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L'India tra crescita e precarietà strutturale

di
Francesca D'Amato
Francesca D'Amato

Militante e studentessa di Cooperazione Internazionale. Le ingiustizie mi fanno arrabbiare.

12 gennaio 2026

L'India tra boom del PIL e precarietà: il paradosso di un'economia che corre in un Paese di lavoratori poveri

india povert

C'è un'India che brilla nelle statistiche dei mercati globali e un'altra che scompare tra le pieghe della precarietà.
Un Paese che corre verso il podio delle prime tre economie mondiali con una crescita del PIL superiore al 6% annuo, che sembra tuttavia incapace di trasformare i propri record finanziari in una vita dignitosa per la maggioranza dei suoi 1,4 miliardi di cittadini. Un paese dove l'eccellenza tecnologica, specialmente di alcune nicchie high-tech come il settore aerospaziale e quello dell'informatica, si scontra con una precarietà e una disuguaglianza diventate ormai strutturali nella società. Mentre i miliardari aumentano e il 40% della ricchezza è concentrata nelle mani dell'1%, si investono briciole per settori cruciali della spesa pubblica come sanità e istruzione, creando record poco felici come quello di 300 milioni di analfabeti, spesso donne. Inoltre, già nei due anni che avevano preceduto la pandemia di Covid-19, il Prodotto Interno Lordo era scivolato dal 7,1% al 3,4%.

Questa fragilità è lo specchio di crisi strutturali profonde e di una trasformazione industriale incompleta, originata da un percorso di sviluppo atipico: mentre la maggior parte delle economie avanzate si sono gradualmente evolute a incominciare dall'agricoltura, per poi passare ad una fase di industrializzazione e infine sviluppando il settore dei servizi, l'India ha parzialmente saltato questo secondo passaggio. Il risultato è un settore dei servizi high-tech che esplode ma riesce ad assorbire solo un misero 6% dei lavoratori, molti dei quali parte della piccola élite di laureati molto specializzati. Al contempo, l'industria manifatturiera investe principalmente in macchinari automatizzati, robot e software, creando pochissimi posti di lavoro.

Che tipo di lavoro svolge allora la maggioranza della popolazione indiana? Alla luce di quanto spiegato finora, non sorprenderà sapere che l'India si colloca al primo posto in tutto il mondo per numero di lavoratori impiegati nell'agricoltura, i quali costituiscono ben il 45% della forza lavoro totale nel Paese. Un settore scarsamente produttivo (15% del PIL) e poco remunerativo, che condanna milioni di persone alla povertà. La volatilità dei prezzi, la riduzione dei sussidi e la concorrenza delle multinazionali, portano ogni anno circa 10 milioni di agricoltori ad abbandonare le campagne. Inoltre, secondo un rapporto congiunto pubblicato nel 2024 dall'Institute for Human Development (IHD) e l'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), circa il 90% dei lavoratori indiani sarebbe sprovvisto di un contratto regolare.

Tutti questi elementi, insieme all'alto tasso di disoccupazione giovanile, rischiano di trasformarsi in una polveriera di frustrazione. Il paradosso è che l'economia cresce, ma il numero di posti di lavoro dignitosi e la ricchezza delle persone comuni no. È in questo scarto che si annida la crisi.

Un altro fenomeno che ben rappresenta la precarietà del sistema indiano è l'importanza delle rimesse estere, ovvero il sostegno economico che i lavoratori emigrati inviano alle famiglie d'origine. Le rimesse, di cui l'India è primo ricevitore globale, assumono un'importanza tale da rappresentare un polmone finanziario per il Paese, contribuendo alla stabilizzazione della rupia e sostenendo i consumi. In pratica, il sistema si regge sui sacrifici di chi è dovuto fuggire perché lo Stato non ha saputo creare un'industria capace di assorbire chi lascia le campagne alla ricerca di una vita migliore.

Insomma, se l'India vuole smettere di essere un gigante dai piedi d'argilla, dovrà invertire completamente la propria rotta attraverso un ritorno del ruolo dello Stato in economia come motore dello sviluppo, e non come mero facilitatore degli interessi privati. C'è bisogno di un radicale aumento degli investimenti pubblici, promuovendo la giustizia sociale e proteggendo i più poveri e gruppi discriminati come le donne. Il professor K. Siddiqui, critico del modello di sviluppo neoliberista, indica come obiettivo primario la creazione di oltre 325 milioni di posti di lavoro regolari entro il 2050, di pari passo a un processo di industrializzazione. Fondamentale poi una riforma decisiva del settore agrario che riesca ad aumentare il potere d'acquisto degli agricoltori e a proteggere il settore dai monopoli, anche attraverso una redistribuzione della terra.

Solo fantasie irrealizzabili? Nei laboratori e nella realtà la verità che emerge sembra questa: basta volerlo. Gli stati indiani che hanno adottato l'approccio opposto rispetto al governo centrale realizzando successi straordinari (come l'eliminazione della povertà in Kerala) stanno lì a dimostrarcelo: rifiutare la disumanità del modello neoliberista dando una casa e un medico a chi vede il "miracolo indiano" solo attraverso lo schermo di uno smartphone non è solo possibile, ma doveroso.