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Ibrahim Traoré e il nuovo Grande Gioco africano

24 settembre 2026

Burkina Faso: speranza, sovranità e prudenza nella nuova Africa

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di Luigi Scotto, ex ambasciatore d'Italia in Tanzania

C'è un'immagine di Ibrahim Traoré che ha fatto il giro dell'Africa e, attraverso i social network, del mondo: quella del giovane capitano in uniforme, sportivo, aitante, quasi cinematografico, con il berretto rosso che richiama apertamente Thomas Sankara. È un'immagine potente. E in politica, soprattutto nell'epoca dei social network, anche l'immagine conta. Ma dietro quell'immagine c'è qualcosa di più complesso: un leader carismatico che intercetta un sentimento diffuso di insofferenza verso una condizione di dipendenza che molti africani considerano ormai intollerabile.

Traoré è arrivato al potere con il colpo di Stato del settembre 2022 e si trova oggi alla guida del Burkina Faso in un contesto segnato dalla guerra contro i gruppi jihadisti e dalla rottura con una parte dei precedenti rapporti con le potenze occidentali. Il suo percorso è quello di un giovane ufficiale che ha studiato geologia all'Università di Ouagadougou e ha prestato servizio in aree del Paese colpite dall'insurrezione jihadista. La sua figura suscita entusiasmo e speranza, soprattutto in una parte delle giovani generazioni africane. E sarebbe un errore non comprenderne il significato.

Per popolazioni che vivono nella povertà, nell'insicurezza e spesso nella più completa indigenza, la speranza può diventare essa stessa una forza politica. Ma proprio per questo occorre prudenza. L'Africa ha già conosciuto leader ai quali furono affidate aspettative enormi. Alcuni contribuirono a costruire Stati più solidi; altri concentrarono il potere; altri furono travolti da guerre e rivalità interne e internazionali.

Traoré non è ancora Sankara.
E soprattutto non deve diventarlo attraverso la propaganda.
Dovrà essere giudicato da ciò che riuscirà concretamente a costruire.

Il ritorno di Sankara

Il riferimento a Thomas Sankara è il centro simbolico del progetto di Traoré. Sankara aveva cercato di trasformare l'indipendenza politica dell'allora Alto Volta in una più sostanziale indipendenza economica: autosufficienza alimentare, lotta alla corruzione, emancipazione femminile, valorizzazione delle risorse nazionali e riduzione della dipendenza dall'estero.

Il messaggio era radicale: un Paese non è realmente indipendente se non possiede almeno in parte gli strumenti economici necessari a determinare il proprio futuro. Traoré recupera gran parte di questo linguaggio. Ma Sankara operava nel mondo della Guerra fredda. L'Africa contemporanea vive invece in un sistema internazionale molto più frammentato e multipolare: Stati Uniti ed Europa convivono con Russia, Cina, India, Turchia, Paesi del Golfo e con il crescente peso dei BRICS.

Questa moltiplicazione dei centri di potere offre agli Stati africani un margine di manovra maggiore. Non devono necessariamente scegliere un unico protettore. Possono trattare con più potenze. La condizione è una sola:
liberarsi dalla Françafrique non deve significare entrare nella Russafrique.

La sovranità non consiste nel sostituire un padrone con un altro.

L'Africa è stanca delle lezioni occidentali

C'è un elemento che l'Occidente tende ancora a sottovalutare. Gli africani sono stanchi di ricevere lezioni. Stanchi di sentirsi spiegare dall'Europa e dagli Stati Uniti quale debba essere la strada della modernizzazione, quale modello politico debbano adottare e quali istituzioni e valori debbano necessariamente assumere. Il rapporto fra Occidente e Africa non può più essere quello del maestro e dell'allievo.

L'Africa è composta da Stati indipendenti da decenni, con classi dirigenti, università, eserciti, intellettuali, imprenditori e società proprie. L'Occidente ha certamente molto da offrire all'Africa. Ma non può più pretendere di essere l'unico soggetto autorizzato a stabilire che cosa l'Africa debba diventare. Questa insofferenza è uno degli elementi che spiegano il successo simbolico di Traoré.

Materie prime: ricchezza o dipendenza?

L'Africa possiede immense risorse naturali. Ma possedere una materia prima non significa essere capaci di trasformarla in ricchezza nazionale. Il Burkina Faso dispone di importanti risorse aurifere. Il problema non è soltanto estrarre l'oro, ma sapere chi controlla la miniera, chi possiede la tecnologia, chi finanzia l'attività, chi raffina il metallo e soprattutto dove rimane il valore aggiunto.

È una questione che Julius Nyerere aveva compreso molto bene. Il ragionamento era semplice: se non possiedi tecnologia, capitale e competenze per sfruttare una risorsa, quella risorsa può trasformarsi in una nuova forma di dipendenza. Il vero problema dell'Africa è dunque anche quello del capitale umano. Geologi, ingegneri, medici, agronomi, chimici, informatici, tecnici dell'energia, specialisti dell'industria.

Non basta possedere la ricchezza.
Bisogna possedere il sapere necessario per trasformarla in sviluppo.

I primi risultati economici: incoraggianti, ma ancora da verificare

È proprio sul terreno economico che la vicenda di Traoré diventa oggi più interessante e, forse, più concreta. I dati delle principali istituzioni finanziarie internazionali mostrano alcuni risultati difficili da ignorare.

Il PIL reale del Burkina Faso è cresciuto del 4,8% nel 2024, dopo il 3,0% del 2023, e del 5,3% nel 2025. Il PIL nominale ha raggiunto nel 2025 circa 27,6 miliardi di dollari, contro i 18,8 miliardi del 2022. Anche l'inflazione ha registrato un'evoluzione significativa: dopo il 4,2% del 2024, è scesa a -0,5% nel 2025, soprattutto per la diminuzione dei prezzi alimentari ed energetici e per la buona produzione agricola.

Ancora più significativo è il miglioramento della posizione finanziaria dello Stato. Il deficit pubblico, pari al 5,8% del PIL nel 2024, è sceso all'1,8% nel 2025 secondo il FMI. Nello stesso anno il saldo delle partite correnti è passato da un deficit del 3,5% del PIL a un surplus del 6,3%, sostenuto soprattutto dalla crescita delle esportazioni d'oro.

Infine c'è il dato forse più emblematico per il progetto politico di Traoré: l'oro. La produzione è passata da circa 61 tonnellate nel 2024 a 94 tonnellate nel 2025, grazie anche alla formalizzazione dell'attività mineraria artigianale e semi-meccanizzata e alla ripresa della produzione industriale.

Sono risultati importanti. Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformarli in una prova definitiva del successo del regime. Il FMI sottolinea infatti che la crescita del 2025 è stata favorita non soltanto dalle riforme nel settore minerario, ma anche dal forte aumento del prezzo internazionale dell'oro e dalla buona produzione agricola. In altre parole, non tutto ciò che è migliorato può essere attribuito direttamente alle politiche di Traoré.

Il giudizio più serio è quindi prudente. I primi risultati sono incoraggianti, ma è ancora troppo presto per parlare di successo. Occorrerà vedere se la crescita sarà duratura, se l'aumento delle entrate minerarie produrrà maggiore industrializzazione e occupazione, se il valore aggiunto resterà maggiormente nel Paese e, soprattutto, se questi miglioramenti si tradurranno in condizioni di vita migliori per la popolazione. Per valutarlo davvero serviranno ancora alcuni anni.

Nessuno regala nulla

Russia, Cina, Turchia, Europa, Stati Uniti e tutte le altre potenze che guardano oggi all'Africa non lo fanno per beneficenza. Hanno interessi propri. È normale.

La Cina offre infrastrutture, credito, commercio e tecnologia perché ha interessi economici e strategici. La Russia offre cooperazione militare e cerca influenza politica e strategica. La Turchia ha sviluppato una presenza economica e diplomatica crescente. L'Europa rimane un interlocutore commerciale e finanziario fondamentale. I BRICS rappresentano un ulteriore spazio di coordinamento per alcune delle potenze emergenti e dei Paesi del Global South.

La domanda non è dunque chi sia buono e chi cattivo. È quanto gli Stati africani riescano a utilizzare gli interessi degli altri per perseguire i propri. Una piccola potenza non può imporre la propria volontà a Cina, Russia o Stati Uniti. Può però aumentare il proprio margine di manovra trattando con più interlocutori. È qui che si gioca la partita.

Il modello Mobutu

La storia offre esempi istruttivi. Mobutu fu sostenuto a lungo dalle potenze occidentali perché lo Zaire occupava una posizione strategica fondamentale durante la Guerra fredda. Quando il contesto internazionale cambiò e il suo regime cessò di avere la stessa utilità strategica, il sostegno occidentale si ridusse progressivamente.

La lezione è dura: le potenze perseguono i propri interessi e le alleanze cambiano quando cambiano gli interessi. Ma qui bisogna evitare anche il vittimismo.

Per molti anni esistette una convergenza di interessi fra regimi africani autoritari e cleptocratici e potenze occidentali. Non fu soltanto manipolazione dall'esterno: vi fu, in diversi casi, una vera convergenza fra governi interessati a conservare il potere e potenze straniere interessate a preservare influenza, accesso alle risorse e stabilità strategica.
Gli africani ebbero dunque responsabilità proprie.

Questa è una delle ragioni per cui un nuovo progetto di emancipazione non può limitarsi a denunciare l'Occidente.
Deve anche cambiare l'Africa.

Nyerere e la costruzione di una nazione

Qui la figura di Nyerere assume un'importanza particolare. Il modello economico dell'Ujamaa ebbe risultati controversi. Ma Nyerere raggiunse un risultato politico di enorme importanza: riuscì a costruire una Tanzania.

La Tanzania è oggi innanzitutto una nazione. Le appartenenze etniche non sono scomparse, naturalmente, ma non hanno assunto lo stesso ruolo distruttivo che hanno avuto in altri Paesi. Questa fu una delle grandi intuizioni di Nyerere: prima ancora di costruire ricchezza, bisognava costruire una comunità politica.

Ed è una lezione fondamentale per l'Africa contemporanea. Troppo spesso la politica africana si è organizzata intorno a clan, reti personali e appartenenze etniche più che intorno a una vera coscienza nazionale o a differenti visioni dello Stato. Per questo il problema non è soltanto il pluralismo delle istituzioni. È la costruzione di una coscienza politica.
E questo richiede istruzione, cultura e formazione.

La democrazia e la grande illusione dell'esportazione

È qui che la critica di Traoré al modello occidentale diventa più radicale. L'esportazione della democrazia è stata una delle grandi giustificazioni politiche degli interventi occidentali degli ultimi decenni.

Nella lettura critica di questa esperienza, essa è stata spesso una grande menzogna politica, soprattutto americana: dietro la proclamazione di valori universali vi sarebbe stata, in numerosi casi, la ricerca di assetti politici più compatibili con gli interessi strategici occidentali.

La tesi non può essere applicata indistintamente a ogni intervento occidentale. Ma Iraq, Libia e Afghanistan hanno lasciato una pesante eredità di guerre, destabilizzazione e Stati profondamente indeboliti. L'intervento in Libia del 2011, autorizzato dal Consiglio di Sicurezza per la protezione dei civili, contribuì alla caduta di Gheddafi e fu seguito dal collasso dell'autorità statale e dalla frammentazione del Paese, con conseguenze che si estesero al Sahel.
L'Afghanistan è una vicenda diversa, ma anch'esso ha mostrato i limiti di un lungo intervento internazionale nella costruzione di un ordine politico capace di sopravvivere al ritiro occidentale.

Il problema, dunque, non è semplicemente la difficoltà tecnica di “esportare” istituzioni. È che l'eliminazione di regimi considerati politicamente inaccettabili dall'Occidente può produrre vuoti di potere e destabilizzazioni peggiori di quelle che si intendeva correggere. Questo spiega almeno in parte perché la pretesa occidentale di impartire lezioni politiche all'Africa sia oggi sempre meno credibile.

L'Europa: un modello incompleto

Anche l'Europa, spesso presentata come modello di integrazione, offre un'esperienza ambivalente. Ha realizzato una significativa integrazione economica, ma non una corrispondente integrazione politica e sociale: le differenze fra gli Stati restano profonde e i sistemi di welfare sono da anni sotto pressione.

Ancora più evidente è l'incompletezza strategica. L'Europa non dispone di una vera politica estera e militare comune e, nelle grandi crisi internazionali, continua a dipendere dall'alleanza transatlantica e dalle capacità statunitensi. La guerra in Ucraina lo ha mostrato chiaramente.

Anche in Medio Oriente, la distanza fra la fermezza verso la Russia e la prudenza verso Israele ha alimentato nel Global South la percezione dei due pesi e due misure, indebolendo la credibilità europea. L'Europa dimostra dunque che l'integrazione richiede istituzioni, interessi comuni e una coscienza politica condivisa.

È una lezione che l'Africa può studiare senza copiarla. L'Africa non ha bisogno di diventare un'altra Europa. Ha bisogno di trovare la propria forma di integrazione.

Stati forti, non Stati eternamente dipendenti

Riconoscere i limiti del modello occidentale non significa giustificare dittature brutali. Non significa che ogni uomo forte sia un buon governante. Significa riconoscere che l'Africa ha il diritto di costruire forme politiche proprie, compatibili con la propria storia e con le proprie condizioni.

La tradizione africana conosce da sempre l'autorità centrale e il capo. Non può essere cancellata con un decreto proveniente dall'esterno. Ma l'autoritarismo non può diventare una giustificazione permanente. Lo Stato forte non è necessariamente lo Stato dittatoriale.

La vera domanda è se l'autorità riesca a costruire istituzioni che sopravvivano all'uomo che le guida. Un leader può imporre ordine per dieci anni. Ma se dopo dieci anni tutto dipende ancora da lui, non ha costruito uno Stato forte.
Ha costruito una dipendenza personale.

Sicurezza e sviluppo

C'è però una condizione ancora più elementare: senza sicurezza non esiste sviluppo. Un agricoltore non può coltivare serenamente la propria terra se teme di essere aggredito. Un'impresa non investe facilmente dove lo Stato non controlla il territorio. Una scuola non funziona se gli insegnanti vengono minacciati.

Il terrorismo nel Sahel deve quindi essere combattuto militarmente. Ma non soltanto militarmente. I gruppi jihadisti ricavano risorse da estorsioni, tassazione delle popolazioni, traffici illegali, rapimenti e altre forme di economia criminale.

Ma il terrorismo non nasce dal nulla. Un giovane senza istruzione, senza lavoro, senza prospettive e senza sicurezza è più facilmente reclutabile da chi gli offre denaro, protezione, appartenenza e uno scopo. Per questo combattere il terrorismo significa anche spezzare il circolo vizioso che lo alimenta. Servono sicurezza, ma anche scuola, lavoro, infrastrutture, crescita economica e opportunità. La risposta militare può conquistare un territorio. Solo lo sviluppo può renderlo stabile.

L'Alleanza degli Stati del Sahel e il sogno panafricano

È in questo quadro che bisogna guardare all'Alleanza degli Stati del Sahel. Burkina Faso, Mali e Niger hanno scelto di rompere con una parte importante dei precedenti rapporti con le potenze occidentali e di costruire nuove forme di cooperazione. I tre Paesi hanno formalizzato la loro uscita dall'ECOWAS nel gennaio 2025 e hanno rafforzato la propria cooperazione attraverso l'AES.

La vera opportunità, però, non è soltanto militare. È economica. Un grande spazio regionale potrebbe mettere in comune infrastrutture, energia, trasporti, agricoltura, formazione tecnica, commercio e risorse. Ma bisogna evitare le illusioni. L'integrazione europea stessa è stata un processo lungo e incompleto. Pretendere dunque che tre Stati del Sahel possano superare rapidamente le proprie divergenze sarebbe ingenuo.

Il panafricanismo è un'idea affascinante. Ma le idee non cancellano gli interessi. La divergenza degli interessi ha spesso reso gli Stati africani rivali fra loro e, talvolta, gli africani sono stati i peggiori nemici degli stessi africani.
Dirlo non significa negare il peso del colonialismo. Significa prendere sul serio l'Africa. Un grande mercato africano può diventare una grande opportunità, ma soltanto se si costruisce attraverso un processo graduale, realistico e fondato su interessi concreti.

Il nuovo Grande Gioco

È questa la partita nella quale Traoré si trova coinvolto. Il vecchio ordine africano era largamente costruito intorno alla presenza occidentale. Oggi quell'ordine si sta modificando. Russia, Cina, Turchia, India, Paesi del Golfo, Stati Uniti ed Europa competono per influenza, risorse, mercati e posizione strategica. I BRICS costituiscono inoltre uno degli spazi attraverso i quali le potenze emergenti e diversi Paesi del Global South cercano maggiore coordinamento.

Gli Stati africani devono quindi inserirsi in questo nuovo gioco. Non devono necessariamente scegliere fra Parigi, Mosca e Pechino. Devono cercare di ottenere da ciascun interlocutore ciò che serve al proprio sviluppo. E soprattutto devono evitare che la cooperazione internazionale diventi una nuova dipendenza.

La domanda deve essere sempre la stessa: che cosa rimane all'Africa dopo l'accordo? Quanti ingegneri sono stati formati? Quanta tecnologia è stata trasferita? Quante imprese locali sono cresciute? Quanto valore aggiunto rimane nel Paese? Quanta capacità produttiva resta quando il partner straniero se ne va?

È qui che si misura la sovranità.

Traoré: simbolo o uomo di Stato?

Qui ritorna Sankara. Ogni movimento rivoluzionario ha bisogno dei propri simboli. Sankara è diventato un simbolo potentissimo perché è morto giovane, perché fu assassinato e perché fu ucciso da uomini che avevano combattuto accanto a lui. Blaise Compaoré, suo successore, rimase al potere per quasi tre decenni.

La memoria di Sankara ha quindi assunto una forza quasi mitologica. Ma proprio per questo bisogna distinguere il simbolo dalla politica. Le rivoluzioni hanno bisogno di eroi; gli Stati hanno bisogno di istituzioni. Il berretto rosso può diventare un simbolo. Un discorso può diventare uno slogan. Una fotografia può diventare un'icona. Ma nessuno di questi elementi costruisce una scuola, una centrale elettrica, un ospedale, una fabbrica o un'università. Soprattutto, nessuno crea da solo una classe dirigente competente.

È qui che Traoré dovrà essere misurato.
Non sulla somiglianza con Sankara.
Ma sui risultati.

Una speranza senza illusioni

È possibile guardare alla vicenda di Ibrahim Traoré con interesse e speranza senza trasformarlo in un nuovo messia africano. Il suo successo simbolico rivela qualcosa che sarebbe miope ignorare.

Una parte importante dell'Africa non accetta più di essere considerata semplicemente un continente destinatario di aiuti, programmi di cooperazione e modelli politici elaborati altrove.

Vuole maggiore autonomia.
Vuole controllare le proprie risorse.
Vuole formare i propri tecnici.
Vuole negoziare con più potenze.
Vuole scegliere.
Questa aspirazione è legittima.

Ma la sovranità non si conquista soltanto cacciando i militari stranieri. Si conquista costruendo capacità: militare per garantire la sicurezza; tecnica per sfruttare le risorse; industriale per trasformarle; finanziaria per ridurre la dipendenza; diplomatica per negoziare con le grandi potenze; politica per costruire cittadini e non soltanto sudditi.
Ed è qui che la vicenda di Traoré diventa molto più interessante della sua immagine pubblica.

I primi indicatori economici mostrano una dinamica positiva: crescita, maggiore produzione aurifera, miglioramento dei conti pubblici e rafforzamento della posizione esterna. Ma il prezzo dell'oro, l'andamento agricolo e altri fattori esterni hanno contribuito in modo significativo a questi risultati. Il tempo dirà quindi quanto di questa crescita sarà strutturale e quanto dipenderà da condizioni favorevoli che potrebbero cambiare.

Il problema non è sapere se Traoré sia il nuovo Sankara. Il problema è vedere se riuscirà a trasformare una straordinaria domanda di sovranità in qualcosa di più duraturo: uno Stato capace di garantire sicurezza, sviluppo, formazione e identità nazionale. E qui la lezione di Nyerere torna ad essere preziosa. Nyerere non costruì una Tanzania perfetta. Costruì però, con tutti i limiti della sua esperienza, una Tanzania.

È forse questa la sfida più profonda per l'Africa contemporanea: non soltanto liberarsi dalle dipendenze esterne, ma costruire Stati nei quali le popolazioni possano riconoscersi come comunità politiche. Per farlo serviranno leader, ma soprattutto istituzioni. Risorse, ma soprattutto competenze. Alleanze internazionali, ma soprattutto capacità di negoziarle. Sicurezza, ma anche sviluppo. E una nuova coscienza politica.

Traoré può essere un simbolo di questa trasformazione. La storia dovrà ancora stabilire se saprà diventare qualcosa di più. Per ora, la posizione più seria resta quella di una speranza vigile. Perché l'Africa ha già avuto troppi uomini presentati come i suoi salvatori. La vera emancipazione comincerà quando gli Stati africani saranno abbastanza forti, consapevoli e capaci da non aver più bisogno di un salvatore.