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Hormuz: la circolazione armata del mercato mondiale

3 aprile 2026

Perché in Iran non è una "guerra per il petrolio", ma per il governo dei flussi globali

hormuz ecosocialist.jpg di Mattia Acerbo (The Ecosocialist)

Il mondo come sfera

Per anni abbiamo pensato il mondo della globalizzazione come una sfera liscia: un pianeta ormai unificato dal commercio, dai diritti, dalla libera circolazione, dai mercati, dalle istituzioni internazionali. Una superficie omogenea su cui merci, capitali e individui possono muoversi senza attriti, come se la storia, giunta alla sua “fine”, avesse finalmente trovato la propria forma naturale.

L’universalismo liberale ha dato a questa immagine la sua forma più potente. Con i suoi “diritti universali”, esso produce la figura di un individuo altrettanto universale, un soggetto che, ovunque si trovi, desidererebbe già spontaneamente il nostro stile di vita, il nostro modello di consumo, libere elezioni, autonomia privata e riconoscimento giuridico. La logica è che tutti sarebbero già, in potenza, il medesimo individuo liberale che noi conosciamo; dovrebbero soltanto essere liberati dagli ostacoli culturali, politici o religiosi che impediscono loro di diventarlo fino in fondo.

A questa universalizzazione dell’individuo corrispondeva un’immagine del mondo altrettanto universale: un ordine liberal-democratico che si offriva come spazio neutro di diritti, mercato e libera circolazione. Era questa la vera liscezza della globalizzazione: la forma ideologica di un universalismo capitalistico che elevava i propri interessi particolari a destino generale dell’umanità. Sotto la promessa del “libero mercato” e dell’apertura universale restavano occultate le gerarchie, le dipendenze, le asimmetrie e la forza materiale su cui quell’ordine si reggeva.

Che cosa affiora, allora, quando la superficie si incrina?

Affiora il retroterra reale della cosiddetta “libertà di commercio” e della “libertà dei mari”. Affiorano rotte protette, flotte, assicurazioni, basi, sanzioni, blocchi, corridoi, punti di strozzatura. Affiora, in una parola, la circolazione armata del capitale. Ma questi flussi non trasportano semplici merci. Trasportano energia, carburante, grano, medicinali: tutto ciò che serve alla continuità della vita quotidiana. Governare la circolazione non significa infatti soltanto controllare il commercio mondiale, ma intervenire sulle condizioni materiali della riproduzione sociale. Il mercato mondiale non vive di una spontanea armonia degli scambi, dal momento che la sua unità va continuamente organizzata, sorvegliata, difesa e, quando serve, imposta con la forza militare. Nei momenti di crisi, infatti, ciò che il business as usual della globalizzazione rendeva invisibile, irrompe in piena luce: la guerra e il conflitto, lungi dall’irrompere dall’esterno, sono parti integranti del funzionamento del mercato mondiale, uno dei modi attraverso cui ne vengono prodotti, difesi o ristrutturati i presupposti materiali e gli equilibri. Il capitale è un rapporto sociale in movimento che, per continuare a valorizzarsi, deve produrre, difendere e ristrutturare incessantemente i propri presupposti materiali. È per questo che la guerra non si limita a distruggere, ma interviene sulle condizioni stesse della circolazione.

Per questo Hormuz conta così tanto. Non solo perché da lì passa una quota decisiva dell’energia mondiale, ma perché in quel passaggio si concentra l’intero problema della modernità fossile: il fatto che la circolazione del capitale dipenda da una geografia materiale fragile, militarizzata e continuamente contendibile. Colpire, bloccare o presidiare Hormuz non significa allora soltanto intervenire su un passaggio energetico. Significa agire su uno dei nodi materiali attraverso cui il capitalismo fossile organizza insieme accumulazione, commercio e riproduzione della vita quotidiana su scala globale. Dietro l’apparente fluidità con cui circolavano, come su una sfera omogenea del tutto liscia, flussi di merci, capitali ed energia riemergono le striature politiche che solcano le divisioni del mondo.

In un mondo striato, infatti, non c’è geopolitica senza ecologia politica, dal momento che ogni proiezione di potenza presuppone il controllo delle basi materiali della vita e dei flussi da cui dipende la riproduzione sociale.

Iran: guerre per il petrolio?

La tesi più ovvia e immediata è anche la più seducente: gli Stati Uniti fanno guerra all’Iran per il petrolio. A prima vista sembra quasi imporsi da sola, dal momento che il teatro del conflitto coincide con uno dei nodi energetici più sensibili del capitalismo fossile. Attraverso Hormuz transita più di un quarto del commercio marittimo mondiale di greggio, circa 20 milioni di barili al giorno, e circa un quinto del consumo globale di liquidi petroliferi, la gran parte diretta verso i mercati asiatici.

Un primo punto è questo: gli Stati Uniti non dipendono da quel petrolio. Attraverso Hormuz importano a malapena il 2% del loro consumo di liquidi petroliferi: una quota modesta rispetto al peso sistemico che quello stretto esercita sul mercato mondiale.

Eppure la chiusura di Hormuz non conviene economicamente agli Stati Uniti nel complesso: il greggio sale, insieme alla benzina americana e all’inflazione che ne consegue, dai prezzi del petrolio, schizzati oltre i 100 dollari, fino alla benzina, in rialzo del circa 30–33%. Nel breve periodo la crisi ha persino rafforzato il dollaro come valuta rifugio; nel medio periodo, però, rischia di accelerare esattamente ciò che Washington teme di più: la fine del dominio del petrodollaro.

Il meccanismo è relativamente semplice. Il petrolio mondiale si compra in dollari, il che obbliga i paesi importatori ad accumulare riserve in valuta americana e a riciclare quella liquidità in titoli del Tesoro, finanziando così il debito che sostiene la proiezione militare globale degli Stati Uniti. Se un numero crescente di paesi iniziasse a commerciare in yuan o rubli — tendenza che la crisi di Hormuz accelera — quella fonte di finanziamento potrebbe diventare insostenibile, rivolgendo il “potere del dollaro” contro se stesso. Una crisi prolungata spinge inoltre i paesi del Golfo, grandi investitori nell’economia americana e nei data center per l’intelligenza artificiale, a ridurre gli investimenti per fronteggiare la crisi, provocando una bolla finanziaria in alcuni settori del Tech. La combinazione di questi aspetti - oltre alla completa assenza di consenso interno, alle profonde divisioni del paese e alle scarse, se non nulle, possibilità di successo di un’invasione di terra dell’Iran - rischia di portare, progressivamente, al crollo definitivo dell’Impero.

E allora perché l’Iran?

Il governo dei flussi

La formula della “guerra per il petrolio” è del tutto insufficiente a spiegare ciò che stiamo vivendo, perché suggerisce ancora l’immagine troppo semplice di una potenza che muove guerra per impadronirsi di un bene di cui avrebbe immediatamente bisogno. Ma è proprio questa immagine che va messa in discussione.

Gli Stati Uniti, infatti, non hanno bisogno vitale né del petrolio dell’Iran, né di alcun altro paese, dal momento che ne sono il primo produttore globale [1].

Allora, cosa c’entra l’energia?

Marx aveva colto un problema essenziale quando, riflettendo sulle acque e sui sistemi di irrigazione, parlava della “necessità di controllare socialmente una forza naturale, di usarne con saggia parsimonia, di appropriarsela o domarla su vasta scala con opere di mano umana” [2]. Ciò che importa, qui, non è una semplice analogia tra acqua e petrolio, ma la logica che Marx intravede: il fatto che la riproduzione sociale dipenda dal governo materiale delle condizioni della vita e delle forze naturali.

Nel capitalismo fossile contemporaneo, questa logica investe il petrolio come sistema di circolazione: stretti, rotte marittime, porti, oleodotti, flotte, assicurazioni, basi militari e dispositivi finanziari che ne rendono possibile il flusso su scala mondiale. La posta in gioco non è il semplice “possesso” di una materia prima, ma il controllo politico delle condizioni della sua circolazione.

La chiusura di Hormuz riveste un ruolo chiave, non perché coinvolga direttamente gli Stati Uniti, ma perché riguarda una delle principali arterie del metabolismo petrolifero del Golfo, e, con esso, una porzione decisiva della circolazione energetica mondiale.

Il predominio USA continua a giocarsi, infatti, proprio nel controllo politico-militare delle infrastrutture, degli snodi, delle rotte e più in generale, delle condizioni della circolazione del capitale, da cui dipende anche il mercato mondiale dell’energia. Proprio per questo, però, gli Stati Uniti intervengono, non come una potenza assetata di risorse, ma come garanti armati dell’ordine energetico mondiale.

In questo senso Hormuz conta sì, come snodo o come passaggio. Ma ancor di più come leva sul metabolismo fossile del capitale [3]. È una strozzatura decisiva in cui la geografia si converte immediatamente in controllo, e il controllo diventa potere sul flusso, sui prezzi, sulle assicurazioni, sulla continuità stessa della riproduzione materiale globale. Chi condiziona Hormuz non si limita a toccare un punto periferico del sistema — ne afferra uno dei nervi scoperti.

Un esempio di ciò è evidente sul terreno assicurativo. Mentre i premi del war-risk insurance sono esplosi — con aumenti superiori al 1000%, in alcuni casi saliti al 7,5-10% del valore per nave — Washington ha cercato di trasformare l’assicurazione in uno strumento di controllo politico. L’agenzia governativa U.S. International Development Finance Corporation ha annunciato un piano di assicurazione sul transito da 20 miliardi di dollari, in collaborazione con diverse compagnie private. In pratica, chi vuole passare per lo Stretto sotto protezione americana deve entrare in un circuito politico, militare e finanziario garantito da Washington.

La forma assicurativa non è una soluzione puramente “tecnica” o “di mercato” alla crisi, ma incarna una precisa politica di governo dei flussi, che segue le bisettrici disegnate da una precisa architettura del potere. Gli Stati Uniti non difendono un’astratta “libertà di navigazione” o di commercio: tentano di reinscrivere sotto il proprio controllo il traffico energetico globale, facendosi insieme garanti e arbitri del suo passaggio.

È in questo scenario che si colloca il problema iraniano. Teheran, minacciando il blocco, trasforma il transito in un passaggio politicamente condizionato: controlla chi passa per lo Stretto e verso quali mercati, permettendo il passaggio solo alle navi “non ostili” in coordinamento con le proprie autorità. Ne è un esempio l’apertura iraniana a lasciar passare le navi spagnole, presentando Madrid come interlocutore rispettoso del diritto internazionale: un segnale rivelatore perché mostra la logica di fondo di questa strategia. La Guardia della Rivoluzione sta ponendo le sue condizioni alla circolazione dei flussi: far valere la propria capacità di incidere sul passaggio, di imporre condizioni, di subordinare il transito in una zona strategica alla propria iniziativa economica e politico-militare. Ed è precisamente questo che Washington non può tollerare: che il passaggio in un nodo decisivo del mercato mondiale sfugga al suo controllo e venga subordinato all’iniziativa di una potenza regionale ostile.

Per questo la guerra contro l’Iran riguarda il petrolio, certo, ma riguarda soprattutto il dominio sulle arterie attraverso cui il metabolismo fossile del capitale continua a scorrere. Nel suo nucleo più profondo, il capitalismo fossile è una forma storica del capitale che trasforma il pianeta in infrastruttura della propria circolazione e che, quando questa circolazione entra in crisi, la difende con tutti i mezzi a sua disposizione - politici, finanziari e militari. Il capitale non cerca soltanto risorse: cerca il potere di governare i flussi da cui dipende la propria valorizzazione continua.

L’Iraq offre, da questo punto di vista, un precedente esemplare. La prima e la seconda guerra del Golfo, spesso considerate come “guerre per le risorse” per eccellenza, non si lasciano ridurre alla semplice appropriazione diretta del petrolio. Anche lì gli Stati Uniti non hanno semplicemente “preso il petrolio”, ma hanno inciso sulle condizioni politiche, militari e contrattuali della sua estrazione e della sua circolazione. La guerra ha devastato infrastrutture decisive, restringendo la capacità estrattiva e intervenendo su un sistema produttivo già obsoleto e in crisi. La forma del controllo imposta all’economia irachena è stata ancora più profonda: mentre gran parte del settore petrolifero è rimasta formalmente sotto controllo statale, il grosso dei proventi del petrolio iracheno continua (tutt’oggi) a transitare attraverso un conto della Banca centrale irachena presso la Federal Reserve Bank di New York. Questo assetto, nato dopo il 2003, ha consegnato a Washington un’influenza pratica e finanziaria su uno dei pilastri fondamentali delle entrate statali irachene, legando a doppio filo la sua economia con le condizioni politiche, finanziarie e militari imposte dall’esterno. Più che il semplice possesso materiale della risorsa, ciò che emerge anche qui è il controllo delle condizioni del suo flusso, della sua valorizzazione e della sua subordinazione a una precisa gerarchia internazionale.

Senza capire ciò non si comprende neanche quello che accade a Cuba o in Venezuela, né le sanzioni alla Russia. Questi scenari compongono porzioni di un unico mosaico globale, in cui embargo, regimi sanzionatori e controllo dei flussi si combinano nel governo sempre più armato del mercato mondiale.

Dal Venezuela a Cuba: la geografia del controllo sui flussi

Tutti ricordiamo il 3 gennaio 2026, quando prima dell’alba, le forze speciali americane hanno fatto irruzione nel compound presidenziale di Caracas. Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati caricati su un elicottero e portati a New York per comparire davanti a un tribunale federale con accuse di narcoterrorismo e Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “gestiranno il paese” fino a quando non sarà possibile una transizione ordinata. Ma seguendo la narrazione ufficiale della “guerra ai dittatori” e al “narcoterrorismo” non si comprende nulla: bisogna seguire il tracciato del petrolio per capire cos’è successo davvero.

Washington dopo la decapitazione del leader di un paese ostile, ha immediatamente assunto il controllo politico dei flussi petroliferi venezuelani. Con l’eccezione delle petroliere noleggiate da Chevron e da pochi altri colossi stranieri in collaborazione con la compagnia statale PDV, quasi nessun traffico di greggio si è mosso dai principali porti venezuelani senza autorizzazione di Washington. Una licenza generale del Tesoro americano ha autorizzato le imprese statunitensi a comprare, vendere, trasportare, stoccare e raffinare petrolio venezuelano — ma con esclusione esplicita di qualsiasi entità, statale o privata, legata a Cina, Iran, Corea del Nord, Russia e Cuba. Il messaggio è chiaro: il petrolio venezuelano esiste ancora, ma circolerà soltanto dentro un perimetro definito dagli Stati Uniti, verso i destinatari che Washington approva e attraverso i canali che Washington controlla.

Emerge qui la doppia natura del potere sui flussi. Essa esprime l’esercizio di un potere positivo: la capacità di abbeverarsi alle risorse altrui, di orientare verso di sé o verso i propri alleati un flusso di materie prime che altrimenti seguiva altre rotte. Ma esprime anche la realtà di un potere negativo, che opera per sottrazione: la capacità di recidere le arterie che connettono un paese nemico al mercato mondiale, fino a determinarne le sorti politiche e civili. Sul Venezuela si è esercitato il primo. Su Cuba, il secondo — nella forma di una brutalità quasi senza precedenti nella storia moderna del bloqueo.

A Cuba, che dipende dalle importazioni per oltre il novanta per cento della sua generazione elettrica, la crisi si è subito tradotta in catastrofe civile e umanitaria. Da oltre vent’anni, il petrolio venezuelano — tra i 30.000 e i 35.000 barili al giorno — copriva circa la metà del suo deficit energetico cronico. Agli inizi di gennaio, l’amministrazione Trump ha posto fine alle spedizioni di petrolio venezuelano a prezzi agevolati verso Cuba, che avevano tenuto il paese a galla dai primi anni 2000. Nel giro di settimane, gli Stati Uniti hanno cominciato a bloccare le petroliere dirette a Cuba, prendendo di mira anche la messicana Pemex e minacciando di tariffe i paesi che si fossero rifiutati di adeguarsi. Il 29 gennaio, un decreto esecutivo ha dichiarato l’emergenza nazionale e autorizzato l’imposizione di tariffe aggiuntive su qualunque paese che esportasse petrolio verso l’isola — direttamente o indirettamente.

Il meccanismo è quello delle sanzioni secondarie: “se commerci con Cuba, non commercerai con noi”. Il principio è la costruzione di un cordone sanitario intorno a un paese, imposto con la forza economica americana al resto del mercato mondiale. Perfino quando Washington ha aperto una valvola — a fine febbraio ha emesso una licenza che autorizza le imprese a rivendere petrolio venezuelano al settore privato cubano — lo ha fatto con una precisione chirurgica: solo per il settore privato, con esclusione esplicita di tutto ciò che coinvolge il governo, lo Stato e le forze armate. Washington non dice semplicemente “no al petrolio”: dice quali flussi sono leciti, per chi, sotto quale licenza e attraverso quale oculata mediazione politica.

Gli effetti sull’isola sono immediati e devastanti. L’immondizia si accumula per le strade della capitale, i ricoveri ospedalieri e le operazioni chirurgiche vengono limitati, le persone usano fuochi di legna per scaldare l’acqua, e i blackout sono diventati la norma. A marzo 2026 la rete elettrica nazionale cubana è collassata: il 64% dell’isola al buio, con interruzioni fino a venti ore al giorno. Nelle peggiori settimane, solo il 5% dei residenti dell’ L’Avana aveva corrente. Tre blackout totali dell’isola in poche settimane. Le autorità cubane dichiarano di non aver ricevuto un solo carico di carburante da tre mesi.

Un dettaglio vale una nota a margine. Tra le vittime dell’operazione militare americana del 3 gennaio a Caracas c’erano trentadue guardie del corpo di sicurezza cubane. Cuba mandava da decenni medici, tecnici e personale di sicurezza in Venezuela in cambio di petrolio — un asse di solidarietà e dipendenza reciproca.

Quegli stessi medici cubani lavorano nei nostri reparti ospedalieri calabresi dai tempi del Covid. Il diplomatico americano Mike Hammer ha chiesto esplicitamente al governo italiano di interrompere quegli accordi di cooperazione e rimpatriare il personale cubano. Anche questo è controllo dei flussi: non solo di petrolio, ma di forza lavoro, persone, competenze, reti di alleanze e solidarietà internazionali.

Il punto non è che a Cuba “manca l’energia”. Il punto è la dipendenza politica da un corridoio di approvvigionamento che viene aperto o chiuso dall’esterno, a discrezione di una potenza straniera. È la dimostrazione che il nemico non si abbatte soltanto con le bombe: si strangola recidendo le arterie che lo collegano al mercato mondiale. L’embargo su Cuba dura dal 1962 — è uno dei più lunghi della storia moderna — ma non aveva mai prodotto un’asfissia così rapida e mirata come quella resa possibile dal controllo simultaneo del nodo venezuelano.

Venezuela, Cuba, Hormuz: tre scenari apparentemente distanti, tre porzioni di un unico mosaico. In ognuno di essi il fenomeno è lo stesso: imporre le condizioni della circolazione. Chi stabilisce chi può ricevere cosa, a quali condizioni e attraverso quali canali, esercita una forma di potere che non ha bisogno di occupare territori né di governare popolazioni. Controllare i flussi del petrolio, dell’energia o dell’approvvigionamento - come è immediatamente visibile a Cuba - oltre a influire sull’economia, stabilisce chi detiene il potere di decidere quali territori possano continuare a vivere, a produrre, a curarsi, a riprodursi, e quali invece possano essere strangolati fino alla miseria e alla morte. È in questo senso che la guerra contemporanea colpisce quello che abbiamo definito - seguendo Marx - il metabolismo sociale: non solo perché distrugge, ma perché articola politicamente le condizioni stesse della vita. Gli basta tenerne in mano le valvole.


[1] Gli Stati Uniti non dipendono dal petrolio iraniano in senso diretto e immediato. Diamo uno sguardo ai dati: sul piano energetico complessivo, nel 2024 hanno prodotto 103,31 quadrilioni di BTU e ne hanno consumati 94,21, confermandosi esportatori netti di energia; nello stesso anno sono stati anche il primo produttore mondiale di greggio, con 13,2 milioni di barili al giorno. Quanto a Hormuz, nel primo semestre del 2025 da quello stretto è arrivato agli Stati Uniti appena il 2% del loro consumo di liquidi petroliferi. In generale gli USA, ricchissimi di petrolio e materie prime, a differenza di molti paesi asiatici o europei sono quasi del tutto autosufficienti dal punto di vista energetico.

[2] Karl Marx, Il Capitale - Libro I.

[3] È in questo senso che qui uso il concetto di metabolismo sociale. In Marx esso designa il rapporto materiale mediato dal lavoro tra società e natura: il processo attraverso cui gli esseri umani regolano, trasformano e riproducono le condizioni della propria vita. Ma nel capitalismo questo rapporto assume una scala ulteriore. I flussi di energia, merci, grano, acqua, credito, combustibili e infrastrutture compongono un metabolismo globale del capitale, nel quale il locale e il globale non sono livelli separati, ma momenti di una stessa totalità ineguale. Per questo il controllo di un nodo apparentemente circoscritto, come Hormuz, può irradiarsi ben oltre il proprio spazio immediato: non perché tutto sia indistintamente connesso con tutto (“il battito d’ali di una farfalla provoca un uragano dall’altra parte del mondo”), ma perché ogni punto decisivo del mercato mondiale è inserito in una rete di dipendenze, mediazioni e contraccolpi che ne amplificano gli effetti sull’insieme.

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