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Humahuaca: Santa Rosa lotta per la terra e la memoria

22 agosto 2026

Conflitto nella Comunità Indigena Santa Rosa, Humahuaca, provincia di Jujuy, Argentina

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di Sandra Moyano

La comunità di Santa Rosa sorge a ridosso delle montagne, immersa nell’imponente paesaggio di Humahuaca, cittadina piena di colori e di tradizioni tipiche dei popoli originari, che riceve numerosi turisti durante tutto l’anno. Qui vengono condivise tradizioni, cultura e racconti tramandati da generazioni. Sono i custodi della saggezza e della memoria di un popolo che da lungo tempo rivendica il diritto a vivere nelle proprie terre e a preservare la propria identità.

Da alcuni mesi, quattro famiglie della comunità avevano cominciato a ricevere comunicazioni riguardanti le terre sulle quali vivono. Secondo quanto riferito dalla comunità, una persona, anch’essa appartenente al gruppo, cercava di entrare in possesso dei terreni, sostenendo di avere legalmente dei diritti su di essi. Alle comunicazioni rispondevano gli avvocati della comunità, presentando la documentazione che, secondo la loro ricostruzione, certificava il loro diritto sulle terre, abitate da cinque generazioni, la prima delle quali risalirebbe al 1932.

Bisogna considerare che il concetto di proprietà assume un significato particolare all’interno della comunità. La vita quotidiana si fonda su principi di condivisione e di convivenza che mirano a mantenere l’armonia tra i suoi membri, la Natura e le norme dello Stato. Nonostante i ricorsi presentati dalla comunità e le contestazioni relative alla situazione catastale delle terre, sabato 8 agosto sarebbe stata notificata alle famiglie un’ordinanza di sgombero da eseguire entro due giorni. Secondo le testimonianze, questo avrebbe lasciato pochissimo tempo per presentare ulteriori opposizioni.

Lunedì 10 agosto, secondo quanto riportato da diverse testimonianze e da fonti che hanno seguito la vicenda, sono state impiegate forze di sicurezza per eseguire l’ordine di sgombero. La comunità denuncia un uso sproporzionato della forza e sostiene che durante l’operazione siano stati utilizzati proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Le autorità e le persone coinvolte dovranno chiarire nelle sedi competenti le modalità con cui è stata eseguita l’operazione e le eventuali responsabilità.

Secondo le testimonianze provenienti dal territorio, in pochi minuti la situazione sarebbe degenerata. Alcune donne avrebbero cercato di nascondere i bambini nelle abitazioni per proteggerli da ciò che stava accadendo. La comunità riferisce inoltre che gas lacrimogeni sarebbero stati lanciati verso le abitazioni e che i residenti, compresi donne, uomini e anziani, sarebbero stati colpiti durante le operazioni. La scena descritta dalle persone presenti è quella di famiglie costrette a cercare rapidamente un luogo sicuro per proteggere i propri figli.

Poi sono arrivate le macchine per la demolizione. Secondo le testimonianze della comunità, quattro abitazioni sono state abbattute davanti ai loro proprietari. Alcune persone avrebbero fatto appena in tempo a recuperare pochi oggetti prima della demolizione. Altre, invece, non erano presenti e al loro ritorno si sarebbero trovate davanti alle proprie case distrutte, insieme a ciò che vi era all’interno. Urla, pianti e abbracci disperati, tra le corse per cercare di mettersi al riparo. Questo è il quadro denunciato dalla comunità, che contesta soprattutto le modalità dell’operazione e la sproporzione dell’intervento. Vengono inoltre sollevate domande sulla tutela dei minori e sull’assistenza prestata alle persone che sarebbero rimaste ferite.

La vicenda nasce da una controversia territoriale interna alla stessa comunità. Secondo quanto riferito dai suoi rappresentanti, la persona che ha avviato le azioni legali sarebbe stata successivamente ripudiata dalla comunità per avere violato le norme interne di convivenza, che invitano a risolvere i conflitti attraverso il dialogo e senza arrecare danno agli altri membri. Le famiglie che hanno perso le proprie abitazioni si sono accampate nelle vicinanze, mantenendo una presenza pacifica e chiedendo una soluzione alla controversia. Ma questa vicenda non riguarda soltanto quattro famiglie.

Le testimonianze raccolte riflettono una preoccupazione più ampia: quella che episodi di questo genere possano diventare sempre più frequenti in un Paese nel quale i diritti territoriali dei popoli originari continuano a essere oggetto di conflitti. La Costituzione argentina, attraverso l’articolo 75, inciso 17, riconosce la preesistenza etnica e culturale dei popoli indigeni e stabilisce il riconoscimento della personería giuridica delle comunità, nonché della proprietà e del possesso comunitario delle terre che tradizionalmente occupano. Prevede inoltre la partecipazione dei popoli indigeni alla gestione delle risorse naturali e degli altri interessi che li riguardano.

Il problema, quindi, non è soltanto ciò che stabilisce la legge, ma anche quanto questi diritti riescano a essere effettivamente tutelati nella realtà. Nel dicembre 2024, il governo di **Javier Milei ha inoltre abrogato la legge 26.160, che
aveva sospeso gli sfratti delle comunità indigene** durante il processo di rilevamento delle loro terre ancestrali. La decisione è stata fortemente criticata dalle organizzazioni per i diritti umani e dalle realtà indigene. Nelle ultime settimane, inoltre, il governo ha promosso una riforma della normativa sulla proprietà privata che comprende anche disposizioni volte ad accelerare le procedure di sfratto. Il tema ha provocato forti reazioni da parte delle organizzazioni indigene, che temono che procedure più rapide possano aggravare la situazione delle comunità coinvolte in controversie territoriali.

È importante, però, non confondere la denuncia politica con un fatto già dimostrato: non è possibile affermare, sulla base delle informazioni disponibili, che il caso di Santa Rosa sia stato organizzato con l’obiettivo di favorire direttamente interessi economici legati allo sfruttamento delle risorse naturali. È invece evidente che il tema delle terre e delle risorse naturali è oggi al centro di un acceso confronto politico in Argentina. Il governo Milei ha sostenuto riforme volte a favorire gli investimenti e a modificare le restrizioni esistenti sulla proprietà delle terre; alcune delle proposte più controverse sono state modificate o eliminate durante l’iter parlamentare.

Per le comunità originarie, tuttavia, la terra non rappresenta semplicemente un bene economico. È memoria. È identità. È appartenenza. È il luogo nel quale sono vissuti gli antenati, dove nascono i bambini e dove continuano a essere tramandati saperi, racconti e tradizioni.

Dopo questi fatti, la solidarietà di molte persone si è manifestata attraverso gli aiuti destinati alla comunità, per rendere possibile la permanenza nell’accampamento, mentre le famiglie continuano a chiedere una soluzione. La comunità continua a riunirsi quotidianamente in Assemblea per far valere quello che considera il proprio diritto sulle proprie terre. Resiste con una dignità che va oltre l’odio e la discriminazione denunciati dai suoi membri, cercando di rispondere alle aggressioni con il dialogo.

E forse è proprio questa la parte più importante della loro testimonianza. Dimostrare che l’amore e il rispetto per la propria terra, che è la Madre di tutti, possono essere più forti dell’odio, della violenza e delle ambizioni personali. Agosto, nelle culture andine, è il mese della Pachamama. Durante questo periodo si rinnovano le celebrazioni dedicate alla Madre Terra, alla quale vengono offerti doni e parole di gratitudine, in una comunione cosmica nella quale il mondo degli esseri umani, quello della Natura e quello degli antenati si incontrano.

È un momento nel quale si rinnovano anche le promesse di proteggere la Natura, sempre e ovunque, riconoscendola come il luogo sacro nel quale riceviamo la vita e al quale ritorneremo quando saremo chiamati alla Sua Presenza. Ed è difficile non pensare a questa celebrazione davanti a ciò che sta accadendo a Santa Rosa. Perché proteggere la terra significa anche proteggere la memoria di chi l’ha abitata prima di noi.

Proteggere i custodi della saggezza, i discendenti dei primi abitanti, dovrebbe essere una responsabilità di ogni governo e di ogni società che riconosca il valore della propria storia. E anche se oggi vengono discriminati e spesso costretti a difendersi per poter continuare a vivere nelle terre dei loro antenati, dalla loro parte si schierano tutti coloro che comprendono una verità semplice e profonda: soltanto preservando la memoria storica possiamo continuare a scrivere e a vivere la nostra storia personale.

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Foto: Laki Quispe / RedEcoAlternativo