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Kaishakunin. L’Impero e la guerra del Ramadan

di
Daniele Dall'Aglio
Daniele Dall'Aglio

Studioso di relazioni internazionali con focus su integrazione eurasiatica e mondo russo, laureato in Mediazione linguistica e culturale con tesi sul conflitto nell' Ucraina orientale quando era ancora quello del 2014/15. Attivista e cercatore da sempre.

8 maggio 2026

Shah Mat nel Golfo: l'Iran e il declino conclamato dell’Impero

kaishakunin.jpg Nota editoriale: L’articolo è stato consegnato nelle ore immediatamente precedenti la ripresa delle ostilità. Sebbene alcuni dettagli siano stati superati dagli eventi, le analisi e le riflessioni qui espresse conservano intatta la loro validità.

Gli Stati Uniti contro il resto del mondo

Secondo alcuni, i militari di professione, o almeno quelli non completamente dediti al mercanteggiare politico, stanno premendo sull’imperatore Trumpus Rufus perché rinunci alle opzioni militari contro l’Iran e trovi una via di uscita politica da questo disastro strategico in cui si è cacciato, probabilmente spinto da Israele e le lobby sioniste. Altri invece sottolineano maggiormente come il CENTCOM gli abbia invece appena spiegato le opzioni per sferrare il “colpo finale”.

L’imperatore, per parte sua, continua a vantare vittorie inesistenti e la distruzione sia militare che politica dei comandi iraniani e segnala a giorni alterni che la vittoria è già stata ottenuta e manca solo una formalizzazione diplomatica di essa. Fino a giungere al pubblico annuncio, alla fine della scorsa settimana, che la guerra “è già terminata”.

Dal momento che le informazioni che filtrano dagli apparati imperiali dicono continuamente tutto e il contrario di tutto, faremo il cinico esercizio di disinteressarci della loro comunicazione pubblica e cercheremo di basarci solo sui fatti noti, ignorando i vocalizzi emessi da queste bizzarre creature. Dopotutto la guerra, come è noto, si basa sull’inganno.

Prima di tutto un chiarimento: l’annuncio della fine del conflitto e dell’operazione “Epic fury” è soltanto un astuto stratagemma per azzerare il cronometro, visto che, ora che sono passati più di 60 giorni dall’inizio delle ostilità, il presidente dovrebbe teoricamente chiedere il voto del Congresso per andare in guerra con un altro stato.
Congresso che, visto l’esito delle operazioni fino a questo momento, probabilmente non gli voterebbe a favore.
Ad ogni modo, dichiarazioni a parte, sul terreno abbiamo:

  • Gli Stati Uniti che vorrebbero chiudere: dopo l’annuncio di vittoria è stata lanciata una nuova operazione navale, “Project Freedom”, che avrebbe dovuto scortare le navi mercantili neutrali, che rifiutavano di pagare il pedaggio iraniano imposto, attraverso lo Stretto. Ci è voluto meno di due giorni (e almeno una nave sudcoreana in fiamme nello Stretto), prima che questa nuova narrativa naufragasse. Non possiamo confermare se davvero navi militari americane siano state colpite con missili lunedì 4 Maggio, ma resta il fatto che gli Stati Uniti continuano ad essere esclusi dalle acque del Golfo Persico;
  • L’Iran che non sembra avvertire una gran pressione a cedere nulla sul piano diplomatico, avendo di fatto vinto a mani basse la prima ripresa, e continua felicemente a controllare Hormuz e dintorni, potendo colpire ciò che vuole a suo piacere;
  • Il “blocco” degli Stati Uniti che si è rivelato per la bufala che era fin dall’inizio, dal momento che le navi americane si tengono a distanza di sicurezza dai porti iraniani (quelli fuori dal Golfo Persico, s’intende, perché di riuscire a entrare nel Golfo non se ne parla neanche) e tutto quello che possono fare è abbordare e sequestrare una nave ogni tanto a centinaia o migliaia di km dall’Iran. Fastidioso e rischioso, senza dubbio, ma non è un blocco. Il dato politico reale è che quello che è stato presentato come il blocco dei porti iraniani, che gli Stati Uniti non sono in grado di attuare, in realtà da un lato è una minaccia agli alleati e ai vassalli che abbiano l’ardire di fare affari col nemico per avere energia di cui hanno bisogno, dall’altro è un voto di conversione aperta alla pirateria internazionale contro il commercio marittimo, dunque una politica di racket globale rivolta di fatto contro il mondo intero. È anche l’inizio delle prove di altri potenziali e futuri blocchi rivolti alla Cina. Gli occhi sono infatti silenziosamente puntati anche sullo Stretto di Malacca;
  • Un consistente accumulo di forze, materiali e forze speciali americane nella prossimità operativa, approfittando della pausa, convenientemente chiamata “cessate il fuoco”, a beneficio della stampa. Nel frattempo, dopo un periodo di silenzio, la contraerea iraniana ha nuovamente ingaggiato bersagli aerei nei cieli di Qom già durante la notte del 1 Maggio e abbattuto in seguito un drone spia sul Golfo;
  • Una piena e totale manifestazione di vicinanza e sostegno all’Iran da parte della Russia, tramite le parole del presidente Putin in persona durante il suo incontro con Araghchi a San Pietroburgo. Al lungo incontro tra Araghchi e Putin ha fatto seguito una altrettanto lunga telefonata da Putin a Trump. La Russia ora non è più solamente impegnata alle Nazioni Unite, con la destra, e nei voli di rifornimento militare con la sinistra. È pienamente e apertamente ingaggiata nel processo diplomatico-strategico dalla parte dell’Iran ed è qualcosa di molto simile ad un garante per la sua statualità. Sicuramente dietro ci sono considerazioni strategiche molto più tridimensionali e sfaccettate, non da ultimo la guerra anglo-americana sulle rotte globali dell’energia (rivolta anche alla Russia) e la minaccia incombente di una crisi economica globale innescata nel Golfo. La Russia è in contatto anche con gli altri nella regione, che pur senza essere alleati strategici come l’Iran, si rivolsero immediatamente a lei in cerca di un mediatore affidabile, a inizio Marzo;
  • La Cina che, sapendo benissimo di essere uno dei bersagli principali delle azioni americane, in primis le sanzioni secondarie minacciate da Bessent verso le banche cinesi che commerciano petrolio iraniano ed il blocco che non blocca, continua a tenere un profilo pubblico basso, ma non smetterà di sostenere l’Iran tramite i suoi sistemi ISR e rifornendolo di ciò che gli può servire, via aria, terra o attraverso la Russia e il Caspio. Sempre molto discreta e misurata, ha semplicemente fatto sapere di “non riconoscere le sanzioni americane” riguardanti il petrolio iraniano. Nel frattempo sei corridoi terrestri sono stati aperti attraverso il Pakistan per permettere al traffico di aggirare gli arrembaggi americani;
  • Israele che incassa perdite e brucianti sconfitte sul terreno in Libano, ma risponde radendo al suolo interi villaggi, bombardando blocchi residenziali e commettendo crimini di guerra e contro l’umanità contro la popolazione anche tramite le forze di terra. Ovvero l’unica cosa che le FOI (Forze di Occupazione Israeliane) sanno fare veramente. Netanyahu non ha alcuna intenzione di fermarsi in nessuna direzione, nonostante i ripetuti fallimenti, fa e farà di tutto per impedire e sabotare qualsiasi negoziato o accordo e, nonostante si siano viste corpose manifestazioni a lui opposte in Israele, è d’obbligo registrare che tra il 70 e l’80% della popolazione, secondo i sondaggi, condivide le sue idee riguardo la pulizia etnica dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, l’attacco al Libano e all’Iran. Dunque, il dato politico è che identificare Natanyahu come il solo problema di una nazione che in realtà vorrebbe pace e coesistenza, semplicemente non corrisponde alla realtà;
  • Gli Emirati Arabi Uniti hanno subito attacchi sui porti strategici di Khor Fakkan e Fujairah. L’Iran nega di aver colpito il territorio emiratino in quanto tale. Potrebbe aver colpito forze statunitensi o israeliane in quelle posizioni, ma la smentita ufficiale da parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e del Ministero degli Esteri fanno ipotizzare un attacco sotto falsa bandiera da utilizzare come pretesto per azioni militari successive. Il petro-staterello è stato avvertito dal Ministero degli Esteri Iraniano che subirebbe una dura punizione se farà da base avanzata per l’aggressione all’Iran. In realtà tutti sanno che gli Emirati, segnatamente Dubai e Abu Dhabi, hanno fatto una netta scelta di campo dalla parte dell’asse USA-Israele, che hanno partecipato alla preparazione della guerra e che da anni lavoravano per egemonizzare il controllo del corridoio portuale dal Golfo al Mar Rosso attraverso il Corno d’Africa, entrando così in conflitto anche con l’Arabia Saudita ed agendo in aperta cooperazione con Israele. La direzione dell’escalation verso la distruzione delle infrastrutture energetiche nella regione sembra lentamente ma inesorabilmente avviata, con conseguenze disastrose per l’economia globale e implicando lo sconvolgimento della geografia economica e politica regionale. Contestualmente, l’Iran ha esteso la zona marittima sottoposta al suo regime di controllo e blocco selettivo e questa ora comprende i porti emiratini colpiti, che si trovano ovviamente fuori dallo Stretto di Hormuz.

Da notare anche che, nonostante le dichiarazioni molto nette del ministro Araghchi all’annuncio della pausa operativa, riguardo alla cessazione dell’attacco al Libano come condizione irrinunciabile per l’accordo, l’Iran non ha comunque ripreso i lanci sull’entità sionista, quando si è visto che essa, prevedibilmente, non osserva alcuna tregua. L’Iran sta giocando una partita lunga e strategica, come aveva annunciato prima dell’inizio degli scambi militari, e non può permettere a Israele di decidere per riflesso la propria condotta diplomatica e militare, o al Libano di essere un ostacolo. La trattativa, se così si può chiamarla, è solo con gli Stati Uniti e visto che le capacità militari ed economiche di Israele dipendono esclusivamente da essi, è con loro che il conto dei rapporti di forza nella regione va regolato. La condotta e condizione di Israele è una conseguenza e deriverà dalla definizione di questi rapporti.

Riguardo a questo, la passata settimana del ministro degli esteri iraniano Araghchi è stata densa ed è importante ricostruirla: volo ad Islamabad per incontrare i mediatori pakistani; volo a Muscat, Oman, dove è stato ricevuto personalmente dall’Emiro. L’Oman è l’altro stato che affaccia sullo stretto di Hormuz e che verosimilmente condividerà i benefici economici e politici derivanti dal suo controllo. Significativamente, è anche il solo paese arabo della regione ad avere credibilità diplomatica e ha dichiarato apertamente, per bocca del suo ministro degli esteri, che il problema per la pace nella regione è Israele. Se mai qualcuno avesse avuto dubbi. Dopo Muscat, Araghchi è tornato a Islamabad e ha presentato ai pakistani la cornice ridefinita per il negoziato con gli Stati Uniti. Cornice, ça va sans dire, prontamente rifiutata dall’imperatore dei pirati Trumpus Rufus. Dopodichè, il viaggio a San Pietroburgo di cui abbiamo scritto sopra. Eloquentemente, l’aereo che lo ha portato a destinazione, recava la scritta “Minab 168”, in memoria delle bambine della scuola femminile bombardata dagli Americani all’inizio del conflitto, uccise nel tentativo di piegare la volontà di resistenza iraniana. Il messaggio è cristallino: “Non dimentichiamo, non perdoniamo e non ci arrenderemo, sarebbe come tradire il sacrificio della nostra gente”.

Putin stesso ha apertamente sottolineato e salutato la risolutezza e resistenza del popolo iraniano, durante il suo intervento videodocumentato dalla stampa e non ha mancato di chiarire che l’Iran, per Mosca, sta combattendo per la propria “sovranità ed indipendenza”.
Niente, in quell’incontro, è stato approssimativo o casuale.
Questa settimana, poi, Araghchi è volato a Beijing, dove ha incontrato l’omologo cinese Wang Yi.
Cosa esattamente si siano detti lo sanno loro, ma gli schieramenti restano chiari.

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Shah Mat

La chiave della situazione, in termini diplomatici, è la nuova cornice dei negoziati presentata da Araghchi a Islamabad, che è poi un reinquadramento dei precedenti famosi “10 punti”:

  • Fase 1: Fine della guerra, in senso pieno e non una pausa, incluso l’assalto israeliano al Libano, con garanzie e verifiche scritte e riconosciute (per quello che vale) dagli organi internazionali competenti, tipo il Consiglio di Sicurezza. Non perché questo possa realmente imporre alcunchè, ma per chiarire al mondo chi sono i partner seri ed affidabili, e chi i pirati e i criminali. Poi nella realtà succede quel che deve succedere, ma certe forme vanno obbedite, in modo che le responsabilità siano chiare. Tutto il mondo sa che la parola degli Stati Uniti non vale niente anche se scritta e solo il blocco anglosassone-sionista ha interesse nella distruzione del diritto internazionale e del principio di uguaglianza davanti ad esso. Gli altri, anche senza farsi illusioni e sapendo che ciò che conta realmente sono i rapporti di forza, hanno tutti interesse e desiderio a preservarlo e modernizzarne le istituzioni. Ad ogni modo, il punto vero è che gli Americani ammetterebbero, non apertamente ma di fatto, di avere perso e si dovrebbero assumere il compito di prendere lo staterello sionista per un orecchio intimandogli di comportarsi decentemente, o abbandonarlo al proprio destino. Ovviamente non accadrà. Ma i rapporti di forza restano ineludibili e le opzioni si riducono. Questo primo punto somiglia molto alla “rimozione delle cause profonde del conflitto” che i Russi pretenderebbero per una soluzione in Ucraina.
  • Fase 2: Definizione del nuovo regime di controllo per lo Stretto di Hormuz. Di nuovo, registriamo che gli Iraniani si erano consultati con l’Oman appena prima. Anche qui, un gran dolore per gli Americani. Teoricamente, l’Iran avrebbe potuto imporre il suo controllo dello Stretto anni fa, quando era già strangolato dalle sanzioni, ma non lo ha mai fatto. Solo dopo l’aggressione israelo-americana di questo 2026 si è arrivati a questo. Il punto è estremamente controverso: secondo la Convenzione Internazionale sugli Stretti, gli stati costieri non hanno il diritto al controllo esclusivo su di essi, ma il fatto che si tratti di un blocco selettivo e limitato agli aggressori e ai loro alleati, la cui guerra ed embargo imposti hanno causato la richiesta di un pedaggio e la verifica del carico di passaggio appare politicamente comprensibile.
Il mondo non può incolpare l’Iran di aver preso in ostaggio il commercio marittimo, perché ogni sasso del deserto capisce che è stato l’attacco americano-sionista a provocare tutto questo. Tuttavia, chi desidera analizzare in maniera laica e onesta la situazione, dovrebbe a nostro avviso tenere a mente due dati: il primo è il peso che le grandi potenze eurasiatiche hanno nel sostenere l’Iran e nel consentirne la resistenza, il secondo è che l’Iran ha dato una grande prova di coesione interna, raffinatezza strategica superiore e tecnologia autonoma avanzata, ma il quadro in cui questa guerra si inserisce è segnato dal fatto che l’Occidente a guida statunitense arriva da un’altra cocente sconfitta strategica da cui ancora non riesce a districarsi, in Ucraina. Ed è stato quel conflitto ad imprimere una brusca accelerazione al declino conclamato dell’Impero, alla formazione del multipolarismo e, più materialmente, a consumare e macinare per quattro anni risorse, mezzi e tattiche occidentali ad un ritmo che nessun ufficiale americano o inglese aveva mai visto né sognato in vita sua. Risorse e mezzi che, evidentemente, ora mancano per gli altri scenari di guerra che sopravvengono in un paesaggio geopolitico profondamente cambiato. Paesaggio nel quale, oltretutto, Russia e Cina ora sostengono e riforniscono l’Iran a un livello superiore rispetto anche solo a poco fa. Ma, tornando al Golfo, la vera sconfitta militare americana in Iran è di essersi manifestata davanti al globo come la superpotenza che bombarda le bambine nelle scuole e poi non riesce né a rovesciare il governo nè a riprendere il controllo di una via d’acqua controllata da un paese che da decenni definisce barbaro e arretrato. I miliardi di dollari spesi per la leggendaria marina americana sono coriandoli nel vento davanti alla strategia e alle armi iraniane. Pessima figura, ma soprattutto pessimo dato da mettere agli atti, per quanto riguarda lo status e la “proiezione della forza”… Il mondo vede e prende nota.
  • Fase 3: Negoziare un accordo per il nucleare iraniano. Brillante e sofisticato. Naturalmente bisogna aver vinto lo scambio sul terreno per proporre un percorso a tappe di questo tipo, ma la formulazione denota una strategia diplomatica raffinata. Gli Iraniani sanno che gli USA hanno bisogno di qualcosa in più di una sola cocente sconfitta da presentare all’opinione pubblica, per andarsene davvero. Un accordo sul nucleare iraniano, che non è mai stato il vero motivo della guerra ma è sempre stato pubblicamente addotto come pretesto, è l’unica cosa che potrebbe funzionare e stavolta gli Iraniani potrebbero negoziarlo da una posizione decisamente più solida che al tempo del JCPOA, ottenendo/dettando quindi condizioni migliori. Per inciso, è anche un punto sul quale storicamente gli Iraniani si sono sempre mostrati disposti a negoziare, anche nel corso del 2025/2026. Ma se l’imperatore vuole il suo oggettino luccicante per incantare il pubblico e salvare la faccia, deve prima porre fine alla guerra, mettere Israele al guinzaglio e firmare gli accordi che certificano i nuovi rapporti di forza nella regione, che non sarà più sotto il loro controllo e nella quale non agiranno più impunemente e da padroni. Altrimenti niente salvagente. Certo, Trump sarebbe comunque in difficoltà, visto che il JCPOA originale fu affondato personalmente da lui durante il suo primo mandato, ma:
  1. Son problemi interni suoi, le balle che gli occidentali raccontano alle loro popolazioni non sono affari dell’Iran.
  2. Onestamente, in quanti nell’opinione pubblica si vanno a leggere il testo e le condizioni degli accordi? Quel che serve, all’ingrosso, sono titoli e dichiarazioni. Chi segue e conosce la realtà dei fatti avrà già capito l’antifona da un pezzo. Per il resto, gli alleati staranno staranno zitti e daranno copertura, cantando vittoria all’unisono, mentre gli avversari contesteranno comunque. Il solito teatrino della politica. Gestibile, ma solo se Trump avrà una maggioranza nel Legislativo che ratifichi l’accordo. Ed è un “se” sempre più grosso.
  3. I Dem americani avranno comunque poco di cui vantarsi: i loro Obama e Kerry avranno anche negoziato il JCPOA a suo tempo, ma non riuscirono comunque ad attuarlo, visto che il Congresso si oppose alla rimozione delle sanzioni unilaterali, che faceva parte dell’accordo. Alla fine tutto ciò che ottennero fu di sottrarre alla lobby della guerra all’Iran una base per i loro pretesti, che è poi la ragione per cui Trump I stracciò l’accordo.
Inoltre, non possiamo non notare un’opzione molto interessante, che l’Iran potrebbe giocare, ovvero la proposta di includere Israele nell’accordo sul nucleare. L’Iran è membro del Trattato di Non Proliferazione e ha sempre accolto gli ispettori internazionali, in cambio l’Occidente li ha usati come spie per ammazzargli gli scienziati con attacchi mirati nel Giugno 2025, screditando, tra l’altro, terribilmente l’AIEA. Dall’altra parte, anche le lucertole del Negev sanno che Israele ha l’atomica e la sua credibilità e reputazione internazionale sono ai minimi storici. Una proposta di sottoporre anche Israele a ispezioni internazionali per quanto riguarda i suoi siti e arsenali nucleari, per quanto inattuabile finché Israele fa degli Stati Uniti quello che vuole (solo tramite gli Epstein Files o anche altro?) avrebbe, oltre ad un molto concreto senso strategico, una forza politica internazionale estremamente interessante. Non senza controindicazioni.

Ritorno al Bazar

Tuttavia, leggendo l’inquadramento appena esposto del negoziato e tenendo presente che questo non è neppure il negoziato vero, ma le premesse per tenerlo, non notate niente?
Esatto, avete capito. È praticamente un accordo di capitolazione, gli Americani non accetteranno mai. Anche perché la prosecuzione della “guerra ai corridoi di connettività”, anche perdendo le singole battaglie ma creando uno scenario internazionale in cui lo sviluppo e la crescita degli avversari e dei competitori sono frenate e trattenute dalla guerra, dall’impoverimento e dalla crisi di domanda globale non è uno scenario che dispiace all’Impero in declino, che si vede progressivamente sorpassato dalle potenze eurasiatiche.

Ma c’è una similitudine importante tra la proposta iraniana di Islamabad e “l’ultimatum” russo del Dicembre 2021 presentato a NATO e Stati Uniti. Allora i Russi dissero, sostanzialmente: “Se non accettate di riportare l’infrastruttura della NATO ai confini del 1997 e di discutere una nuova architettura per la sicurezza condivisa in Europa, dovremo prendere misure tecnico-militari unilaterali per ridimensionarvi noi a modo nostro”. I Russi sapevano che gli Stati Uniti non avrebbero accettato e di essere in grado di imporre con la forza una ridefinizione dei rapporti di forza in Europa, così come sapevano che la guerra decisa dall’Occidente nei loro confronti sarebbe venuta comunque e di non poterla impedire.

Il punto era, visto che lo scontro era inevitabile, iniziare a dar forma al campo di battaglia in maniera a loro più congeniale. Dapprima in termini politici e diplomatici, poi in termini cinetici, cosa che fu realizzata in seguito, durante le prime 2-5 settimane di intervento in Ucraina. Certo, quella guerra è ancora in corso, il fronte si muove lentamente e di questo passo non solo potrebbe continuare ancora a lungo, ma con ogni probabilità si estenderà di più nello spazio europeo coinvolgendo bersagli nei paesi dell’Europa centrale e occidentale.

Ma osserviamo la tendenza:
La Russia era più forte e con maggiore libertà di movimento contro gli avversari occidentali prima o oggi?
Senza dubbio oggi.
Nel frattempo, l’Ucraina, ovvero il più forte e pericoloso combattente per procura che la NATO abbia mai avuto e avrà da scagliare contro la Russia, è diventato più o meno pericoloso?
Decisamente meno. L’Ucraina è ormai poco più che un guscio vuoto, sta in piedi malamente solo grazie ai soldi euro-atlantici, non ha più base industriale e rete energetica, i suoi soldati muoiono come mosche su tutto il fronte e la popolazione è dimezzata dalla guerra e dall’emigrazione.
La coesione interna dell’UE e della NATO sta meglio, dopo oltre quattro anni di sconfitta strategica, indebitamento, impoverimento, figuracce e scandali per corruzione?
Decisamente no.
La coesione interna alla Russia è venuta a mancare?
Decisamente no.
La produzione interna di beni, il commercio estero all’infuori dell’Occidente, la disponibilità di beni, in Russia, sono diminuite o venute a mancare?
Di nuovo, no.
Il resto del mondo, Occidente a parte, ha voltato le spalle/isolato la Russia?
No, neanche un po’.
Il prestigio internazionale della Russia è diminuito?
Assolutamente no, sono sempre di più gli scenari in cui è la Russia a dare le carte, o almeno ad essere credibile e determinante.
Infine, domanda delle domande: tutto questo disastro, prima di tutto umano e di sicurezza, provocato dalla guerra, per la Russia era evitabile, se non fosse entrata in Ucraina il 24 Febbraio del 2022?
No, niente affatto. Il piano era deciso, l’Occidente avrebbe attaccato comunque, come per sua stessa ammissione si preparava a fare dal 2014. L’Ucraina avrebbe assaltato Donetsk e Lugansk entro pochi giorni o settimane, la Russia sarebbe dovuta intervenire comunque ma a condizioni peggiori, milioni di persone delle due repubbliche del Donbass sarebbero sfollate o morte e la guerra ci sarebbe stata lo stesso. Il solo modo per evitare tutto questo sarebbe stato arrendersi preventivamente. Quale che sia il giudizio di ciascuno, il punto vero è che aspettarsi, o addirittura auspicare, questo, significa non solo non capire la Russia, ma non poter comprendere la geopolitica. Anche se, magari, nelle proprie intenzioni si è semplicemente pacifisti e si ha a cuore la vita umana.

Ecco, sia per quanto riguarda la proposta di Islamabad, che per quanto riguarda il rapporto strategico del conflitto con l’Occidente e la sicurezza di sé nel medio termine, le similitudini tra Iran e Russia si moltiplicano. Due scenari, entrambi con ramificazioni potenzialmente sempre più drammatiche man mano che la situazione evolve e procede, in tutto il mondo, di una guerra sola: quella della fine dell’ordine globale imperiale e dell’affermazione di uno diverso. Che, con ogni probabilità, specie nelle sue prime fasi, non sarà affatto più pacifico, così come non lo è la sua nascita. In fondo non lo è mai. Sia chi ha fame, che chi ha paura, ingaggia la lotta adesso, non domani mattina.

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Giù dal cielo scende un tuono

Gran parte del mondo, specie nel Sud e nell’Est, sta già sentendo il morso della scarsità degli energetici provenienti dal golfo e dell’aumento dei prezzi, ed è solo l’inizio. Le ultime petroliere partite all’inizio del conflitto hanno scaricato. Le vere ripercussioni iniziano adesso.
La vera tragedia, tuttavia, non è nemmeno questa. Il taglio della fornitura globale di fertilizzanti azotati provenienti dal Golfo, un 30/40% del mercato globale a seconda delle stime, porterebbe ad una diminuzione drastica dei raccolti in varie parti di Asia, Africa, persino Sud America. La conseguente scarsità di prodotti agricoli e l’aumento globale dei prezzi sarebbe una catastrofe umanitaria di proporzioni storiche.

Per ora, nemmeno questo porta la maggioranza globale ad essere contro l’Iran. La violenza e l’arroganza sionista-americana è odiosa a tutti quelli che vedono cosa sta accadendo, e tutto il mondo ha visto il genocidio di Gaza, attuato, oltre che con le bombe, anche con la fame e nella complicità criminale dell’Occidente collettivo e del mondo arabo colluso. Ma la fame su vasta scala è una condizione micidiale, nessuno sa cosa ne scaturirebbe.
Sembra che la Russia, grande produttore di fertilizzanti, sia pronta a colmare parte delle forniture che vengono meno dal Golfo. Vedremo, i tempi sono stretti e anche la Russia ha i suoi limiti in termini di logistica globale.
L’Iran, mettendo a punto il meccanismo di gestione controllata del traffico nello Stretto, potrebbe affinare il proprio sistema di pedaggio/controllo del transito in modo da fare la sua parte per disinnescare una grande crisi umanitaria, ma ha anche preoccupazioni più urgenti.

Lo abbiamo detto, gli Stati Uniti stanno approfittando della pausa operativa per ammassare forze e mezzi militari e, anche se le sue opzioni e capacità sono limitate e decisamente non buone, vale sempre la regola che per chi ha solo un martello tutto ciò che vede è un chiodo.
Israele, per parte sua, è allergica alla pace e non tollererà soluzioni diplomatiche che vedano sconfitti i propri, per quanto insostenibili, piani di espansione e supremazia regionale. È lecito aspettarsi che userà ogni mezzo e stratagemma per spingere una ripresa dello scontro, a costo di porre le basi per la propria distruzione. Ogni notte potrebbe essere l’ultima, per questa strana tregua, intorno a questo strano negoziato non negoziabile.
Se gli Stati Uniti e Israele attaccheranno di nuovo, verosimilmente colpiranno i soli bersagli disponibili, ovvero l’infrastruttura civile ed energetica iraniana, di fatto vendicandosi sulla popolazione dopo aver fallito nello sconfiggere il governo e le forze armate.

L’infrastruttura militare iraniana, decentralizzata, in larga parte sotterranea e protetta da un territorio vasto e montagnoso, è un osso duro per i denti dell’impero, abituati alle tenere carni di chi non può difendersi.
Se verrà colpito in tal modo, l’Iran ha già pronti i piani per restituire il favore: goodbye Dubai e Abu Dhabi, complici di Israele, gli asset americani rimanenti o riorganizzati per l’occasione faranno la fine di quelli precedenti e chiunque collabori con l’attacco occidentale sarà alla mercè dei missili e droni iraniani, così come l’infrastruttura energetica israeliana, da cui dipende la capacità di Israele di fornire non solo l’elettricità, ma anche l’acqua potabile.
Sarebbe, di fatto, la fine della sostenibilità di Israele come stato, il che spingerebbe i suprematisti talmudisti verso l’opzione Samson, chiamando in gioco le superpotenze. Quando si dice correre sul filo.

Le opzioni dell’Iran sono migliori: è un paese molto più grande, con collegamenti logistici sicuri con gli alleati e una capacità di resilienza, sia materiale che spirituale, molto superiori, morale più alto e motivazioni più solide per resistere, anche a lungo.
Lo abbiamo già detto, nello sciismo il martirio è un onore, ogni giorno è Ashura e ogni luogo è Karbala. Gli Israeliani si vantano di sterminare donne e bambini, ma poi i loro civili corrono piangendo nei rifugi, gli Iraniani si radunano in piazza e intorno alle centrali di loro spontanea volontà sfidando di proposito i bombardamenti in corso. Non è questione di tifo, semplicemente è un altro paradigma e se gli occidentali non lo capiscono è peggio per loro, perché perderanno.

Per l’Iran, strategicamente, la chiave di tutto è nel conservare le proprie capacità militari, che si sono dimostrate finora superiori a quelle dei nemici nella regione. Finchè conservano quelle, almeno in termini relativi, i loro nemici non potranno avere vittoria: per quanto gravi possano essere i danni che gli causeranno, alla fine ne subiranno di peggiori (per gli Stati Uniti, che non sarebbero colpiti in patria, questo vale solo in parte, ma non potrebbero comunque sostenere il proseguimento della guerra). Ma un rinnovato blocco reale di Hormuz o, peggio ancora, la vera distruzione delle produzioni energetiche del Golfo, significherà stagnazione globale entro l’estate e recessione globale entro l’autunno.
Aggiungete l’ingresso degli Yemeniti di Ansarallah nel conflitto ed il conseguente blocco di Bab El Mandeb, ovvero del Mar Rosso, e avrete un quadro di quanto possa essere heavy metal la geopolitica della seconda metà di questo ruggente 2026. Il “mosaico decentralizzato”, ovvero il sistema di difesa iraniano, sta anch’esso approfittando della pausa operativa per affinare i piani e organizzare al meglio la propria strategia, logistica e tattica.
La posta in gioco è alta. Grande vento nella notte calda si alzerà.

Nessun dorma

Nella Turandot di Puccini, il principe tartaro Calaf, pretendente della principessa che dà il nome all’opera, ha risolto i tre enigmi da lei inventati, che gli danno diritto alla sua mano, dimostrando di aver compenetrato la sua mente. Tuttavia lei, ancora prigioniera del rancore per una sua antenata violentata durante una precedente invasione, ancora gli resiste, promettendo un astio senza fine.
Calaf, che non vuole il suo corpo ma il suo cuore, decide allora di rimettere in gioco la propria vita: se Turandot riuscirà entro l’alba scoprire il suo nome, che in città nessuno, ad eccezione del vecchio padre e della serva Liu, conosce, potrà avere la sua testa e sottrarsi al matrimonio.
Turandot ordina alla popolazione intera di non dormire e di scoprire il nome dello straniero, pena la morte.
Il Tartaro, ebbro d’infatuazione e sicuro di vincere anche questa prova, intona nella notte il celebre “nessun dorma” dalla propria stanza, pensando a Turandot.

Il popolo, rappresentato dal coro, gli fa eco dalle vie della città:

“Il nome suo nessun saprà / e noi dovremo, ahimè, morir…”

Il popolo, per quanto minacciato e senza riposo, affannato nel tentativo di scoprire il nome, non è mai opposto a Calaf ed è stanco della violenza sanguinaria della principessa piena di rancore.
La realtà, ovviamente, è assai meno lirica, le similitudini sono limitate.

Nella mente del maestro Puccini, Calaf e la principessa Turandot ingaggiano una lotta mortale di cervelli, ma alla fine la posta in gioco è l’amore. Il sacrificio di Liu che, per amore di Calaf, si toglie la vita col pugnale di una guardia, piuttosto che cedere ai supplizi rivelando il nome dell’amato principe, combinato alla devozione di Calaf, che pure in preda alla collera resta innamorato e pronto a rinunciare alla propria vita per lei, liberano infine il cuore di Turandot dalla morsa del gelo e del rancore.

Come abbiamo già detto, nella nostra reale ed attuale vicenda delle guerra alla Persia, non troviamo un tale romanticismo. Ma la disposizione al sacrificio, quella sì. Ed è tutta dalla parte dell’Iran.

Il popolo è la maggioranza globale, il “mistero rinchiuso” dell’opera, qui, è l’impenetrabilità del sistema di difesa iraniano. Ma chi è la nostra Turandot? L’agognata pace e giustizia per l’Asia occidentale? Sinceramente, ci sembra troppo. Il Sud globale, con le sue bellezze e ricchezze, ma anche contraddizioni e meschinità? Già più convincente. Dopotutto, è proprio il Sud (e l’Est) globale ad essere al centro della transizione dell’ordine di potere internazionale e, considerata la condizione in cui versa l’organizzazione BRICS+ a causa degli schieramenti contrapposti in questa guerra, la battaglia per il consenso e supporto esterno è rilevante. A nessuno piace la novità del pedaggio da pagare per attraversare Hormuz, anche capendo le inevitabili ragioni dell’Iran. E sono proprio le vite degli abitanti del Sud globale le prime ad essere ostaggio della minaccia di carestia e recessione.

Ma se gli Americani fanno il passo troppo lungo, il “bacio che scioglierà il silenzio” sarà quello dei Korramshahr e degli Shahed sui bersagli imperiali e su Israele.
Decisamente poco romantico, ma focoso. La realtà è più prosaica della lirica.

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Kaishakunin. Un ricordo

Gli analisti seri e indipendenti avvertivano da anni contro le avventure militari in Iran e del resto c’è un motivo se tutti i presidenti precedenti non avevano mai eseguito nessun piano di attacco. E non perché non ne avessero desiderio. Ora, di tutti gli imperatori, proprio Trumpus Rufus ha portato l’Impero nella posizione di essere dannato se fa un passo indietro e più dannato se ne fa uno avanti.
Era iniziato già con lui, al primo mandato, nel 2020, prima della tosse e prima dell’Ucraina. Quel 3 Gennaio, quando Trump I aveva fatto uccidere il generale Soleimani a Baghdad, le forze missilistiche dell’IRGC avevano risposto colpendo la base americana di al Asad in Iraq e gli USA non avevano risposto all’attacco.

Già allora avevamo notato, in questa non risposta, le premesse per un cambio di paradigma. La bandiera rossa della vendetta era stata alzata in Iran per la prima volta e tanti avevano detto: “Sì, sì, certo... tutti chiacchiere e sceneggiate, i Persiani... se si azzardano ad alzare troppo la testa, gli daremo finalmente una bella lezione!”.
Oggi, questi grandi strateghi saranno contenti.
Più l’Impero alza la posta, più alto sarà il prezzo della sconfitta.

Come stato, certamente possono sopravvivere, ma come Impero, l’Iran sta fornendo un profetizzato aiuto al loro suicidio rituale. Come fu predetto allora da un autore dissidente, l’Iran attaccato si sta rivelando il kaishakunin dell’Impero.

È sempre affascinante quando il principio di causalità ci si presenta come un’ironia della Storia.
La battaglia ormai è esistenziale, in modi diversi, per tutte le parti in causa, e nel principale crocevia dell’Eurasia, al cuore della Terra, tutte le grandi potenze globali sono ormai pienamente ingaggiate nel Grande Gioco. Gli Stati Uniti potranno ancora “morire un altro giorno” a scapito di altri, in primis dell’Europa, ma l’Iran combatte per la propria esistenza e Russia e Cina non vogliono né possono, ora, permettere che cada.
Il momento a cui assistiamo in diretta è uno spartiacque della Storia e gli attori lo sanno.

Dilegua notte, tramontate stelle, all’alba vincerò!

Kaishakunin. L’Impero e la guerra del Ramadan | Capibara