altra storia: al netto degli interessi, lo Stato italiano ha speso meno di quanto incassava ininterrottamente dai primi anni '90 — con avanzi primari da record europeo, superiori a Germania e Francia. Non è la spesa per servizi e welfare ad aver gonfiato il debito: è il costo degli interessi, esploso proprio a partire dalla scelta del 1981 di rendere la Banca d'Italia indipendente dal Tesoro.
Chi ha scritto le regole del gioco
Un debito così grande non è destinato a essere realmente estinto. Forse, allora, la sua funzione non è quella di essere ripagato. La sua funzione è un'altra: produrre obbedienza, rassegnazione e, soprattutto, il senso di colpa di chi si sente costantemente in difetto. In questa logica, il potere non nasce dall'estinzione del debito, ma dalla sua perpetua rinegoziazione: finché il debitore dipende dal credito per rifinanziarsi, il rapporto di forza continua a esistere.
Quando il debito diventa una condizione permanente, anche l'emergenza rischia di diventarlo. È il clima politico in cui viviamo ormai dalla crisi finanziaria del 2008. Tagliare la spesa pubblica, privatizzare beni comuni, comprimere i salari, ridurre gli investimenti sociali: misure che in condizioni ordinarie sarebbero oggetto di un conflitto politico vengono presentate come semplici conseguenze di un vincolo economico. È in questo passaggio che il debito smette di essere soltanto una grandezza contabile e diventa uno strumento di governo. Nel discorso pubblico, il debito pubblico smette così di essere un problema tra gli altri e diventa il problema, rispetto al quale ogni altra scelta politica viene subordinata.
A questo punto, la domanda che siamo soliti farci è forse quella sbagliata. Non è: come lo paghiamo. È: chi ha scritto le regole, a vantaggio di chi e perché continuiamo ad accettarle come se fossero inevitabili.
Finché continueremo a pensare di essere cavalli in un ippodromo, continueremo a discutere di come correre più forte. Solo quando torneremo a considerarci persone potremo iniziare a discutere delle regole della corsa.
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Bibliografia essenziale
Marco Bersani, Dacci oggi il nostro debito quotidiano. Strategie dell'impoverimento di massa.
David Graeber, Debt. The First 5000 Years (Debito. I primi 5000 anni).
Naomi Klein, Shock Doctrine. L'ascesa del capitalismo dei disastri.
Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico.
Thomas Piketty, Capitale e ideologia.
Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore.
Joseph Stiglitz, L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa.
Yanis Varoufakis, Adults in the Room (oppure Il Minotauro globale).
Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, II e III dissertazione.